“Brokeback Mountain” inaugura la stagione della Polis Cultura tra silenzi, musica e verità

Ieri sera al teatro Cilea "Brokeback Mountain": un amore che non chiede permesso, una storia che scava nell'anima e resta impressa come una ferita aperta (Fotogallery) 

Brokeback Mountain Foto di Antonio Sollazzo

Un silenzio carico di attesa, le luci che si abbassano e il teatro “Francesco Cilea” diventa immediatamente un luogo dell’anima. “Brokeback Mountain” irrompe sulla scena con la forza di un racconto che non chiede permesso, ma travolge, ferisce, resta. È così che si è aperta ieri sera, 3 gennaio 2026, nella massima culla dell’arte reggina la stagione teatrale della Polis Cultura di Lillo Chilà con uno spettacolo che non consola, ma scava.

La regia di Giancarlo Nicoletti sceglie la via dell’essenzialità emotiva, lasciando che siano i corpi, le voci e i silenzi a parlare. Al centro, due interpreti di straordinaria intensità: Edoardo Purgatori e Filippo Contri. I loro Jack Twist ed Ennis Del Mar non sono personaggi, ma uomini vivi, attraversati da un amore impossibile da nominare e da un tempo che li consuma. La loro interpretazione è misurata, mai enfatica e proprio per questo colpisce: sguardi trattenuti, silenzi pesanti come macigni, parole che arrivano spesso troppo tardi. Purgatori restituisce un Jack vitale, inquieto, disperatamente aggrappato all’idea di una felicità possibile; Contri disegna un Ennis chiuso, ferito, prigioniero di una paura che diventa destino. Insieme costruiscono una relazione scenica credibile, struggente, profondamente umana.

Al centro della narrazione c’è la storia d’amore di due giovani pastori, Jack ed Ennis, che nasce in modo improvviso e incontrollabile tra le montagne del Wyoming. Un sentimento autentico, puro, che si sviluppa lontano dagli sguardi del mondo ma che proprio per questo è destinato a scontrarsi con una realtà ostile, fatta di paura, convenzioni sociali e repressione. Il loro amore non può trovare spazio né parole, e resta confinato in incontri rubati e in un legame che il tempo non riesce a spezzare. È una relazione segnata dall’impossibilità di essere vissuta alla luce del sole, ma anche dalla forza incrollabile di un sentimento che, nonostante tutto, continua a esistere.

A farsi voce di ciò che resta imprigionato dentro i protagonisti è la cantautrice Malika Ayane, presenza magnetica e necessaria. La sua voce intensa e vibrante sembra nascere direttamente dai loro silenzi, diventando il canto delle cose non dette, dei desideri rimossi, della nostalgia che attraversa tutta la storia. Malika non commenta l’azione: la incarna, la sublima, la rende universale. Ogni nota è un’emozione che prende forma. Malika con la sua voce maliarda, incastona brani in uno spettacolo intenso e complesso creando una corrente emotiva continua che trascina dentro ogni spettatore.

La live band accompagna e amplifica questo viaggio emotivo con grande sensibilità: Marco Bosco al piano, Giacomo Belli alle chitarre, Giulio Scarpato al basso e contrabbasso e Mimosa Campironi all’armonica e alla chitarra costruiscono un paesaggio sonoro intimo e pulsante, capace di sostenere il racconto senza mai sovrastarlo.

Il colpo finale arriva con una frase che resta sospesa nell’aria come una sentenza: «Se una cosa non la puoi aggiustare devi tenertela com’è».

Jack la rivolge a Ennis, ma è il cuore stesso dello spettacolo a pronunciarla. In quelle parole c’è tutto: l’impossibilità di cambiare il passato, la condanna a convivere con l’amore e con il rimpianto, la verità dolorosa di un sentimento che, anche quando non può essere vissuto, non smette mai di esistere.

Portare sul palcoscenico del teatro “Cilea” una storia che racconta l’amore tra due uomini, in una società che, purtroppo, ancora oggi lo rifiuta e lo condanna al silenzio, è un atto culturale forte e consapevole.

“Brokeback Mountain” è un’opera intensa, necessaria, che apre la stagione della Polis Cultura con coraggio e profondità, ricordandoci che l’arte, quando è vera, non intrattiene soltanto: lascia ferite, sprona, guarisce. E proprio per questo resta. Con questa scelta, il direttore artistico Chilà e il suo team riaffermano il ruolo del teatro come spazio di libertà, confronto, capace di anticipare il cambiamento e di dare voce a ciò che spesso viene taciuto.

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