C’eravamo tanto amati: il talento musicale reggino
Alla ricerca dell'autenticità "perduta" perchè se tutto è merce, arte compresa, l'artista non è un mestierante qualunque: si serve del denaro ma non lo adora
A Reggio Calabria il talento musicale non manca.
Giovani e meno giovani appassionati affollano la città, in cerca di spazio, di visibilità, e del godimento intrinseco di quella straordinaria arte che è la musica.
Molti, semplicemente, in cerca di moneta sonante, affare che può definirsi semplicemente normale.
Oltre i locali, i luoghi dove esibirsi sono pochissimi, purtroppo.
La situazione cittadina è simile alle altre: tu mi paghi, io suono.
Si ricalca prosaicamente l’elemento costitutivo della società contemporanea.
Tutto è merce, arte compresa.
Chi non accetta questo costrutto, è fuori.
Ma anche nell’accettazione piena, esistono dei limiti.
Degli spazi di libertà. Che sono determinati da cosa significhi veramente per un artista “produrre” (termine orrendo, ma azzeccato in questo caso) la propria arte.
Chi ha seguito tutto il percorso di apprendimento per diventare, nel nostro caso, musicista, lo ha fatto, si spera, perché ispirato dalla sacra passione del suono.
Ispirato dal dominio di note ed accordi trasformati in musica, dall’armonizzazione di ritmo e melodia, con il senso, spesso inconsapevole, di compiere una attività sovrumana.
Gli artisti, infatti, sono categoria a parte, e suonare la chitarra non è come tenere la contabilità aziendale o guidare un treno o diagnosticare una malattia o riparare una macchina.
L’artista, se davvero è tale, possiede un dono che gli altri non hanno. Un dono che conferisce al risultato finale quell’aura trattata da Walter Benjamin, rivelando l’unicità, l’inavvicinabilità e l’autenticità di chi esegue.
L’artista non può essere un mestierante come tanti.
Chi lo fa per mestiere stringe un patto di sangue col capitale; se non intacca il senso filosofico del proprio talento, questo patto lo rafforza e lo migliora. Quando invece l’interesse per le conseguenze- economiche e sociali- di tale patto intaccano la natura stessa dei motivi primari, in poco tempo anche il grande artista diventa un saltimbanco, in vendita al migliore offerente.
William Blake, nella sua lucida follia, sosteneva che può esserci uno Shakespeare nell’ultimo barbone di Londra, e che Mozart dormiva nella mente di chissà quale infante, destinato alle miniere di carbone.
Robert Johnson firmò il patto con Satana per diventare un grande chitarrista; e Sonny Boy Williamson era talmente innamorato della sua armonica a bocca da continuare a suonarla con i polmoni devastati dalla malattia. Suonava e sputava sangue, ma non si fermò mai, fino alla morte.
Si può scendere a compromessi col dio denaro, anzi spesso si deve. Non è motivo di vergogna: l’umanità deve moltissimo al denaro, linguaggio universale, elemento di pace e di guerra, vero dio trasversale di tutti i popoli.
L’artista però, quando lo è davvero, usa il denaro.
Non lo brama.
L’artista brama l’arte. Soltanto quella.
Si può fare arte anche nel più scalcagnato locale del più scalcagnato luogo della terra.
I Sultani dello Swing suonavano in un club di spogliarelliste. Tolouse-Lautrec eternò le fantastiche mondane parigine. Cohen celebrò la sua Halleluja sulle lenzuola fetide di un letto del Chelsea Hotel.
Si può fare arte anche per cinquanta euro a serata, d’altronde tante opere oggi valutate decine di milioni di Modigliani (solo per esempio) vennero scambiate con un piatto di pasta e fagioli e una bottiglia di vino.
Ma c’è un però.
Non deve mai scomparire l’aura che anima la scena.
L’arte NON è un mezzo per ottenere denaro e successo, o un posto al sole, fuggendo dalla propria inavvicinabilità.
Contaminarsi con questi valori, riduce il talento in un mucchietto di cenere.
Non basta saper suonare, per essere musicisti.
Amici musicisti reggini, prendete consapevolezza delle vostre qualità.
Combattete l’appiattimento tecnologico con la forza della vostra passione.
Puntate alla storia, non al presente; una storia- la vostra- che probabilmente non conoscerà mai nessuno, ma che sarà parte del fluire degli eventi.
Non cedete. Non vi affiancate agli orribili dj-set che mortificano il gusto estetico del suono. Non vi circondate del vuoto assoluto di coreografie, popolarismi, furbate e trovate acchiappa gonzi.
Lavorate pure, ma con criterio.
E, quando lo fate, scatenate la belva.
Voi non dovete avere tempo per nulla di superfluo.
Tutto ciò che non è musica, per voi, è superfluo.
Non svendetevi.
Musicisti reggini, suonate.
Suonate e basta.
Saremo tutti più felici.