Antonio Grosso al Cilea: “Con Minchia Signor Tenente racconto gli eroi silenziosi”

L'intervista all'attore e drammaturgo che sabato sera ha chiuso la stagione teatrale 2025-2026 dell'OdA di Piromalli con l'intensa e brillante commedia "Minchia Signor Tenente"

Antonio Grosso

Applausi lunghi, emozione sincera e un teatro gremito che ha riso, riflettuto e partecipato con trasporto fino all’ultimo minuto. Si è chiusa così, al Teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria, la stagione teatrale dell’Officina dell’Arte diretta da Peppe Piromalli, affidando il gran finale ad Antonio Grosso e alla sua intensa e brillante commedia “Minchia Signor Tenente”.

Antonio GrossoUno spettacolo capace di unire ironia e memoria civile, leggerezza e denuncia sociale, ambientato in un’Italia ferita ma ancora piena di speranza: quella del 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino. Sul palco, Grosso riesce nell’impresa non semplice di far sorridere affrontando temi delicati come mafia, legalità e sacrificio, mantenendo sempre vivo il rispetto per chi ha combattuto in prima linea.

Al termine dello spettacolo, l’attore e drammaturgo si è raccontato in un’intervista intensa e autentica.

«Minchia Signor Tenente nasce quasi vent’anni fa — racconta Antonio Grosso — quando ero veramente molto giovane. È una commedia che devo soprattutto a mio padre, maresciallo dei Carabinieri. Guardavamo insieme il Festival di Sanremo e, in quegli anni, c’era la canzone di Giorgio Faletti. Mio padre disse: “Se Faletti vince Sanremo, l’Italia cambia”. Sanremo non lo vinse, ma da lì nacque in me l’idea di scrivere questa tragicommedia».

Un’opera che affonda le sue radici nella vita personale dell’autore: «Sono cresciuto in mezzo ai militari: mio nonno, mio padre, i miei zii. Ho cercato di creare uno spettacolo che desse onore alla divisa e soprattutto a quelli che definisco gli “eroi minori”, quelli silenziosi».

La commedia è ambientata in un anno simbolico della storia italiana.

«È ambientata nel 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino. Non racconta direttamente quei fatti, ma si avvicina a quelle atmosfere e a quelle ferite. Siamo riusciti a far ridere parlando di mafia e di tragedie che hanno sconvolto il Paese, senza mai mancare di rispetto al dolore».

Grosso rivendica anche la forza della comicità come strumento di denuncia: «Pif lo ha fatto anni dopo con “La mafia uccide solo d’estate”. Noi lo avevamo già fatto prima. Ridere può essere un modo straordinario per denunciare».

La scrittura di Antonio Grosso è delicata ma incisiva, popolare ma mai banale.

«Forse deriva dalla tradizione partenopea e dagli insegnamenti dei grandi padri della commedia all’italiana. Non so se ci riesco davvero, ma so che la gente si ritrova nelle mie storie. È la quotidianità che parla».

E aggiunge: «Quando mi dicono che questo è teatro “nazionale popolare”, io non mi offendo affatto. Anzi, ne sono orgoglioso, perché significa arrivare al cuore delle persone. Il pubblico esce dal teatro e continua a ricordarsi dello spettacolo».

Da bambino il sogno era seguire le orme di famiglia.

«Ero convinto di voler fare il carabiniere. Mio padre però mi diceva sempre che era un mestiere di sacrifici e che avrei dovuto studiare per fare altro. Quando poi decisi di fare l’attore, lui mi disse: “Forse era meglio se facevi il carabiniere”», racconta sorridendo.

Parole di grande stima anche per Peppe Piromalli, direttore artistico dell’Officina dell’Arte, realtà che da anni porta a Reggio Calabria una stagione teatrale di livello nazionale.

«Peppe fa un lavoro enorme sul territorio. Riesce con le sue forze a costruire una stagione teatrale importante. Il teatro non è solo spettacolo: è linguaggio, è comunità, è crescita sociale. La cultura è concime per la nostra vita. Senza cultura diventeremmo poveri, non economicamente ma umanamente. Spero davvero che continui questo lavoro, perché senza teatro l’impoverimento della società arriva molto in fretta».

Commovente anche il ricordo dedicato a Giorgio Faletti, ispiratore inconsapevole della commedia.

«Con Faletti ci siamo scritti. Conosceva lo spettacolo, ma purtroppo non è mai riuscito a vederlo. Oggi, mi piacerebbe immaginarlo dietro le quinte, parte invisibile del cast. Perché senza la sua canzone questa commedia non sarebbe mai nata. E mi piacerebbe dedicargli l’applauso finale».

Particolarmente significativa la presenza, nella matinée reggina, di tanti studenti delle scuole cittadine.

«Spero che i ragazzi, dopo aver visto questo spettacolo, abbiano la curiosità di capire chi fossero Falcone, Borsellino, Chinnici, Cassarà, Dalla Chiesa e tutti gli uomini delle scorte. Persone che hanno sacrificato la propria vita affinché oggi potessimo vivere meglio».

Poi il monito finale: «Le mafie non sono sparite. Forse, oggi sono ancora più pericolose perché silenziose, perché si infiltrano nella legalità apparente. Ma Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che anche l’impossibile può diventare possibile».

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