A tu per tu con Rabarama: “L’arte è il respiro dell’anima”
Rabarama, il corpo come emozione. L’artista Paola Epifani racconta a Cult la sua visione dell’essere umano, il legame tra corpo e spirito, il dialogo tra arte e tecnologia e le tre opere simbolo di Reggio Calabria
L’incontro con Rabarama, nome d’arte di Paola Epifani, è come attraversare una soglia: si entra in un universo dove il corpo diventa linguaggio e la pelle mappa dell’anima. Romana di nascita ma padovana d’adozione, Rabarama è figlia d’arte e scultrice di fama internazionale. Le sue figure, nude e tatuate di segni, lettere e simboli, si ergono come enigmi viventi: creature ibride sospese tra materia e spirito, tra istinto e consapevolezza, tra passato e futuro.
Ph AnnaMaria Bortolozzo
Il suo percorso artistico l’ha condotta in tutto il mondo — Parigi, Miami, Shanghai, Firenze, Cannes), alla Biennale di Venezia e le sue opere abitano oggi collezioni prestigiose, dal Museo della Biennale di Pechino al Copelouzos Museum di Atene.
Del 2007, tre sue imponenti sculture svettano sul Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria, dove il mare Ionio incontra la luce dello Stretto e dove l’artista “ama tornare perché si sente a casa”.
Trans-lettera, Labirintite e Co-stell-azione vivono da 18 anni in simbiosi con la città, amate dai reggini e dai visitatori, diventando un simbolo urbano e spirituale.
Nella conversazione con Cult, Rabarama parla con voce intensa, quasi scultorea, cesellando le parole come fossero materia viva. Ci racconta che l’arte per lei è un viaggio interiore, “una rete di salvataggio — dice —che mi ha aiutata a dare senso e respiro alla vita”. E ancora: “Attraverso le mie sculture cerco di raccontare ciò che vibra sotto la pelle: emozioni, memorie, trasformazioni che ci legano come parte di un’unica coscienza. Ogni segno inciso è un tentativo di comprendere chi siamo davvero, in un tempo che cambia e ci cambia”.
Quella di Paola Epifani è una poetica dell’essere, che unisce corpo e spirito, simbolo e tecnologia, tradizione e futuro. Parla dell’arte come di un codice di connessione, un linguaggio sacro che ci riporta a noi stessi, perché ogni opera “è un respiro dell’anima”.
Ed è da qui che comincia il dialogo, tra memoria e metamorfosi, umanità e intelligenza artificiale, scultura e spirito, con l’anelito di “trasmettere lo stesso amore e la stessa energia che nutrono ogni mia opera: il desiderio di ritrovare un codice di vita autentico, capace di unirci e di farci ricordare chi siamo davvero”.
Il suo nome d’arte, Rabarama, come nasce e cosa rappresenta?
“Il nome Rabarama nasce come uno pseudonimo, ma con il tempo è diventato molto più di un semplice nome d’arte: è una chiave simbolica, un’identità altra. Nella sua sonorità si nascondono echi del sanscrito: Raba richiama l’energia vitale, l’impulso alla trasformazione, mentre Rama rimanda alla gioia, alla luce e all’armonia spirituale. Unendo questi due mondi, Rabarama diventa per me il simbolo di una tensione continua tra corpo e spirito, materia e coscienza — una ricerca di equilibrio tra la forza dell’esistenza e la quiete dell’anima. È il nome di un viaggio interiore che attraverso l’arte tenta di decifrare il codice dell’essere umano, di svelarne le forme, le metamorfosi e i misteri più profondi”.
Nel suo percorso artistico l’essere umano è sempre al centro, inciso, decifrato, attraversato da segni, lettere e simboli. Come nasce questa ricerca?
