Alì il Rinnegato: la leggenda calabrese dei mari
La storia leggendaria di Occhialì, il rinnegato calabrese divenuto grande ammiraglio della flotta ottomana nel XVI secolo, protagonista di incursioni nel Mediterraneo e della battaglia di Lepanto
Quella di Occhialì ‘Il rinnegato’, al secolo Giovan Dionigi Galeni, fu sicuramente la più incredibile tra le storie dei corsari che imperversavano sulle coste calabresi nel ‘500.
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Figlio di un pescatore di Sant’Agata del Bianco di Reggio Calabria (tale Birno) e di una contadina (tale Pippa de Cicco, secondo Gustavo Valente), era ancora ragazzino quando fu catturato dal terribile pirata Barbarossa nel sacco di Le Castella del 1536. Molti furono uccisi dai turchi mentre Giovan Dionigi, insieme ad altri ragazzi e giovani donne, fu incatenato e portato a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) per essere messo in vendita. Ridotto in schiavitù fu venduto al rais Giafer che lo destinò al remo delle sue galere.
Pare che il ragazzo fosse molto brutto e sgraziato e, per di più, di salute cagionevole, ma che avesse i primi rudimenti d’istruzione. Giafer lo prese a ben volere e il calabrese dimostrò presto abilità e destrezza, oltre a grande ambizione, tanto da entrare nelle grazie del rais che gli concesse il comando delle sue navi e la figlia in moglie.
Soprannominato “il rognoso” o “il tignoso”, per via di una malattia che lo rendeva calvo sin dalla fanciullezza, Giovan Dionigi cominciò a ottenere i primi guadagni e iniziò una rapida carriera, ottenendo presto la “patente” di corsaro.
Sicché un giorno, per vendicarsi di un torto subito da un turco che lo aveva schiaffeggiato e difendere il proprio onore, reagì con un pugno che provocò la morte dell’avversario. L’unico modo per evitare di subire una condanna a morte in base alla legge islamica era l’abiura del cristianesimo. Così Giovan Dionigi abbracciò la religione di Allah e diventò Uluç Alì, che significa Alì il Rinnegato, storpiato dai cristiani in Occhialì o Uccialì.
In tal modo ebbe ufficialmente inizio la sua carriera di pirata che lo porterà a imperversare in tutto il Mediterraneo, al servizio di Dragut.
Il suo nome è legato alla maggior parte delle incursioni sulle coste italiane, soprattutto del Regno di Napoli, al largo delle coste siciliane, dove arrecherà non pochi danni agli spagnoli, e secondo alcune voci tramerà con alcuni cospiratori calabresi per liberare la Calabria dal dominio della Spagna e unirla all’impero turco.
Alì partecipò a numerose battaglie e a ripetuti assalti, diventando autore di rilevanti imprese belliche, in Calabria e in tutta Italia. In una vita costellata di scorrerie e stragi, accumulò terre e fama e, alla morte di Dragut, subentrò a capo della flotta ottomana. Considerato il miglior comandante, nell’ottobre del 1571 fu chiamato per combattere a Lepanto contro i Doria, dimostrando grande coraggio e abilità e riuscendo, unico esempio nella dura sconfitta inferta dai cristiani, a trarre in salvo se stesso e le sue navi, riportando a Costantinopoli, come trofeo, lo stendardo dei cavalieri di Malta.
Il coraggio dimostrato nella battaglia di Lepanto gli valse il titolo di grande ammiraglio della flotta turca e l’appellativo di Kılıç Alì, cioè Alì la Spada.
Forte della nuova carica, Occhialì riorganizzò le sue armate per sfidare ancora le flotte cristiane e si affacciò, perciò, nuovamente nel Mediterraneo, imperversando sulle coste calabre, campane, pugliesi, greche, cipriote, africane e spagnole, con il fine ultimo di riconquistare Tunisi.
Dominatore incontrastato del mare Nostrum, nel 1576 sbarcò di nuovo in Calabria, nei pressi di Trebisacce. Qui fu tuttavia fronteggiato e costretto a reimbarcarsi, facendo ritorno a Costantinopoli dove lo attendevano grandi onori, oltre alle corone di Tripoli, Tunisi e Algeri.
Per la cronaca, quella fu l’ultima volta che vide la Calabria: Occhialì morì infatti pochi anni dopo nella moschea sulla collina da lui stesso fatta costruire a Istanbul, lasciando ai suoi numerosi servitori case e beni di proprietà, concentrati nel villaggio da lui fondato e chiamato “Nuova Calabria”, e portandosi nel cuore il rammarico di non aver potuto riabbracciare la madre che lo aveva maledetto per la sua abiura. Secondo la leggenda, invece, egli, sentendo vicina la morte, tornò clandestinamente sul suolo natio per essere seppellito da cristiano sulle sponde del mar Ionio.
Non è noto ai posteri se egli sia riuscito a entrare nel paradiso musulmano o in quello cristiano. A Le Castella, però, si racconta che il suo fantasma si aggiri ancora oggi nei pressi del maniero: è un’ombra smarrita e tormentata che erra nelle tenebre per aver tradito la sua terra d’origine e non aver meritato il perdono della madre.