C’eravamo tanto amati: L’era delle feste

Tra feste spettacolari e culto dell'apparenza, una riflessione amara sulla società contemporanea, dove l'eccezionalità sostituisce la normalità e il valore della fatica viene dimenticato

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Siamo passati direttamente dall’Era dell’Acquario a quella delle feste entusiaste per ogni fatto umano, per ogni singolo episodio, per ogni istante della nostra preziosa esistenza che tra qualche tempo verrà celebrato con la grandeur di Gatsby, tra orchestre di violini, migliaia di palloncini e colombe bianche, torte a trentasei piani, danze, cori multietnici e abiti di seta svolazzanti sui tramonti unici con i gabbiani ammaestrati a volteggiare.

L’Era della Festa perenne è già cominciata da un decennio, la trasformazione in evento roboante e pacchiano di un fatto normale è la conseguenza diretta dell’ansia di vivere che ha contagiato gli abitanti del presente, è la medicina contro l’ordinarietà, il vero nemico della folla di gaudenti in cui si è trasformata la massa post-proletaria.

La festa è la punta dell’iceberg del modo di affrontare la vita dei lobotomizzati contemporanei: ancora più grave è ciò che non emerge e che sta sotto.

Uno stile di vita disancorato dal ragionamento, dal confronto, dalla riflessione, una omologazione perenne allo straripamento della voglia, ormai incontenibile, di apparire.

E di farlo sotto forma di Star, di divo o diva, di io sono io e voi non siete un cazzo, a costo d’impegnarsi la casa, a costo d’indebitarsi per cent’anni.

Il diploma per i ragazzi è diventato una specie di matrimonio: tutto esagerato, queste povere neomamme che non stanno nella pelle dallo stress, come se il figlio stesse affrontando la battaglia delle Termopili, la notte prima degli esami che si fa evento collettivo, e tutti a dire poverini chissà che ansia, ma quale ansia stronzi, quella la provi mentre sei fuori in attesa dai reparti di oncologia.

Quelli invece sono ragazzi che vanno a scuola nel periodo più bello della vita di ciascuno.

Poi il giorno dell’interrogazione, vissuta come un interrogatorio della Gestapo, e quindi l’attesa del voto, il voto restaurato come dogma, asini senza più ali, somari col voto massimo, ciucchi portati dalla cavezza, che è il vuoto culturale assoluto, il deserto grandioso della mente, di una larghissima fetta di genitori contemporanei.

Apolitici, amorali, assenti alla comunità, alla realtà, oserei dire.

Quindi, la festa.

Auto lussuose affittate, gli abiti con lo strascico, i maschietti che sembrano tanti damerini palestrati con le mammine incollate dietro, le ragazze che sembrano campane con i tacchi, la musica orrenda a contorno per momenti indimenticabili, ma quanti, quanti momenti indimenticabili realizzeranno questi giovani nel futuro, sarà una vita indimenticabile si dicono, ed è vero, ma non nei termini che pensano loro, purtroppo, ma questo lo scopriranno da soli.

Alcuni dicono che festeggiare sia giusto, ed io mi accodo tranquillamente.

La vita in realtà è una splendida festa.

Tutti i giorni, appena svegli, si dovrebbe festeggiare. In realtà io la faccio, ma solo da quando sono anziano.

Però poi c’è da faticare.

La vita è una festa, ma la festa è giustificata soltanto dalla fatica, che non è certo quella dello studio.

Studiare è meraviglioso, è un privilegio che ancora per centinaia di milioni di giovani rimane un sogno, andare a scuola è una conquista civile, sociale, morale, una conquista umana, e apprendere qualcosa è determinante per qualsiasi essere umano.

Fatti non foste a viver come bruti, diceva quel brontolone fiorentino, ma invece no, fatti non foste a viver senza feste, sostiene il presente.

La lobotomizzazione collettiva è inarrestabile.

I giorni della scuola, e lo vedranno, eccome se lo vedranno, sono i più felici, i più leggeri, i più belli.

Indossate pure quelle disgustose corone d’alloro di plastica, ma non vi convincete. Non è finito un bel niente, lo stress sta per cominciare, lasciate perdere i vostri genitori che ormai sono perduti dietro social e televisione.

La maturità non è un evento spettacolare. È un fatto come un altro, come centinaia di altri.

La festa rinviatela a quando prenderete il Nobel per la fisica.

Accontentarsi della normalità, quello è il vero risultato.

Hai fatto meno del tuo dovere, dicevano i vecchi.

E avevano ragione.

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