A(r)MO, il teatro che dà voce alla memoria e alle migrazioni

Domani 11 dicembre A(r)MO va in scena al Festival delle Migrazioni Winter Edition 2025. Amore, memoria e storie di migranti al centro dello spettacolo di Tiziana Bianca Calabrò (produzione Ucrìu/Teatro Proskenion)

ARMO Tiziana Calabrò Foto di Marco Costantino

Quando il teatro non si limita a raccontare ma si fa custode di nomi, della memoria, delle esistenze sospese dà vita a un qualcosa di più profondo che va oltre lo spettacolo. Questo è A(r)MO, il racconto che intreccia amore e migrazione e che sarà ospitato domani 11 dicembre 2025, alle ore 21:00, presso l’Antico Frantoio Calabró di Sant’Alessio d’Aspromonte (RC) nell’ambito del Festival delle Migrazioni – Winter Edition 2025 “Restanza e Migrazioni”, promosso da Coopisa.

A(r)MO, storia d’amore e di migranti

A(r)MO è uno spettacolo che tocca corde profonde, perfettamente in linea con un festival che parla alla comunità e alla sua storia collettiva. È “una storia d’amore struggente, una riflessione cruda e profonda sul delicato e complesso tema delle migrazioni, tema che tocca, oggi più che mai, le sensibili corde delle nostre memorie per declinarsi, ancora una volta, al presente che ci circonda”. Così lo definisce Domenico D’Agostino del TIP.

Scritto da Tiziana Bianca Calabrò, interpretato da Renata Falcone, con la collaborazione artistica di Vincenzo Mercurio e la regia di Basilio Musolino, in effetti, A(r)MO nasce dall’urgenza di raccontare ciò che spesso resta ai margini.

“Una storia d’amore ma anche di migranza, nostra, e di oggi – spiega la stessa Tiziana Bianca Calabrò – uno spettacolo necessario data l’attualità delle politiche sempre più restrittive contro la migrazione”.

La trama: tra il cimitero di Armo e le vite sospese

Il titolo richiama il cimitero di Armo, luogo reale e simbolico allo stesso tempo, dove riposano migranti morti in mare e dove la protagonista Carmen diventa la voce di chi voce non ha più. Davanti a una tomba senza nome, ricostruisce un’esistenza fatta di amori perduti, partenze, silenzi e ritorni mancati. Il ragazzo sconosciuto, che lei ribattezza CarloAlberto come l’amato della sua giovinezza emigrato “in America”, diventa un punto di contatto tra memoria personale e memoria collettiva. Le sue parole, che scorrono come un rosario, rievocano un intreccio di mancanze, ingiustizie e speranze infrante. Il cimitero si trasforma così in un luogo sospeso, dove i morti non sono numeri ma presenze che chiedono ascolto, e dove il dolore privato incontra quello di intere comunità.

Restituire dignità, non spettacolarizzare il dolore

Il lavoro di Basilio Musolino e della compagnia si concentra sul restituire umanità ai migranti scomparsi, chiamandoli per nome e riportandoli alla luce, con l’intento ben preciso di evitare ogni forma di spettacolarizzazione del dramma migratorio.

La visione è chiara: “Il corpo e la voce dell’attrice diventano quelli di chi ha lasciato la propria terra per necessità e non è riuscito a sopravvivere al viaggio. Carmen, donna forte e indomita, condivide con loro il destino di un amore perduto senza un corpo da piangere”.

La scenografia, essenziale ma evocativa, si anima attraverso le azioni in scena di Renata Falcone. Il colore ambra, dominante, richiama sia i deserti attraversati dai migranti sia la luce calda che illumina il cimitero di Armo nei pomeriggi di sole.

Un appuntamento da non perdere

Attraverso il racconto di Carmen, A(r)MO ci ricorda che dietro ogni migrazione c’è una vita, un volto e un amore. Che domani sera tornerà a farsi voce. E sarà impossibile restare indifferenti.

L’ingresso allo spettacolo è libero. Per info festivalmigrazioniwe@gmail.com

Share via