C’eravamo tanto amati: il dentice del nonno

Un sogno improvviso e una notte in mare: il ricordo del nonno pescatore valente e il segno di qualcosa che sfugge alla ragione

mare barca pescatori

Mio nonno era un pescatore valente, conoscitore profondo del mare dello Stretto, appassionato, paziente, ed anche piuttosto silenzioso come solo i pescatori sanno esserlo.

Io sono un laico razionale, non ho mai creduto in modo fermo nella vita oltre la morte, in Dio o negli dèi; mi pongo piuttosto il problema, e resto agnostico, senza fede alcuna, con qualche speranza- è ovvio -ma propenso a credere nella fine di ciascuno di noi come evento naturale e definitivo.

Il nonno è morto nel 1978, qualche giorno dopo la finale dei mondiali in Argentina. Avevo quattordici anni, gli ero molto legato, ed è stato il momento che ha segnato la fine di un’era e l’inizio di un’altra, complici l’età e tutte le altre circostanze.

Circa trent’anni dopo una mattina lo sognai. Avevo lavorato di notte, quindi recuperavo il sonno perso. Lo sognai chiaramente, come dentro un film. Era in giacca e cravatta, con la sua espressione bonaria e il suo viso con quelle rughe che sembravano intagliate nel legno di quercia.

Nonno, esclamai nel sogno; ero così felice di rivederlo.

Nonno, nonno! Ero il bambino che gli correva incontro.

Lui mi guardò, sorridendo furbetto, e mi rispose con soltanto una frase.

“Vai a pesca.”

Il sogno terminò così e mi svegliai, triste perché avrei voluto averlo per me ancora un po’, e scosso perché non mi era mai capitato prima.

Dopo poco telefonai a mio padre, che era in vacanza a Marina di San Lorenzo. Anche il babbo è un bravissimo pescatore. Prepara lenze ed esche, distingue i pesci secondo come abboccano, se ne intende di mare, di clima e di correnti.

Il più scarso in famiglia sono io: mi piace pescare, ma non sono esattamente un talento, anzi.

Gli raccontai il sogno; il babbo aveva una barchetta di vetroresina azzurra e bianca, con la quale si è sempre dilettato. Ascoltato il racconto, mi invitò a raggiungerlo.

Vieni, stasera andiamo con la barca, forse è la volta buona che peschi qualche bello scazzupolo (pagello) o qualche triglia. Se te l’ha consigliato il nonno, ti conviene accettare.

Qualche ora dopo ero a mare. Sul mare. Il tramonto sullo Jonio, io, mio padre ed un caro amico. Dalla barca a noi piaceva pescare senza mulinello, come dicevano gli antichi “a sentire”. La lenza sull’indice, stretta col pollice, ci collegava alle profondità di quel gigante azzurro che quella sera era placido come una suonata di Chopin. Pescare “a sentire” è davvero emozionante. Ti sembra di vedere il pesce che abbocca, senti il suo peso esattamente, la sua forza, e la crudele efficacia della trappola tutta umana.

La pesca è un tramite con la storia più antica dell’umanità.

Per più di un’ora, mentre gli altri due tiravano in barca di tutto, scazzupoli, pettine, triglie, viole, caiole a volontà, io non presi nulla. Zero di zero. Neanche “una toccata”. I pesci sembravano allergici agli ami della mia lenza.

Il sole era scomparso dietro l’orizzonte quando, di colpo, il mio dito indice avvertì uno strattone.

Uno strappo fortissimo. Mi era già capitato tempo prima, ma avevo solo “preso” la lenza di un altro, che si era attorcigliata alla mia.

Allentai la presa e il filo scese rapido verso il basso.

Papà, domandai, ho preso la tua lenza?

No, mi rispose, vide la tensione della mia, la toccò e mi esortò a tenerla ferma senza forzare.

Tira piano, mi consigliò. Piano-piano senza strappi. Quando senti assai resistenza, molla lentamente. Non farlo rompere.

Per qualche minuto combattemmo. La mia mente corse ad Hemingway, ma la letteratura mi ha spesso giocato questi scherzi. Poi il pesce si stancò. Cominciai a tirare più decisamente. Un metro per volta. Era pesante. Guardavo verso il fondo, per minuti che mi sembravano interminabili.

C’era ancora luce e quando lo vidi, lontanissimo, una quindicina di metri sotto, mi sembrò enorme. Gettai un urlo.

Ero eccitato, famelico, grintoso.

Ero l’antico pescatore che riemerge dal passato.

Man mano che saliva il pesce si dimenava, sempre più debole.

Disegnava curve e faceva capriole, cercando di liberarsi.

Attento adesso, mi avvertì mio padre. Fai le cose con calma.

Non avevamo portato il retino, altrimenti lo avremmo usato.

Mi sarei dannato se fosse scappato proprio alla fine.

Accelerai il ritmo, mi alzai in piedi. Gridavo, ma ero come in trance. Gridavo “vai, vai, vai”.

Il cuore mi andava a mille.

Gettai letteralmente quel grosso pesce in barca.

Lui saltellò, e si girò più volte su sé stesso battendo la coda.

Lo afferrai per sganciare l’amo; non aveva solo abboccato: l’altro amo della lenza gli si era conficcato nel corpo.

Probabilmente non riuscì a scappare per questo.

Era un dentice di quasi due chili.

Un dentice! Avevo preso un dentice.

Alzai le braccia al cielo come se avessi segnato un gol nel derby.

Urlavo, felice come un bambino. mentre gli altri due in barca schiamazzavano ridendo.

Fu uno dei momenti felici della mia vita.

Allora mio padre con gli occhi lucidi mi guardò e disse: questo te lo ha regalato il nonno, lo sai vero?

Io annuì. Pensai sorridendo al nonno sott’acqua che afferrava quel bestione e lo attaccava agli ami della mia lenza. A due ami, per maggior sicurezza.

Non so se il sogno e quello accaduto dopo siano stati una coincidenza. Ci ho pensato decine di volte, e continuo a pensarci. Non so se nel grande mistero che ci circonda alcune cose abbiano senso.

Però so che dopo di allora la mia esistenza cambiò decisamente in meglio.

E so anche che, per quanto razionali e logici possiamo essere, ci sarà sempre qualcosa che sfuggirà alla nostra comprensione, collegandoci all’eternità e al mistero.

Il dentice poi lo cucinai alla griglia, e aveva un sapore buonissimo.

Era il gusto della vita che vale la pena di essere vissuta.

Grazie, nonno!

Ovunque tu sia, è il caso di dire. 

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