Aroldo Tieri: una vita per il palcoscenico

Ritratto di Aroldo Tieri, attore inquieto ed elegante: oltre sessant’anni tra teatro, cinema, tv e radio, tra rigore artistico, grandi ruoli e memoria del palcoscenico

Tieri in Monsieur Jean 1970

Uomo inquieto. Attore inquieto. Appartato. Silenzioso. Ma impegnato a lavorare nel rigore più accanito e a cercare letture diverse, rischiando sempre. In una sfida continua. Senza arroganza. Senza protervia’. Questo era Aroldo Tieri secondo Luigi Vaccari. Istrionico, riservato ed elegante, un vero gentleman della scena, ‘un attore per tutte le stagioni’ che ha trascorso oltre 60 anni tra teatro, cinema, tv e radio, in quella che può ben definirsi “una vita per il palcoscenico”.

Un palcoscenico calcato fin da giovanissimo grazie a una vocazione venuta da lontano. Dal padre Vincenzo, noto commediografo, giornalista e politico che fu per lui maestro nel ‘mestiere di uomo e di attore’. O, forse, per via della ‘calabresite’ che gli impose di andare avanti con orgoglio e caparbia e che si portò sempre dietro pur allontanandosi molto presto dalla sua Corigliano, dove nacque il 28 agosto 1917.

“Mio padre partì dal paese come un emigrante che va nel continente a cercare fortuna. Partì con tutta la famiglia in terza classe. Con il provolone, le provviste e perfino l’orinale, perché i treni non avevano neanche le toilettes allora” confessa Aroldo Tieri nell’intervista a Franco Bruno – andando incontro come tutti gli emigrati al destino ingrato di una terra amata ed amara, in un viaggio di sola andata verso Roma.

Qui, diplomatosi all’Accademia d’arte drammatica nel 1937, al suo primo debutto nel saggio della Compagnia, fu subito notato dal famoso critico teatrale e regista Renato Simoni che lo scelse per il ruolo di Malatestino nella Francesca Da Rimini di D’annunzio. Quella parte gli aprì le porte del teatro professionale, ottenendo una scrittura per tre anni nella compagnia del Teatro Eliseo.

Così iniziò la sua lunga carriera. Tra interpretazioni difficili e repertori contemporanei, passando con facilità da un ruolo all’altro, interprete,  di volta in volta, di personaggi ambigui che condensavano i vizi di una società ormai logora: i libertini perplessi, i traditori traditi, i nevrastenici, i cattivi, con un quid unico apportato da quel volto scavato, bruno, tipicamente meridionale, con il ‘forte naso che si impenna sulle labbra spesse e ben disegnate’ e la voce calda e suadente.

Furono quelli anche gli anni della rivista insieme ad Anna Magnani, Walter Chiari e Gino Cervi. Ma il teatro non condensò tutta la passione che il giovane Aroldo aveva per lo spettacolo. Ed arrivarono la tv e la radio, con i Gran Varietà, Canzonissima, gli sceneggiati televisivi e, soprattutto, il cinema. Dopo il debutto nel ’39 con Mario Mattoli, in Mille Km al minuto e le commedie dei telefoni bianchi, negli anni Cinquanta e Sessanta, Tieri girò 126 film che lo consegnarono alla notorietà, lasciandogli però il retrogusto di un cinema di seconda serie. Unica eccezione l’incontro con i mostri della grande scuola di varietà e della tradizione sancarlinesca: Totò e Peppino De Filippo.

Quel cinema cieco che lo relegò sempre nel ruolo di ‘spalla’, confinandolo nel bizzoso, nel geloso o nel tradito, di turno, ebbe, però, solo la maschera di Tieri, non l’anima.

La parentesi cinematografica lo lasciò indenne, anzi gli occorse, se vogliamo, per prepararsi meglio, reinventandosi uomo e attore nuovo in teatro, intrigato ed intrigante, librandosi in un volo alto e sicuro, capace di misurarsi con personaggi diversissimi. Del resto, come scrisse Tullio Kezich, “senza quei 100 piccoli film, oggi non avremmo un grande attore”.

Il 1965 fu l’anno dell’abbandono definitivo ai set e del rientro pieno, totale, in teatro.

Decisivo fu l’incontro con Giuliana Lojodice che fin da quando gli si presentò con una valigetta in mano davanti alla porta del suo appartamento da ‘scapolo scientifico’, come egli stesso amava definirsi, avviò un sodalizio destinato a durare nella scena come nella vita. Unica donna, dopo tante comparse, a conquistare il suo cuore, diventando molto tempo dopo sua moglie.

Tieri, Lojodice in Monsieur Jean 1970Il sodalizio raro e prezioso della premiata ditta Tieri-Lojodice accumula così teorie di successi, creando repertori avvincenti, con estro, professionalità ed onestà e rendendo un servizio non solo all’arte scenica ma anche alla cultura generale richiamata a considerare i grandi classici, i testi perduti o abbandonati. Ed ecco allora Molière, Shaw, Wilde, Pirandello, toccando i vertici con ‘Un marito’ di Svevo che valse a Tieri il premio Curcio per il Teatro nel 1984, e via via affinandosi con Feydeau, Rosso di San Secondo fino a ‘L’amante’ di Marguerite Duras che segnò, nel 1999, il definito ritiro dalle scene.

Aroldo Tieri se ne è andato il 28 dicembre del 2006, portando via con sé i suoi silenzi, le sue ricercate solitudini, la sua magia, la sua capacità di emozionare e scatenare sentimenti eccessivi, contrastanti, offrendo, però, come affermava Vittorio Gassman ‘la certezza di una continuità fertile del nostro lavoro, di un mistero fisico e psichico che non si esaurisce nel tempo e che dà un senso alla nostra vita stessa’. Forse, è questa la vera immortalità.

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