Alessandra Trotta, la “papessa” valdese: unica donna in Italia alla guida di una chiesa

Intervista ad Alessandra Trotta, unica donna in Italia a capo di una chiesa: la moderatora valdese racconta il suo percorso, i valori della comunità, i progetti sociali e i legami con la Calabria

Alessandra Trotta

In un panorama religioso ancora dominato dagli uomini, la voce di Alessandra Trotta rompe gli schemi e segna una svolta storica. Ex avvocata, siciliana, oggi è l’unica donna in Italia a capo di una comunità di fede. Tecnicamente è la “moderatora della Tavola valdese”, l’organo che guida ufficialmente le chiese metodiste e valdesi in Italia al livello nazionale e nei rapporti con lo Stato e le altre istituzioni e organizzazioni. In pratica, la “papessa” della Chiesa valdese.

Alessandra Trotta

Alessandra Trotta al Parco Ecolandia

La sua è una storia di coraggio e di fede, ma anche di concretezza. Ha lasciato le aule di tribunale e appeso la toga al chiodo per dedicarsi al servizio della Chiesa in un ministero diaconale permanente, nel quadro di un modello di chiesa collegiale, senza gerarchie, radicato nella libertà responsabile e nella solidarietà. La Trotta non è solo un simbolo di emancipazione femminile nella religione, ma una voce forte e concreta che parla di accoglienza, diritti, libertà e giustizia. Valori di cui oggi più che mai si sente il bisogno.
Con lei la Chiesa valdese non è solo testimonianza di fede, ma anche laboratorio sociale, capace di difendere i diritti, sostenere i più fragili e costruire progetti innovativi sul territorio. E proprio dalla Calabria, terra di antiche persecuzioni ma anche di nuove speranze, arriva oggi una delle testimonianze più forti di questo impegno.

Quando è stata eletta moderatora e cosa ha rappresentato per lei quel momento?

«Sono stata eletta nel 2019 dal Sinodo delle chiese valdesi e metodiste. Per la seconda volta nella lunga storia della Chiesa valdese è stata scelta una donna, e questo ha segnato un passaggio importante. Se la prima volta poteva sembrare un caso legato a un profilo particolare, la seconda ha fatto capire che può diventare ordinario. Qualcuno ha commentato che proprio la seconda elezione è stata ancora più significativa della prima».

Una scelta che vi distingue da tutte le altre confessioni religiose…

«La Chiesa cattolica non ammette le donne in nessun ministero ordinato, e l’esclusione delle donne da ruoli di guida è la realtà anche in altre grandi religioni monoteiste. Nulla di cui vantarci, in ogni caso; in fondo il protestantesimo aveva già nel suo DNA tutte le risorse per arrivarci ben prima di quando storicamente è avvenuto. Nella Chiesa valdese la svolta è avvenuta solo nel 1962, quando il Sinodo decise l’ammissione delle donne al ministero pastorale, e le prime consacrazioni avvennero nel 1967. Abbiamo impiegato del tempo, ma ci siamo arrivati».

Come funziona la sua leadership nella Tavola valdese?

«Non esistono ministeri monocratici. Io presiedo un organo collegiale di sette persone, la Tavola valdese. Certo, il moderatore o la moderatora è più esposto nei compiti di rappresentanza, ma le decisioni si prendono sempre insieme, quindi in realtà non abbiamo nessun papa e nessuna papessa! In alcuni periodi, la presenza femminile è stata addirittura maggioritaria, oggi siamo due donne su sette, ma siamo state anche cinque su sette in passato».

Quali sono i valori fondanti della Chiesa valdese?

«Siamo una Chiesa cristiana, condividiamo tutti i fondamenti della fede cristiana per come esplicitati nel Credo apostolico e niceno-costantinopolitano, con le specificità che derivano dai principi cardine della teologia protestante: sola Scrittura, solo Cristo, sola Grazia, che però incidono nel poco nel modo di concepire e strutturare la Chiesa, la vita di fede ed il rapporto con la società. Non crediamo che nessuna Chiesa e nessun essere umano possano arrogarsi la pretesa di essere possessori di verità assolute, e non abbiamo gerarchie interne: la nostra è una chiesa senza “clero”, dove i ministeri sono concepiti come servizi e non attribuzione di poteri e prerogative esclusive. Difesa della libertà, dei diritti, dell’accoglienza e della solidarietà sono per noi il massimo della coerenza con l’evangelo di Gesù Cristo».

La vostra chiesa è anche molto impegnata nel sociale. Perché?

«Quando abbiamo deciso di accedere all’8 per mille, abbiamo stabilito che non lo avremmo mai usato per mantenere le attività di culto, ma solo per progetti sociali, culturali e umanitari, in Italia e all’estero. Ogni anno sosteniamo circa 1.500 progetti. Ci piace parlare di restituzione di una risorsa pubblica in contributi al bene comune: costruiamo società più giuste, eque e solidali».

In Calabria avete avviato progetti importanti, in particolare a Reggio. Ce ne parla?

«In Calabria negli ultimi anni abbiamo fatto un salto di qualità. Un esempio è il Progetto FATA (Fuoco, Acqua, Terra, Aria) ad Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria. È un progetto di rigenerazione urbana e sociale che ha coinvolto i residenti con azioni concrete: dalla comunità energetica per l’illuminazione pubblica al sistema di raccolta rifiuti e delle acque piovane per usi comuni, fino alla toponomastica. Un investimento superiore al milione di euro, nato dalla collaborazione con il Parco Ecolandia e altri partner, con il sostegno del Comune. È un modello di co-progettazione che ci rende orgogliosi».

Qual è il legame della Chiesa valdese con la Calabria?

«Le nostre comunità qui sono piccole, di 50-100 persone ciascuna, ma molto attive e militanti. A Reggio Calabria c’è una chiesa valdese che porta avanti iniziative culturali e sociali. Inoltre, la Calabria ha un legame storico con la nostra tradizione: nel XVI secolo era una delle regioni più segnate dalla presenza valdese, con grosse comunità a Guardia Piemontese e altri paesi vicini, che furono vittime di persecuzioni durissime e di orribili massacri. Proprio a partire da questa storia, ci piace portare avanti il messaggio di speranza nella possibilità di trasformazione positiva (anche delle situazioni che sembrano irrimediabilmente compromesse) che deriva dal pensare che proprio luoghi che furono secoli fa teatro di orrori determinati dall’odio e dall’intolleranza oggi siano in prima linea come testimoni di dialogo e riconciliazione».

Guardando al futuro, quale immagine ha della Chiesa valdese?

«Siamo una minoranza, ma non per questo in un atteggiamento di chiusura difensiva. Piccolo non significa insignificante. La nostra sfida è restare coerenti con l’evangelo, anche andando controcorrente, e continuare a camminare con fiducia, senza complessi di inferiorità. È questo che ci ha garantito quasi nove secoli di storia».

 

Alessandra Trotta, con la sua voce ferma e il suo impegno costante, rappresenta una guida capace di coniugare fede e concretezza sociale. Una “papessa” che non ama le etichette, ma che testimonia come una piccola comunità possa lasciare un segno profondo nella storia e nella società italiana e, oggi più che mai, anche in Calabria. 

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