Ph Lino Zanesco
“L’essere umano è per me un enigma vivente, un corpo che custodisce memorie, linguaggi, ferite e trasformazioni. Attraverso i segni e i simboli incisi cerco di raccontare ciò che non si vede: la trama invisibile che lega materia e coscienza. Ogni figura è una mappa dell’anima, un codice da decifrare. La mia ricerca nasce dal desiderio di comprendere chi siamo davvero, oltre la pelle, oltre le apparenze — in quello spazio interiore dove tutto si trasforma e tutto si ricompone”.
Nelle sue sculture il corpo diventa linguaggio, prestandosi ad essere codificato. È così?
“Sì. Il corpo, per me, è una scrittura antica. Ogni segno inciso è una parola, ogni simbolo un pensiero che prende forma nella materia. Attraverso il corpo racconto ciò che non si può dire: le memorie invisibili, le trasformazioni interiori, le impronte dell’anima. La pelle diventa così un testo da leggere, un codice che parla di ciò che siamo, di ciò che muta, di ciò che resta”.
A Reggio Calabria le sue opere Trans-lettera, Labirintite e Co-stell-azione sono diventate un vero simbolo del Lungomare. Com’è nato quel progetto?
Labirintite
“Il progetto è nato da una grande esposizione a Villa Zerbi, dove oltre alle opere all’interno della Villa, alcune sculture monumentali — tra cui Trans-lettera, Labirintite e Co-stell-azione — furono collocate all’esterno. Volevo che la mia arte uscisse dagli spazi chiusi per dialogare con la città, con il mare e con la natura, in un’interazione viva e reciproca. Quelle opere, immerse nel paesaggio, hanno trovato un respiro diverso, diventando ponti tra materia e spirito, tra arte e vita. Vederle oggi come simboli del Lungomare è per me una conferma di quanto l’arte possa radicarsi nel luogo, fino a diventarne parte viva e identitaria”.
Ci racconta quale messaggio rappresentano e quale significato racchiude ciascuna di loro?
Trans-Lettera
“Ogni opera è parte di un viaggio che attraversa linguaggio, materia e coscienza.
Trans-lettera riflette sul metalinguaggio: il corpo diventa una pagina scritta, un codice vivente che racconta la complessità dell’essere umano e la sua continua trasformazione.
Co-stell-azione rappresenta l’uomo come parte del cosmo, una scintilla di luce che appartiene a un disegno universale, in dialogo con le energie che lo circondano.
Labirintite è la metafora del perdersi per ritrovarsi. Il labirinto diventa un luogo di passaggio, dove l’instabilità si trasforma in consapevolezza e in rinascita interiore. Insieme, queste opere raccontano la mia ricerca artistica come un viaggio verso la consapevolezza, la memoria atavica che ci unisce e la certezza che ogni individuo è parte di un tutto più grande e vivo”.
Dopo quasi vent’anni, le sculture mostrano i segni del tempo. Più volte si è parlato di restauri poi non effettuati. Se potesse intervenire, come immaginerebbe un recupero rispettoso delle tre opere?
Co-stell-azione
“Negli anni mi hanno più volte contattata per il restauro delle tre sculture, ma purtroppo le opere non sono più di mia proprietà. Il restauro dovrebbe quindi essere promosso dal Comune di Reggio Calabria o da un benefattore disposto a sostenere i costi. Io sarei felice di collaborare gratuitamente, supervisionando ogni fase per garantirne l’autenticità.
Metterei a disposizione i miei fornitori di fiducia, gli stessi con cui lavoro da sempre, per una ridipintura completa — l’unico intervento possibile oggi, poiché il colore originario è ormai perduto. Anche le basi andrebbero rifatte, perché ormai pericolanti. Un restauro così concepito restituirebbe nuova vita alle opere e ne preserverebbe il valore simbolico per la città. Ma sarà fondamentale, in futuro, una manutenzione periodica, per non ripetere gli errori del passato”.
Alcune sue sculture sembra parlino un linguaggio digitale. Ha mai pensato ad un progetto che coinvolga l’intelligenza artificiale?
“Sì, credo che oggi il linguaggio digitale faccia parte della nostra stessa natura. Le mie sculture spesso sembrano “parlare” in codice perché cercano di tradurre l’essenza umana in segni, forme e connessioni, proprio come fa la tecnologia quando interpreta i dati.
