“C’era una volta a Reggio”: Calabrò racconta la città con amore e ironia

Presentato al Cineteatro Metropolitano il nuovo libro di Antonio Calabrò: un atto d’amore ironico e graffiante verso la città e i suoi abitanti

C'era una volta a Reggio 11 luglio

Una non-presentazione, un debutto sui generis, affatto “pesante” o “canonico” e senza “trombonate”, ma all’insegna dell’ironia e delle risate, con quel fondo di verità ontologica come sa fare bene quel “gran burlone” di Antonio Calabrò. In questo si è trasformata ieri pomeriggio al Metropolitano, la presentazione al mondo dell’ennesimo libro (il nono) da lui vergato C’era una volta a Reggio edito da Laruffa. Uno stile che calza a pennello col prolifico scrittore e direttore artistico del Cineteatro Metropolitano (nonché autore dell’attesissima rubrica domenicale “C’eravamo tanto amati” qui su Cult), che nella quarta di copertina si definisce amante delle “cose inutili e prive di senso, come starsene sdraiato al sole di luglio sulle spiagge ioniche in luoghi desolati” ma anche del “far ridere e commuovere le persone”, dell’”apprendere fatti e poi raccontarli ammantandoli della poesia del reale”.

Ma andiamo al libro che ha tirato in ballo il chiosco di Cesare, gli attori della compagnia teatrale l’Amaca, e soprattutto la città nei suoi secoli infiniti di storia e “incomparabile bellezza” e i Reggini, con i loro pregi e (soprattutto) difetti.

Reggio tra memoria e ironia

“C’era una volta a Reggio” è un viaggio poetico e ironico nel cuore di Reggio Calabria, tra storia, cultura popolare e contraddizioni. “Un atto d’amore per la mia città”, ha detto Antonio Calabrò, “un amore che richiede coraggio, critica e soprattutto verità”. Il libro attraversa secoli di storia e li filtra con la lente dell’umorismo e della memoria personale, facendo emergere un’immagine autentica, disincantata, ma affettuosa del “reggino medio”.

Il chiosco di Cesare e la copertina che unisce

Protagonista indiretto – ma non troppo – del libro è il mitico chiosco verde di Cesare. “Ho sempre visto il chiosco nella sua storicità ma invece è un simbolo sociale e identitario”, ha detto Davide De Stefano, emozionato per averlo trovato in copertina e raccontando episodi del passato. “Il gelato è inclusivo, unisce tutti: bambini, fidanzati, anziani, senza distinzioni. È un simbolo che accompagna la nostra vita. E Antonio Calabrò lo ha colto perfettamente”.

Il disegno in copertina è firmato dal prof. Pasquale Ferrara, docente di tecniche di illustrazione all’Accademia di Belle Arti e illustratore per DC Comics e Marvel, che ha raccontato l’origine del sodalizio artistico con Calabrò, “zio” d’anima e ispiratore e punto di riferimento fin da bambino.

Un libro che “si fa leggere da solo”

“Questo libro è un regalo a Reggio”, ha sottolineato l’editore Roberto Laruffa, “ogni Reggino dovrebbe leggerlo, perché riconcilia con la città. Antonio riesce a commuovere e far ridere nel giro di poche pagine. È un intellettuale atipico: mai autoreferenziale, ma pieno di sostanza”. Laruffa ha anche ricordato la dedica dell’autore alla giovinezza, “una giovinezza bellissima che ancora continua”, come metafora di uno spirito che resiste al tempo.

Gli attori, i Riggio Brothers e lo “slang”

A movimentare la serata ci hanno pensato gli attori dell’Associazione Culturale L’Amaca, da Anna Rita Fadda che ha recitato magistralmente alcuni passaggi del libro ai “Riggio Brothers”, Tonino Marra e Carmelo Cariddi, che hanno dato voce allo “slang” reggino, misurandosi con un monologo su “sciarriamundi”, cifra del quieto vivere dei reggini e con i “comandamenti” identitari: da “U cafè è pavatu” a “A Reggina l’aiu ‘nto cori”.

Le domande scomode

A dare pepe all’incontro la moderatrice Daniela Mazzeo e Rita Nocera, attrice dell’Amaca e speaker di Radio Touring 104, che ha incalzato l’autore sulla scelta della copertina: “Perché non i Bronzi, la cattedrale o l’Arena dello Stretto?”.

La risposta di Calabrò ha confermato le parole di De Stefano: “Ho scelto Cesare perché il gelato è gioia e condivisione. Reggio è una città ferita, che da secoli non riesce a risollevarsi definitivamente, vittima di catastrofi incredibili e di tante sofferenze. Ma nel dramma ciascuno di noi ha il dovere di trovare la bellezza, la gioia dell’esistenza. E cosa unifica di più se non il gusto, il piacere di assaporare un alimento che diventa un surplus rispetto alla fame, con cui la città ha fatto i conti. Questo momento unificante di dolcezza e beatitudine diventa un simbolo di appartenenza. Quell’appartenenza che ci manca e a cui dovremmo abbandonarci”.

Neanderthal, sinestesia e verità

Non manca nel libro – e nella serata – uno sguardo ai “personaggi” cittadini, veri e surreali. Anna Rita Fadda ha letto stralci della figura del “Neanderthal reggino”, come Peppino Mangiafichi, dipinto da Calabrò con tratti caricaturali (e sempre con una buona dose di ironia) ma specchio di un’anima collettiva.

Un altro elemento chiave della sua scrittura è la sinestesia: “Uso odori, suoni, gusti per evocare sensazioni – ha detto – mi rifaccio ai simbolisti francesi. La scrittura è uno spazio multisensoriale e il libro diventerà sempre più un luogo interattivo”.

Una città che va raccontata per quella che è

Alla domanda di Rita Nocera se non fosse meglio “lavare i panni sporchi in famiglia”, l’autore ha risposto netto: “Non possiamo raccontare solo la parte bella. Dobbiamo fare i conti con la realtà, anche se squallida. Tutti hanno una stanza vuota in casa: è quella del figlio partito altrove. Ed è una consapevolezza che fa male. Raccontare Reggio significa anche affrontare questo, la stanza vuota dei giovani che vanno via da un posto di incomparabile bellezza”.

“C’era una volta a Reggio” – ha concluso Calabrò – “non è un manuale di storia. È un viaggio all’interno di una città dell’anima. Non abbiamo scelto di nascere qui, ma abbiamo il dovere di volere bene a questa terra. Reggio c’era una volta, c’è e ci sarà, anche dopo di noi”. Un applauso caloroso ha chiuso una serata che è stata molto più di una presentazione: un riconoscersi collettivo, con le proprie debolezze ma con la forza di ridere di se stessi. Suggellata con una “gioiosa e inclusiva” degustazione del gelato di Cesare.

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