Addio a Mario De Tommasi, decano degli avvocati di Reggio Calabria
Ci sono scomparse che non segnano soltanto la fine di una vita, ma chiudono un’epoca. La scomparsa dell’avvocato Mario De Tommasi, avvenuta oggi, appartiene senza dubbio a questa categoria. Lo testimoniano le migliaia di messaggi di cordoglio che, fin dalle prime ore, sono giunti dalle istituzioni, dalle associazioni, dal mondo politico e da tanti cittadini.
Mario De Tommasi è stato un uomo di legge nel senso più pieno del termine. Avvocato di razza, protagonista di stagioni importanti del foro reggino, è stato anche uomo delle istituzioni e della politica, ma soprattutto un professionista capace di lasciare un segno profondo nella cultura giuridica del territorio. Difensore del Comune, componente del collegio di difesa insieme agli avvocati Neri e Muritano, tra le innumerevoli pratiche all’attivo, era uno che “vinceva” anche le cause impossibili. Un po’ come re Mida, quello che toccava diventava oro. Forse per questo, i soprannomi che circolavano su di lui, spesso irripetibili, erano il riflesso di invidia mista a timore reverenziale.
Questo non vuole essere un semplice messaggio di cordoglio. È, piuttosto, un ricordo autentico. Come direttrice di questo giornale devo quindi sottrarmi alla regola che Cult si è sempre dato, perché Mario De Tommasi io l’ho conosciuto davvero.
Sono stata la sua segretaria per quattro anni, insieme a tante professionalità che sono passate dal suo studio, e accanto alla fedelissima segretaria di sempre Emy Ferrante, collega e amica.
Negli anni in cui lavorai con lui – era il mio primo vero lavoro – dallo studio De Tommasi sono passati molti di quelli che oggi sono considerati tra i più validi avvocati reggini. Fare pratica da lui era un traguardo ambito. Ricordo, tra gli altri, gli avvocati Eugenia Trunfio, Angela De Tommasi, Marina Neri, Gianni Vadalà, Sandro Guarnaccia, Tina Condoluci, Pietro Modafferi, Sandro Turano, Caterina Manti e tanti altri. Erano gli anni della formazione, dell’ambizione, della voglia di imparare. Eravamo coetanei o comunque uniti dallo stesso desiderio di crescere, e inevitabilmente diventammo anche un gruppo di amici. Tanto che lo stesso avvocato, che aveva sempre tenuto ben distinti il piano personale e quello professionale, finì per riconoscerci come tale, invitandoci tutti insieme alle sue celebri e lussuose cene.
Quando arrivai nel suo studio, nel 1996, dopo un mese di prova mi fece un contratto regolare. A Reggio, all’epoca, era quasi un evento. Ricordo ancora lo stupore di fronte al primo stipendio!
Il nostro rapporto si è basato sempre su contrasti e affetto, scontri e stima profonda. Entrambi del segno della Bilancia, ma diversissimi, come lui stesso amava ripetermi prendendomi in giro: «È impossibile che tu abbia il mio stesso segno».
Quello studio è stato per me una vera palestra di vita. Lì ho ricevuto una formazione che andava ben oltre l’università e che ancora oggi rappresenta una base solida per il mio lavoro. C’erano giorni di grandi soddisfazioni e momenti difficili. Se lavoravo bene, mi premiava; se qualcuno mi criticava, mi difendeva senza esitazioni.
Se sbagliavo, alzava la voce, e io non restavo in silenzio. Gli rispondevo a tono, ed era proprio questo che, in fondo, apprezzava di me. Le discussioni finivano spesso con una porta sbattuta e una minaccia di licenziamento, seguite però, immancabilmente, da una telefonata o da un ritorno sui propri passi. Una volta, dopo un suo errore, mi fece trovare dei tubi di Baci Perugina: lo studio intero si divertì a prendermi in giro. Era il suo modo, paterno e ruvido insieme, di chiedere scusa.
Sono stati tanti i viaggi in macchina, perché ero io ad accompagnarlo ovunque: le trasferte a Catanzaro, le visite alla Telecom con l’avvocato Curatola, le risate per quella volta in cui mi lasciò a piedi convinto che fossi già salita in auto. In macchina dispensava consigli di guida – lui che si vantava di un passato da pilota automobilistico, pur guidando in modo discutibile! – e pillole di diritto.
È stato anche grazie a lui se sono riuscita a laurearmi pur lavorando otto ore al giorno: mi spronava, mi interrogava dopo ogni esame, mi metteva alla prova. Una volta mi fece persino un regalo, da parte sua e di sua moglie, la poetessa Maria Festa.
Gli aneddoti sarebbero infiniti. La sigaretta fumata di nascosto nella stanza della fotocopiatrice, quando fece finta di nulla annunciando che chi fosse stato sorpreso a fumare avrebbe subito una multa sullo stipendio. I rimproveri per due minuti di ritardo, accompagnati dalla minaccia – sempre ironica – di una decurtazione dalla paga. I suoi “codici” sonori quando rientrava allo studio, le richieste a volte eccessive, le arrabbiature che si scioglievano in un sorriso e in una proposta improvvisa: «Chiamiamo al bar e ordiniamo?».
Indimenticabile l’episodio in cui, mentre difendeva il sindaco Italo Falcomatà, credemmo che dei ladri si fossero introdotti nello studio. Chiamammo la polizia e scoprimmo che si trattava della donna delle pulizie, alla quale – poveretta – venne puntata una pistola alla schiena mentre stava spazzando (pare che la donna non abbia più svolto questo lavoro!). Arrivarono tre pattuglie con le armi spiegate. Lui ci perdonò, perché tutto era stato fatto “per il bene dello studio”, ma il pandemonio fu memorabile.
Aveva un’attenzione quasi maniacale per i dettagli: si accorgeva se una tenda era stata spostata di pochi centimetri, era capace di “creare” l’estate in inverno e l’inverno in estate grazie agli impianti di riscaldamento e ai condizionatori.
Ricordo una notte passata in studio per evitare la scadenza di alcuni ricorsi al Tar: quella volta non ci sgridò disse solo alle 11 di domani mattina deve partire tutto. Erano le 20 del giorno prima. Alle 4 eravamo già lì, come panettieri, e riuscimmo nell’impresa.
Insomma, Mario De Tommasi era un cultore del bello, degli agi, delle comodità, ma soprattutto della legalità. Aveva un’intelligenza vivace e sopraffina, una capacità rara di comprendere le persone nella loro essenza e di tirarne fuori il meglio. Con il personale e con i praticanti non si è mai sottratto al ruolo di maestro di vita, contribuendo a formare professionisti oggi stimati e affermati, che lo ricordano con affetto sincero.
Era un uomo di altri tempi, vecchio stampo ma moderno nel pensiero, profondamente legato ai valori della legalità.
In auto, ogni tanto, canticchiava battendo le dita sul cruscotto. Con me, tutto sommato, si divertiva. E io, alla fine, mi divertivo con lui. Anche perché poi ogni episodio diventava motivo di battute tra colleghe e praticanti, in un clima di lavoro intenso ma profondamente umano.
Lo studio legale, in quegli anni, è stato una palestra di vita per tutti noi. Si lavorava sodo, ma al contempo si imparava molto e ci si divertiva tutti insieme. Sembrava di essere a scuola: noi gli studenti, lui il maestro. Di diritto e di vita.
Arrivederci, avvocato De Tommasi. La credevo immortale, e invece da lassù hanno deciso diversamente.
L’ultimo saluto sarà domani alla chiesa della Candelora alle ore 16:00