L’intelligenza artificiale mi interessa come strumento di riflessione sull’identità e sulla trasformazione. Mi piacerebbe sperimentare un dialogo tra le mie opere e un sistema di IA che possa leggere e reinterpretare i segni delle sculture, restituendoli come luce, suono o movimento. Non vedo la tecnologia come una minaccia, ma come un nuovo linguaggio con cui l’arte può raccontare l’evoluzione dell’essere umano — sempre in bilico tra materia e coscienza”.
Ci può anticipare qualcosa dei suoi attuali e nuovi progetti artistici?
Ph by Hikari Kesho
“La mia ricerca sta proseguendo verso una riflessione sulle nuove divinità della società contemporanea: simboli e poteri che oggi condizionano l’identità umana — dall’immagine alla tecnologia, dal denaro al consenso. È un’evoluzione naturale del mio percorso, che continua a interrogarsi sul valore dell’essere umano e sulla necessità di recuperare consapevolezza e autenticità in un tempo di forti cambiamenti. Attraverso le mie opere affronto temi come la manipolazione delle masse, la perdita di identità e la violenza invisibile che attraversa la nostra quotidianità. Allo stesso tempo, sto aprendo un nuovo dialogo con il linguaggio dell’intelligenza artificiale, vissuto non come minaccia ma come strumento evolutivo, capace di generare nuovi codici espressivi e ampliare la percezione dell’essere. In fondo, tutto il mio lavoro resta un viaggio verso la conoscenza di sé, per ritrovare un equilibrio tra corpo, mente e spirito anche dentro la complessità del presente”.
Dopo tanti anni di carriera, cosa la emoziona ancora nel creare una nuova scultura?
“Ogni nuova scultura è per me un’emozione unica, come un nuovo innamoramento. Davanti a un blocco d’argilla rivivo la meraviglia di trasformare la materia in qualcosa che respiri, che racconti ciò che vibra dentro di me e nel mondo che mi circonda. Ogni opera nasce dal bisogno di continuare un racconto mai concluso, perché tutto si trasforma ed evolve: io, la mia arte, la realtà stessa. L’arte è la mia rete di salvataggio, un linguaggio salvifico che mi ha aiutata a dare senso e forza nei momenti più difficili. Attraverso di essa cerco di trasmettere amore e consapevolezza, nella speranza che possa essere un sostegno anche per l’umanità, un modo per ritrovare un nuovo codice di vita, più autentico e profondo”.
Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani artisti che la guardano come un modello, quale sarebbe?
“Direi loro di non smettere mai di cercare, di restare curiosi e aperti alla vita, perché l’arte nasce proprio dall’ascolto profondo di sé e del mondo. Essere artisti significa avere il coraggio di guardarsi dentro, di attraversare le proprie fragilità e trasformarle in linguaggio, in forma, in luce. L’arte non è solo espressione, ma un atto di verità: richiede dedizione, studio, disciplina e soprattutto autenticità. Viviamo in un tempo in cui tutto tende a uniformarsi e ad apparire, ma l’arte vera non si costruisce sull’apparenza: nasce dal silenzio, dall’esperienza, dal desiderio di lasciare una traccia che abbia senso. Vorrei dire ai giovani di non cercare il successo, ma il significato; di non temere il tempo, la fatica, il dubbio. Perché ogni opera è un frammento di un viaggio interiore che ci porta a riconoscere chi siamo davvero. E, soprattutto, di amare profondamente ciò che fanno, perché solo l’amore — per la materia, per l’idea, per la vita — può trasformare la creazione artistica in un gesto autentico e universale”.
- Trans-Lettera
- Labirintite
- Ph Annamaria Bortolozzo
- Ph Michele Gregolin
- Ph Annamaria Bortolozzo
- Ph Annamaria Bortolozzo
- Ph Lino Zanesco
- Ph Michele Gregolin
- Ph Annamaria Bortolozzo