C’eravamo tanto amati: la Terza D della scuola media Ugo Foscolo
Memorie tragicomiche della terza D alla Ugo Foscolo: dal professore con la voce “da Polifemo” ai succhi di frutta sospetti sino agli scozzettoni regolamentari
Alle medie, per l’intero triennio, ho avuto un professore di educazione fisica molto sui generis.
Aveva una voce tonante e roca da fumatore incallito, una voce da Polifemo, da Mangiafuoco, il cui tono da caserma terrorizzava. Perché poi, oltre tutto, menava, e di brutto. La palestra non c’era, e la sua ora di insegnamento consisteva praticamente in una escursione nei giardini del rione, tra i quali era ritagliato un campetto di calcio di terra battuta dove si poteva giocare otto contro otto.
Facevamo le squadre e via, tre quarti d’ora di partita. Tornavamo in aula fetenti e odorosi come caproni.
Il terribile professore ci conduceva in fila indiana e se fossi uscito dalla fila avresti preso un calcio in culo o uno scozzettone, (dicesi scozzettone uno schiaffo con la mano a coppa tirato nella nuca, all’altezza del cervelletto) o un cuzzo (dicesi cuzzo un pugno con le nocche tirato sul tetto del cranio, tendente a sfondare l’osso parietale) poi affidava la sorveglianza al più adulto: Matteo, diceva, guardali tu, io vado a bere un succo di frutta.
Seppi, anni dopo, che i succhi di frutta in realtà erano brandy.
Chi non voleva giocare si costruiva dei chiacchi (un cappio ricavato dallo stelo della segale) e andava a caccia di lucertole, catturate vive e poi sadicamente arrostite o infilate negli zaini di qualche figlio di papà.
A proposito di lucertole, la mia carriera di cacciatore terminò, con un senso di colpa che mi porto ancora dietro, quando ne catturai una molto grossa di un verde brillante, che si dibatté energicamente dalla stretta del cappio cercando persino di mordermi; la uccisi con un colpo di zoccolo Dottor Scholl, rimasi attonito a guardarne il cadavere, e poi cominciai a piangere a dirotto sperando nella sua resurrezione. Da quel giorno ho sempre amato le lucertole.
Andavamo a giocare a calcio, ogni quindici minuti circa scoppiava una zuffa con pugni e maschiate (dicesi maschiata la variante classica dello schiaffo, quello veloce e con effetto bruciante; altri tipi di schiaffo erano a tumpulata, con la mano leggermente piegata, u Tumpuluni, un pugno col palmo della mano, u vai e beni, colpo doppio, e u lavapiatti, con effetto stordente nell’arsenale solo dei più forzuti) che però si risolveva in un amen perché il tempo stringeva.
Quando pioveva restavamo in classe, il professore leggeva la Gazzetta del Sud borbottando, e noi dovevamo stare in silenzio assoluto.
Fate i compiti per la prossima ora, scecchi– ci intimava. Usava un linguaggio piuttosto rupestre, il mitico prof.
La cultura assembleare dell’epoca ci aveva già permeati, e una volta, prima dell’inizio della sua ora, mentre fuori infuriava un temporale tremendo, decidemmo tutti insieme di chiedere di andare a giocare comunque perché i veri calciatori mica non giocano se piove.
Il problema sorse su chi doveva farsi portavoce della richiesta.
I più grandi declinarono subito. “Ieu non ci cercu nenti” “ieu mancu”.
Nessuno si offrì volontario e allora la scelta cadde su uno che era il più timido e silenzioso della classe. Si chiamava ‘Mberto.
Quando il prof entrò in aula, il poveraccio si alzò: Professore, a nome di tutta la classe vi chiedo se possiamo andare al campetto di Tortora (si chiamava così non chiedetemi il perché) a giocare. L’iracondo docente si alzò a sua volta, era un marcantonio alto e piazzato.
“A nome di tutta la classe, eh?”
‘Mberto annuì e l’altro esplose: “Ma brutti stortazzi deficenti fighiolazzi cazzuni teste i bagghiolo analfabeti“- urlò – e cominciò a menare scozzettoni e cuzzi sul poveraccio che si mise in posizione di riparo con entrambe le mani sul capo.
“Ma non vedete che tempo che c’è, idioti cretini vagabondi…” e non so quante altre ingiurie mentre continuava a picchiare. Lo salò a legnate, lo spasciò a corpa, poi tornò a sedere imprecando.
Il silenzio era tombale. “mi avete fatto strambare- tuonò qualche minuto dopo– vado a prendermi un succo di frutta, scecchi. Se sento volare una mosca al ritorno vi ddubbo a tutti“.
Poco dopo- eravamo rimasti immobili come statue- uno dei coraggiosi controllò che se ne fosse andato.
Da sottolineare che la classe si trovava in un garage di un palazzo privato, con tanto di saracinesca.
“si ndi iu“, disse il compagno di scuola, e allora partì una risata irrefrenabile verso ‘Mberto, che era rimasto nella posizione supina. Lui sollevò la testa mostrando la faccia solcata dalle lacrime, e cominciò a ridere con forza, mentre tutti ripetevamo “A nome di tutta la classe“, soprannome che gli rimase a lungo.
Quando il prof tornò, per prima cosa andò proprio dalla vittima. “Ti ciuncai?” gli chiese.
“No professore”, rispose lui.
“A prossima vota ti ciuncu, allura” sogghignò il vecchio pazzo.
E la classe rise di nuovo, folle, eroica, svergognata e forte, mentre io pensavo alla biondina con la coda di cavallo e gli occhi di cielo, e il mio compagno Josh sfogliava il suo diario tutto pieno di immagini ritagliate da giornali che raffiguravano Bruce Lee, Che Guevara, Bettega e Mick Jagger, che erano i suoi idoli, Tonino continuava a disegnare Hulk e l’Uomo Ragno, Rosario progettava circuiti per le sue radioline fatte in casa, Corrado leggeva Bicisport sotto banco, e Nino mangiava uno dei tre panini che si portava per colazione.
Eravamo la Seconda D della Scuola Media Ugo Foscolo, anno 1975-76. La foto è dell’anno successivo (il prof di educazione fisica non c’è, era a bere un succo di frutta), quando venne inaugurato il nuovo plesso scolastico, e il trasloco lo effettuammo noi, portandoci dietro banchi, sedie e lavagne.
Ma questa è un’altra storia.