C’eravamo tanto amati: “fari i buttigghi”

La salsa di pomodoro, ovvero “Fari i bbuttigghi” era il rito dell’estate reggina: pomodori, zie, nonne, bambini sporchi e felici, profumi di casa e quella felicità rossa dell’infanzia

Fari i buttigghi pomodori

A fine estate in tutte le case basse del Reggino si preparava la conserva di pomodoro: si “facivunu i bbuttigghi”, oppure “si facivanu i pumaroru”.

Era un rito, una cerimonia vera e propria, che coinvolgeva gran parte del parentado, e cominciava quando la vecchia zia chiamava a raccolta i nipoti forzuti e comandava: pigghiati a caddara ru stanzinu e purtatila ‘nto cortili.

Queste case basse, eredità del terremoto d’inizio secolo, possedevano un piccolo spazio di terra, coltivato ad orto, con fiori, qualche albero, piante decorative e uno spazio di terra adibito a giocheria per i più piccoli, che scavavano buche tirando fuori i lombrichi, snidavano gli abitanti dei formicai, costruivano castelli, e ad ora di cena erano luridi come minatori, moltiplicando i loro anticorpi a dismisura.

Su questi pochi metri quadrati veniva predisposto un focolare, con mattoni pieni disposti in cerchio, e sugli stessi veniva posizionato il grande fusto metallico (in origine era per l’olio o la benzina) annerito dall’uso. Prima di accendergli il fuoco sotto, a caddara veniva scrupolosamente lavata, e poi riempita d’acqua per saggiarne l’equilibrio. L’uso delle griglie di metallo nel rione di ferrovieri era normale, perché si costruivano nell’officina FS limitrofa. Il fuoco consumava tantissima legna, si accendeva con quella delle cassette (i cascitti) e poi si nutriva con grossi ceppi raccolti in campagna.

Ma l’accensione era solo l’ultimo passo di una tiritera profumata e allegra che cominciava dalla mattina: le donne più anziane ed esperte, tutte addobbate cu vantali, lavavano e tagliavano i pomodori; i ragazzi intanto sciacquavano le bottiglie, di ogni dimensione e forma, raccolte durante l’anno : le più comuni era quelle di birra Peroni, da uno o tre quarti, ma si facevano conserve anche di un litro nelle rarissime bottiglie di acqua minerale (la bevevano soltanto le persone ammalate) o in quelle di gassosa, la monodose diremmo oggi; rarissime le bottiglie di Coca-Cola e di Fanta, che erano però le preferite dei ragazzi.

I pomodori (rigorosamente San Marzano) puliti venivano messi in una bagnarola di plastica enorme, mentre tutte queste donne ciarlavano e lavorano, lavoravano e ciarlavano, e i bambini tutto attorno giocavano e giocavano (rompendo tremendamente i maroni, senza dubbio) inseguendo le farfalle bianche (i  cavulari, ma dove sono finite?), qualche macaone di passaggio, i grilli, gli scarabei e i nugoli di insetti- mosche e formiche su tutti- attirati da quell’odore fortissimo che si spandeva tutto attorno.

Il profumo del pomodoro ha qualcosa di magico: ricollega immediatamente al sole, al sud, al mare,  alle vecchie zie, alle nonne che, mentre lavoravano il frutto rosso, senza distrarsi intanto dalle chiacchiere, con fare indifferente ne tagliavano uno a metà, lo cospargevano di sale, e lo allungavano al bambino più a portata di mano.

Erano prelibatezze a basso costo.

Quel  profumo esplodeva definitivamente quando arrivano i nipoti forzuti (anche se certe zie avevano muscoli da muratori) e montavano la macchinetta passa-pomodoro, rigorosamente manuale, imbullonandola ad un tavolo di legno.

La situazione allora diventava come in una catena di montaggio, e le vecchie zie e le nonne avrebbero dato dei punti anche a Ford.

C’erano dei livelli, delle qualifiche, c’era una logistica.

