Arangea, a spasso nella memoria della Real Fonderia Borbonica
La Passeggiata Patrimoniale ad Arangea riscopre fonderia borbonica, miniere del Valanidi e memoria dei minatori sassoni. Ora l'appello: valorizzare il sito - GALLERY
Una passeggiata tra miniere, paesaggio e memoria per riportare alla luce una pagina poco conosciuta della storia produttiva di Reggio Calabria. Ieri, 26 settembre, Arangea è stata protagonista della Passeggiata Patrimoniale “Arangea e la fonderia borbonica: tracce di una rivoluzione industriale dimenticata”, iniziativa inserita nelle Giornate Europee del Patrimonio 2026, dedicate al tema “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”.
A promuovere l’appuntamento è stata l’APS Comunità Patrimoniale “Scalinata Monumentale di Via Giudecca”, con il patrocinio del Comune di Reggio Calabria e del Ministero della Cultura e la partecipazione del Consiglio d’Europa. Hanno collaborato Faro Italia Platform – Rete Infrastrutture Urbane, il Comitato di Quartiere Arangea, il Comitato di Quartiere Ravagnese e la comunità locale.
Il percorso ha consentito di rileggere le tracce dell’antico complesso metallurgico di Arangea, strettamente legato alle attività estrattive della vallata del Valanidi. Una storia spesso ricondotta genericamente a una “miniera”, ma che rimanda più propriamente a una fonderia borbonica, destinata alla lavorazione dei minerali estratti nel territorio.
Una fabbrica nel cuore del Settecento
Argento e rame erano tra le risorse estratte e lavorate all’interno di questo sistema produttivo che, secondo le ricostruzioni illustrate durante la passeggiata, nella metà del Settecento arrivò a coinvolgere circa 700 lavoratori, oltre al personale dirigente e alle altre maestranze.
Un dato che restituisce la dimensione dell’impianto se rapportato alla popolazione dell’epoca e che consente di leggere Arangea all’interno della più ampia politica di sviluppo protoindustriale del Regno borbonico.
A guidare la passeggiata è stato il giornalista e scrittore Giorgio Gatto Costantino, che ha introdotto il tema delle Giornate Europee del Patrimonio partendo proprio dalla chiesa di Arangea, dedicata a San Giovanni Nepomuceno, figura particolarmente legata alla comunità dei minatori sassoni arrivati in Calabria.
«Nella chiesa di Arangea ci sono due statue dedicate a San Giovanni Nepomuceno, oltre a un dipinto e a un affresco. I minatori sassoni lo avevano scelto come protettore dagli allagamenti delle miniere, uno dei pericoli più temuti insieme ai crolli. Il fatto che questa devozione sia arrivata fin qui racconta una presenza che non fu soltanto temporanea, ma che si radicò nel territorio».
La presenza delle maestranze provenienti dalla Sassonia apre infatti una prospettiva europea sulla storia di Arangea. Carlo di Borbone, secondo quanto ricostruito durante l’incontro, puntava a rafforzare l’autonomia produttiva del Regno e, per lo studio, l’estrazione e la lavorazione dei minerali, fece arrivare in Calabria personale specializzato proveniente da una delle aree europee più avanzate in questo settore.
«Quando pensiamo alla storia industriale europea – ha spiegato Gatto Costantino – dobbiamo ricordare che la nostra fonderia era già attiva nel 1752. E quando, tra il 1760 e il 1780, viene generalmente collocato l’avvio della prima rivoluzione industriale, qui esisteva già un impianto con maestranze specializzate e lavorazioni metallurgiche. Questo ci dice che il territorio calabrese non fu estraneo a quel processo, ma ne rappresentò una componente».
Il legame con i Gagliardi e il Casino
La passeggiata ha poi condotto i partecipanti nei luoghi che raccontano il rapporto tra la fonderia e le famiglie che possedevano i terreni dell’area. Tra questi il Casino Gagliardi, struttura oggi in parte residuale, ma un tempo inserita nel vasto feudo della famiglia Gagliardi.
