C’eravamo tanto amati: l’estinzione dei bambini

Negli anni '70 e '80 si cresceva in giro per le strade. Nugoli di bambini, liberi e scapolati sviluppavano la capacità di convivenza e se sconfinavano c'erano le "tappine" delle mamme a riportare gli equilibri

Bambini strada giocano

Uno degli aspetti più tristi della contemporaneità cittadina (nei sobborghi forse le cose vanno meglio) è il non vedere più quei nugoli di bambini – caratteristici degli anni ’70 e ’80 – in giro per le strade, liberi, scapulati, casinisti e ridanciani.

Oggi i bambini sono tutti inquadrati, disciplinati – almeno apparentemente – piegati da cartelle da venti chili neanche dovessero andare al fronte, spesso curvi a guardare i dannati cellulari, sono casalinghi, giocano virtualmente, pulitissimi, molto belli, curati, vestiti alla moda, e ricchi di impegni neanche fossero manager di Wall Street.

Che differenza con quelle frotte di bastasi che dominavano le strade! Numerose erano le bande, numerosi i punti di ritrovo, variopinti i giochi, palloni e porte ovunque, il campanaro disegnato per terra in tutti i marciapiedi, e quel cicaleccio continuo, quelle risatine allegre, quelle urla, mancano ai nostri giorni come può mancare il cinguettio ad un bosco.

Quei bambini di allora che s’industriavano a divertirsi, creativi e un po’ matti, avevano un loro codice di lealtà e di rispetto, una gerarchia naturale diversa secondo le occupazioni: a calcio i più bravi dettavano legge, a ciappe erano altri, a nuotare altri ancora, a giocare a figurine lo stesso, e così via; i bulli, gran parte dei quali è stata poi punita dalla vita, erano spesso emarginati, saltavano di età e andavano a frequentare con i più adulti, dove a loro volta subivano le prepotenze.

Ma si cresceva, ci si faceva il callo, si irrobustiva la capacità di convivenza, e la povertà costituiva l’elemento unificante: cinquanta lire ciascuno per comprare un pallone, e quel pallone durava mesi. Le biciclette si usavano sempre in coppia, il gioco inventato diventava metodo di vita, le regole rispettate, l’individualismo punito; c’era omertà fanciullesca, che valeva per quasi tutti: guai a raccontare qualcosa delle proprie avventure in famiglia, diventavi uno mammato, un figlio di papà, un rammollito ciangiulino.

L’aspetto più importante era il contatto con la strada e con la realtà; dovevi obbligatoriamente crescere tra gli altri, non era possibile vivere chiuso al sicuro con la play-station o col PC, le amicizie fioccavano, e nei vari rioni gli adulti, comunque, operavano una sorveglianza costante sui limiti del divertimento; che quando sconfinava nella maleducazione, o nel ladrocinio, o nei primi scampoli di delinquenza, provocava l’intervento delle terribili madri dell’epoca, che armate di tappine e altre armi improprie riportavano alla ragionevolezza l’esuberanza infantile.

Fare il paragone probabilmente è sbagliato. Cambiata completamente la società, mutati i modi, le regole, la percezione stessa di diritti e doveri, oggi si bada molto all’infelicità individuale, che viene presa in carico con tutte le forme possibili, dagli interventi di psicoanalisi a quelli di sostegno e di protezione.

Però di allora non ricordo affatto casi di bambini depressi, infelici o delinquenti. C’erano casi di iperattività, di svogliatezza e di piccole violenze, ma tutto era riportato alla normale umanità, che comprende bene e male ogni campo dello scibile.

L’esplorazione della libertà cominciava prestissimo. Si distingueva il lecito dall’illecito. La filosofia era spicciola. Andare a scuola era un dovere: potevi anche giocartela, ma a scapito tuo; se ti avessero beccato, saresti stato spacciato. Potevi anche rubare i limoni o i finocchi: però se poi il custode ti sparava a sale o ti prendeva a nerbate, i tuoi ti davano il resto.

La regolamentazione degli equilibri avveniva in modo naturale, nel gruppo. Il mondo allora ti sembrava tuo. Ovunque.

Questa fiducia era il motore di quegli anni. L’umorismo la benzina. Gli ormoni erano la carica elettrica. I bambini erano l’essenza del futuro. Che però si è rivelato disastroso, completamente plasmato dal mondo del consumismo di massa, con gli uomini trasformati in pedine atte a spendere e a lavorare: esclusivamente.

Il sogno è stato ridimensionato. In quei gruppi c’erano quelli che volevano fare gli astronauti, gli altri i subacquei, o i motociclisti, o gli hippy, o i clown, o i cantanti.

Oggi vogliono diventare cuochi, o personaggi televisivi, o campioni di videogiochi.

Non ci sono più gruppi di bambini per strada. Sono estinti. Prigionieri, assai prima dell’età adulta, di valori che di innocente non hanno nulla, vittime fatali di un mondo – quello occidentale – in crisi profonda, un mondo di vecchi, pensato per i vecchi, e sempre più abitato e guidato da vecchi.

È il segnale del tramonto del pensiero occidentale. Uno squillo di tromba, che decreta la fine di quel grande sogno di avere, per tutti, pari dignità e uguali opportunità.

I bambini sono già divisi in classi sociali. I ricchi da un lato, gli altri dall’altro. Non ci sono più gruppi, ma solo individui.

La storia non finisce mai e spesso si ripete.

I bambini sono estinti. 

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