Cento anni di te: Edgar Morin
Nel ricordo di Edgar Morin appena scomparso: l'omaggio di CULT al grande filosofo della complessità che ha insegnato a comprendere il mondo oltre le semplificazioni
Oggi il mondo mi sembra un po’ più semplice. E non è una buona notizia.
Perché quando se ne va una voce capace di ricordarci che la realtà non è fatta di linee rette, ma di intrecci, di contraddizioni, di relazioni invisibili, allora il silenzio che resta pesa più della notizia stessa.
Per molti Edgar Morin è stato un filosofo, un sociologo, un intellettuale. Per altri, uno dei più grandi pensatori del Novecento e del nuovo secolo. Per me è stato qualcosa di diverso: un compagno che potevo comprendere e che poteva comprendermi. Una mente che, attraverso le pagine dei suoi libri, mi ha insegnato che capire non significa possedere una verità, ma imparare ad abitare la complessità.
Ho letto tutti i suoi libri. Li ho attraversati come si attraversano i paesaggi che finiscono per diventare casa. E in quelle pagine ho trovato una delle idee più rivoluzionarie che un essere umano possa incontrare: che l’intelligenza più alta non è quella che divide, ma quella che comprende.
Morin non ha mai avuto la tentazione delle risposte facili. Ha dedicato la sua vita a ricordarci che ogni fenomeno umano è un tessuto di relazioni, che ogni individuo contiene moltitudini, che ogni certezza dovrebbe conservare un margine di dubbio.
In un’epoca affamata di semplificazioni, lui ha avuto il coraggio di difendere la complessità.
Eppure la sua non era una complessità fredda, accademica, distante. Era una complessità profondamente umana. Parlava dell’amore, dell’errore, della fragilità, della conoscenza, della politica, della vita e della morte come parti di uno stesso disegno. Ci insegnava che comprendere una persona è molto più difficile che giudicarla e infinitamente più importante.
Per questo oggi non sento soltanto la scomparsa di un grande pensatore.
Sento la perdita di un punto di riferimento.
Ci sono autori che ammiriamo e autori che ci accompagnano. Morin appartiene alla seconda categoria. Era una bussola. Non indicava una destinazione precisa; insegnava a orientarsi nel disordine del mondo.
E forse è proprio questa la sua eredità più grande.
Lasciarci l’idea che la conoscenza non debba renderci più arroganti ma più umili. Che l’intelligenza autentica sia capace di accogliere l’incertezza. Che comprendere gli altri sia un atto di coraggio. Che nessun essere umano possa essere ridotto a una definizione.
Oggi mi sento più sola.
Non perché i suoi libri siano spariti. Restano qui, accanto al mio letto, pronti a essere riaperti. Restano le sue parole, le sue intuizioni, la sua opera immensa.
Mi sento più sola perché alcune persone, pur non avendole mai incontrate, finiscono per abitare la nostra vita. Diventano presenze familiari. Ci aiutano a pensare. Ci aiutano a capire chi siamo.
Quando una di queste presenze viene a mancare, il mondo continua a girare. Ma qualcosa cambia nella nostra geografia interiore.
Eppure, forse, Morin sorriderebbe davanti a questo dolore.
Perché ci ha insegnato che ogni fine contiene una continuità, che ogni assenza genera nuove forme di presenza, che nulla esiste isolato dal resto.
Perciò oggi non saluto soltanto un uomo. Saluto cento anni di pensiero, di inquietudine, di lucidità e di umanità.
Saluto una voce che ha scelto di non semplificare il mondo ma di amarlo nella sua irriducibile complessità.
Saluto un maestro della comprensione.
E mentre il suo silenzio comincia, mi accorgo che continuerò a cercarlo dove l’ho sempre trovato: nelle domande che non hanno una sola risposta, nelle contraddizioni che non chiedono di essere cancellate, negli esseri umani che meritano di essere compresi prima di essere giudicati.
Cento anni di te.
E il mondo, da oggi, è un po’ meno capace di raccontarsi. Ma infinitamente più ricco per averti avuto.
E ricordo quando il tuo amico Magris mi ha detto: si pronuncia MORÁ, amica mia!
Allora: Ciao MORÁ