A illustrarne la storia è stato l’avvocato Lorenzo Fascì, che ha ricordato come il termine “casino” indicasse una seconda residenza delle famiglie nobili, spesso collocata fuori dal centro abitato e legata anche alla gestione delle proprietà.
«Il Casino Gagliardi si trovava all’interno di un feudo molto vasto, che arrivava fino al Valanidi, dove erano presenti le bocche delle miniere dalle quali veniva estratto il materiale destinato alla lavorazione. Questa zona era attraversata da una viabilità molto antica e lungo il percorso si trovavano le proprietà di diverse famiglie latifondiste».
Fascì ha poi raccontato la storia legata alle 99 finestre del Casino Gagliardi, costruito in occasione del matrimonio della figlia del marchese. Secondo il racconto tramandato, il proprietario avrebbe voluto invitare il re di Napoli e costruire la residenza con una finestra in meno rispetto alla reggia di Caserta, che ne avrebbe avute cento.
Il sovrano non arrivò ad Arangea, ma la zona fu comunque interessata da visite istituzionali di alto livello. Fascì ha ricordato in particolare la presenza del viceré di Sicilia, rimasto per diversi giorni per ispezionare le miniere e l’impianto.
«Il fatto che il viceré sia venuto qui per più giorni – ha osservato Fascì – restituisce l’importanza che questo sito doveva avere. La miniera era pienamente inserita nel feudo Gagliardi e il rapporto con la famiglia era parte della realtà economica e politica del territorio».
Un rapporto sul quale è tornato anche Gatto Costantino, sottolineando il rapporto tra il potere centrale borbonico e i potentati locali: «Questa vicenda racconta bene il limite, ma anche la potenza, del Regno delle Due Sicilie: da una parte un potere centrale che cercava di industrializzare e sviluppare tecnicamente il territorio, dall’altra i feudi e i poteri locali. Nel caso dei Gagliardi sembra che questo rapporto abbia funzionato, tanto che la famiglia forniva anche materiali necessari alla lavorazione, come il legname utilizzato nei forni».
Dalla chiesa alla casa di padre Moscato
Prima di raggiungere l’area della miniera, il percorso ha toccato altri luoghi della memoria di Arangea.
All’interno della chiesa è stata ricordata anche la figura di Michele Prestipino, artista e restauratore, autore di opere presenti in diverse chiese reggine. La direttrice del Museo Diocesano, Lucia Lojacono, ha ricordato il suo lavoro di restauro e la presenza di sue opere alla Cattolica dei Greci e nella chiesa cattedrale.
Il percorso è quindi proseguito davanti alla casa natale di padre Demetrio Moscato, nato a Gallina nel 1888 e morto a Salerno nel 1968, al quale è intitolata la scuola di Gallina.
Parroco di Arangea, Moscato si prodigò dopo il terremoto del 1908 nel soccorso alla popolazione e nel recupero di oggetti sacri dalle macerie. Tra questi anche il tronco della colonna di San Paolo, oggi conservato nella cattedrale di Reggio Calabria.
La sua storia si lega inoltre alla Prima guerra mondiale: padre Moscato fu cappellano militare e venne decorato con la medaglia d’oro al valor militare.
La “miniera” e le tracce della Real Fonderia
Il momento centrale della passeggiata è arrivato nella zona ancora oggi chiamata Miniera, dove sono visibili diverse strutture riconducibili all’antico insediamento.
Un monolite di minerale collocato all’interno di un’edicola e un cartello dedicato alla Real Fonderia, posto grazie all’impegno di Gatto Costantino, ricordano la funzione produttiva dell’area. La presenza del monolite è stata collegata alla memoria della lavorazione dei minerali e alla volontà, alla fine dell’Ottocento, di conservare una testimonianza di ciò che era esistito in quel luogo.