Non è che arrivava il fringuellino e poteva svolgere compiti delicati come girare la manovella o tappare le bottiglie; ci volevano anni di esperienza per salire di grado.

Le ragazze che per sfiga in quei giorni avevano il ciclo mestruale erano tenute alla larga: era proibito per loro toccare i pomodori, e anche avvicinarsi all’altra grande bacinella dove si teneva il passato fresco. C’era qualcosa di misterioso in loro che, trasgredendo il tabù, avrebbe contaminato le conserve. Così pensavano i bambini dell’epoca.

Il forzuto si sedeva, preso bonariamente in giro da tutte le signore presenti- ma che beddu chi si fici, ma l’havi a zita, cu st’occhi i trigghia ‘ndi fai dammaggi tu – una zia robusta si metteva accanto e mentre lui ruotava la manovella provvedeva ad inserire i pomodori nello strumento: dal collettore davanti fuoriusciva la salsa rossa e succulenta, mentre lateralmente le bucce tritate venivano espulse.

La salsa colava nella seconda bacinella, dalla quale un’altra zia armata di mestolo – u coppinu– provvedeva a versarla nell’imbuto- sorretto da un novizio ( una delle vecchie ti squadrava e ordinava: tu, teni u ‘mbutu! Era una grandissima rottura, ma guai a disobbedire, all’epoca) infilato in una bottiglia tenuta da un’altra operaia non qualificata, che la disponeva sotto l’imbottigliatore di ferro, altro attrezzo imbullonato ad un tavolo, del quale era incaricato il secondo forzuto, il più esperto.

I tappi nuovi– che erano costosissimi- erano custoditi dalla zia più feroce (altrimenti per noi giocatori di tappi sarebbe stata una pacchia), e non si dovevano sprecare: per questo l’imbottigliatore era un ruolo importante.

E le bottiglie dovevano essere chiuse in modo ermetico altrimenti poi, messe a bollire, scoppiavano, ed erano guai per tutti.

Capitava comunque che le bottiglie scoppiassero lo stesso, e allora le zie imprecavano, litigando tra loro e cercando un colpevole.

Le bottiglie pronte venivano sistemate nelle cassette di legno, pronte alla bollitura. Era compito dei capifamiglia accenderlo, i più adulti.

In alcune conserve si metteva una foglia di basilico; in altre un peperoncino maligno; queste bottiglie si bollivano a parte oppure venivano contrassegnate con codici nonneschi.

Dopo poco a caddara bugghiva e di sottofondo risuonava per ore un gorgoglio amichevole e caldo. Passavano amici e parenti,  e alcuni pur fermandosi poco davano una mano. Gli abiti di tutti erano quelli dei guerrieri dopo una battaglia, solo che al posto del sangue c’era pomodoro. Noi bambini appassionati di luridume intanto studiavamo cose divertenti, come fare le bolle di sapone col detersivo, l’acqua e una cannuccia di pasta, oppure con qualche raro tappo inutilizzato avviare una tappa del Giro d’Italia, o preparare dei chiacchi per le lucertole che però, col cortile pieno, si tenevano bene alla larga.

Intanto però nella piccola casa si mangiava; insalate di pomodoro pantagrueliche, con il basilico raccolto direttamente dalla pianta, e poi melanzane sott’olio, melanzane e peperoni arrostiti, panini caldi con l’olio dello zio del paese, e, in serata una bella frittura di costardelle che nel frattempo il nonno aveva comprato sul ponte Calopinace.

Quando tutta l’operazione era completata, la mattina dopo in genere, anche se ricordo alcune volte che “i bbuttigghi” durarono più giorni, era come la fine di una festa.

Ma noi eravamo contenti lo stesso perché sapevamo che, passata questa, era in arrivo Festa i Maronna, che significava dolciumi, giostre e confusione.

Era la felicità, rossa e profumata, della nostra infanzia.

 

Share via