C’è amore nell’aria: Giacomo Casanova e la Calabria

Viaggiatore, seduttore, avventuriero, ma soprattutto scrittore di sé stesso: Giacomo Casanova non fu soltanto il protagonista di una vita romanzesca, bensì l’osservatore lucidissimo di un’Europa in trasformazione. E nel suo viaggio ai margini del mondo civile, la Calabria occupa un posto breve ma rivelatore

Trame

Passato alla storia come il più grande seduttore di tutti i tempi, Casanova fu un intellettuale spesso in viaggio, un osservatore instancabile dell’Europa dei Lumi, capace di raccontare il proprio tempo con una franchezza che ancora oggi disarma.

Giacomo Casanova orchestra, pianifica, improvvisa, sbaglia, si rialza, e soprattutto racconta tutto con una serietà tale da diventare irresistibilmente comica.

Oltre il mito: chi era davvero Giacomo Casanova

Casanova ritratto

Giacomo Casanova ritratto dal fratello Francesco

Dietro la maschera del libertino si nasconde una figura molto complessa, un uomo di penna oltre che di piacere, capace di attraversare le corti d’Europa con la stessa disinvoltura con cui attraversava identità, ruoli, fortune e rovine.

Nato a Venezia nel 1725, Casanova ricevette una formazione solida, studiando diritto, filosofia e matematica, ma dimostrando presto un’insofferenza naturale per ogni forma di disciplina rigida. Fu avventuriero, diplomatico, alchimista dilettante, musicista, bibliotecario e, soprattutto, scrittore.

Histoire de ma vie, cronaca dell’Illuminismo europeo

La sua opera capitale, Histoire de ma vie, monumentale autobiografia redatta in francese negli ultimi anni della sua esistenza, non è soltanto il racconto delle sue conquiste amorose, ma una straordinaria cronaca dell’Europa illuminista: corti, salotti, città e paesaggi vi emergono con vividezza quasi pittorica. Un grande affresco del secolo dei Lumi, scritto con una libertà stilistica e morale che sorprende. In quelle pagine convivono l’ironia e la disperazione, l’eros e la filosofia, la curiosità scientifica e il pregiudizio culturale. «Io non ho mai preteso di essere migliore degli altri; ho voluto soltanto essere sincero», scrive, rivendicando la sua libertà di sguardo.

Viaggiare per fuggire: Casanova arriva in Calabria

Quando Casanova viaggia, raramente lo fa per turismo. I suoi spostamenti sono spesso fughe mascherate da viaggi, dettate da debiti, scandali, protezioni venute meno. Così accade anche nel Regno di Napoli, quando si spinge verso sud e attraversa la Calabria: una regione che non sceglie, ma che gli si impone come passaggio obbligato.

Siamo negli anni Quaranta del Settecento. L’Europa che Casanova conosce è fatta di salotti, teatri, accademie, conversazioni brillanti. La Calabria, invece, gli appare subito come un’altra dimensione, una terra di frontiera dove il vocabolario dell’Illuminismo sembra non attecchire. Fin dalle prime righe dedicate al nostro territorio, il tono è netto: «La Calabria è un paese dove non si viaggia se non tremando». Più avanti annota, lasciando emergere una critica che è insieme sociale e politica: «Le leggi non vi sono rispettate, e chi ha forza si fa giustizia da sé».

Le contraddizioni della Calabria settecentesca

Nelle Histoire de ma vie, la Calabria non occupa molte pagine, ma il suo peso simbolico è enorme. Casanova la descrive come una regione aspra, isolata, pericolosa, dove le strade sono impervie, le locande inaffidabili, la vita umana esposta a un rischio costante. Il brigantaggio è una presenza ossessiva, quasi mitica: ogni montagna può nascondere un agguato, ogni silenzio è una minaccia.

Il viaggiatore veneziano insiste sull’assenza di giustizia, sulla debolezza dello Stato, sulla legge del più forte. La paura non nasce tanto da episodi concreti quanto da un clima generale di insicurezza, amplificato dai racconti ascoltati lungo il cammino.

Gli abitanti gli appaiono diffidenti, chiusi, sospettosi verso lo straniero. È uno sguardo che dice molto della Calabria settecentesca, ma forse ancora di più di Casanova stesso: uomo di mondo, cosmopolita, incapace di leggere come autodifesa ciò che interpreta come barbarie.

Eppure, anche in questo paesaggio cupo, emergono contraddizioni.

La bontà inquieta più della violenza

Casanova racconta episodi di ospitalità improvvisa, di pasti offerti, di protezioni promesse. Ma persino la generosità lo turba: non è regolata da codici sociali stabili, non è mediata da istituzioni. È personale, diretta, imprevedibile.

Per un uomo abituato alle maschere della civiltà europea, questa umanità senza filtri è quasi più inquietante della violenza. La Calabria diventa così un luogo estremo, dove nulla è addomesticato, né il pericolo, né la bontà.

Quando Casanova lascia la Calabria, il tono è di sollievo. Torna a sentirsi “in Europa”, cioè in uno spazio che riconosce, che può decifrare. La regione resta per lui un episodio oscuro, non un’esperienza trasformativa. E proprio per questo è così preziosa per il lettore contemporaneo. Quel breve viaggio rivela i limiti dell’Illuminismo, la fragilità dello sguardo razionale quando si confronta con la complessità sociale. Rivela anche come il Sud d’Italia sia stato a lungo raccontato come periferia morale prima ancora che geografica.

La Calabria come frattura interna della storia europea

Leggere oggi Casanova, e il suo sguardo sulla Calabria, significa fare un doppio esercizio: storico e critico. Da un lato, riconoscere il valore straordinario di uno scrittore che ha saputo raccontare il proprio tempo senza ipocrisie. Dall’altro, smontare i pregiudizi che attraversano il suo racconto, senza cancellarlo.

Casanova dice la sua verità sulla Calabria. Ed è proprio questa soggettività, esibita senza pudore, a rendere Histoire de ma vie un’opera ancora viva: non un monumento morale, ma uno specchio, talvolta impietoso, dell’Europa che stava nascendo. La Calabria che Casanova descrive, violenta, irrazionale, refrattaria alle leggi, è anche una costruzione mentale, un controcampo simbolico rispetto all’Europa dei Lumi. Nel suo sguardo, la regione incarna ciò che l’Illuminismo teme: l’assenza di ordine, la fragilità dello Stato, la forza dei legami personali al posto delle istituzioni.

Ma proprio questa opposizione rivela qualcosa di profondo. La Calabria non è fuori dalla storia europea: è una delle sue fratture interne. Casanova, senza volerlo, mostra come l’Europa “civile” stia nascendo anche attraverso l’esclusione di ciò che non riesce a comprendere o governare.

Lo Stato e la distanza che dura da secoli

Sono trascorsi secoli e lo Stato non è ancora riuscito a diventare una presenza naturale e quotidiana in Calabria, e questo è un problema che attraversa ogni epoca. Casanova lo osserva con lo sguardo spaventato del forestiero, oggi lo si avverte con la stanchezza di chi resta.

La vera differenza, forse, è questa: nel Settecento quella distanza veniva descritta come barbarie; oggi sappiamo che è il risultato anche di una lunga storia di marginalità, promesse mancate e fiducia logorata. 

Share via