Gatto Costantino ha letto anche le parole di monsignor Antonio De Lorenzo, che descriveva la zona come disseminata di scorie delle antiche fonderie metallurgiche e ricordava come, sotto Carlo III, vi lavorassero circa 700 persone, oltre agli ufficiali e al personale dirigente.
Tra i reperti legati alla storia della fonderia è stata ricordata anche una patena d’argento conservata nel Museo di San Paolo, realizzata, secondo la tradizione riportata durante la visita, con il primo argento prodotto dalla miniera. Insieme alla patena sarebbe stata realizzata anche una pisside, poi andata perduta. La patena, invece, fu recuperata e conservata. Sulla patena è presente una dedica in latino legata al matrimonio di re Carlo e della regina Amalia, a testimonianza del legame che la tradizione attribuisce alla coppia reale con il primo argento prodotto dalla miniera.
Un patrimonio da riscoprire
La passeggiata si è conclusa tra i ruderi dell’antico complesso, dove sono ancora riconoscibili elementi che potrebbero essere riferiti alla chiesa e alla canonica, oltre a tratti della viabilità storica, tronconi di muro, nicchie e altre strutture.
«Le fondamenta della chiesa – ha spiegato Gatto Costantino – potrebbero corrispondere allo spazio pianeggiante accanto al rudere. Ci sono poi la vecchia strada della Miniera, altri ruderi e ulteriori pertinenze che completano il sito».
Il patrimonio di Arangea, dunque, non è soltanto quello delle strutture ancora visibili. È anche la memoria delle persone, delle competenze arrivate dalla Sassonia, del lavoro, delle attività estrattive e delle relazioni sociali nate intorno alla fonderia.
Un’eredità che la Comunità Patrimoniale della Scalinata di Via Giudecca, presieduta da Simona Lanzoni, vorrebbe ora contribuire a valorizzare.
«È stata una giornata bella e molto partecipata, proprio come ci aspettiamo dalle Giornate Europee del Patrimonio. Abbiamo avuto l’opportunità di riportare l’attenzione su uno di quei patrimoni sommersi che insistono sul nostro territorio e di farlo insieme alla cittadinanza e ai comitati, in particolare quello di Arangea e quello di Ravagnese».
Lanzoni ha sottolineato anche la necessità di approfondire la situazione del sito, a partire dalla proprietà e dai vincoli esistenti.
«Vorremmo capire, attraverso gli archivi e gli enti competenti, se oltre al vincolo paesaggistico esistano altri vincoli e quali siano le condizioni per poter avviare un percorso di coprogettazione e valorizzazione. L’obiettivo è capire, grazie ai suggerimenti degli esperti di settore presenti oggi, quali strade siano concretamente percorribili».
Tra le prospettive indicate c’è anche quella di mettere in relazione Arangea con gli altri luoghi calabresi della storia mineraria e protoindustriale, in particolare l’area dello Stilaro e delle Serre, con Stilo, Pazzano, Bivongi e Mongiana.
«Sarebbe importante agganciare il sito della miniera di Arangea alla rete della Ferdinandea di Mongiana e costruire una rete dell’archeologia industriale e del patrimonio metallifero. Esistono piattaforme che consentono di censire questi luoghi e creare una mappatura più ampia. Vorremmo capire cosa possiamo fare per mettere questo patrimonio a sistema e trasformarlo in un luogo culturale e turistico».
La passeggiata di Arangea ha così riportato per qualche ora al centro dell’attenzione un luogo che il tempo ha quasi cancellato, ma nel quale restano tracce capaci di raccontare una storia europea: quella di una fonderia nata nel Settecento, dei minerali estratti nel Valanidi, delle maestranze sassoni arrivate in Calabria e di una comunità che, attraverso il lavoro e la devozione, trasformò un insediamento produttivo in una parte della propria identità.
Ora serve che chi ha competenza e responsabilità sul patrimonio e sul territorio raccolga questo appello e faccia qualcosa di concreto perché le tracce della Real Fonderia di Arangea non restino soltanto una memoria da raccontare, ma possano essere studiate, tutelate e valorizzate!