C’eravamo tanto amati: Ninì Schimberni (i miei amici matti 2)

Ninì Schimberni era uno dei più matti, dall’amore per i soprannomi a quello per le donne e la cucina, all’antipolitica che lo salvò dal processo per complicità con i brigatisti!

Ninì Schimberni

Sin da quando era bambino Ninì amava far ridere, gigioneggiava, raccontava barzellette, ideava scherzi e beffe, prendeva la vita con allegria estrema, pur nelle difficoltà di quegli anni.

Amava i soprannomi, per sé e per gli altri. Da ragazzo si faceva chiamare Pierino, come il protagonista delle innumerevoli storie discole che allora si raccontavano (Alvaro Vitali sarebbe arrivato molti anni dopo – mi copiau, diceva Ninì).

Suonava la chitarra e cantava: cantare fu sempre la grande passione della sua vita, però cambiava le parole anche dei grandi classici italiani: paese mio che stai a Favazzina, E non dici una palora sei più piccola che mai, Oh pane nero o pane nero o pane né, e così via. La creatività, a Ninì, non mancava.

Tifoso di calcio (Reggina ‘nto cori, ma anche Inter e Nazionale), appassionato di totocalcio, totalmente indifferente alla politica, innamorato perenne del gentil sesso, dopo aver lavorato in una delle più importanti gelaterie reggine per qualche anno, venne assunto in Ferrovia alla fine degli anni ’70 e fu costretto ad emigrare al Nord, a Pavia. Quando tornava in congedo, si vantava (scherzosamente) di essere ormai nordico, ci chiamava terroni “spasuliati”, a bordo dello “Spyderino” che aveva acquistato con i primi guadagni.

Nei primi anni ’80, a Pavia, con altri colleghi, comprarono una casa, e per ammortizzare il mutuo misero in affitto una stanza. Trovarono un tipo distinto, che si presentò come professore universitario. Era un tipo schivo, che usciva di mattina e tornava di sera, per motivi di lavoro. Una sera si fermò a cenare con loro e videro che sotto la giacca aveva una pistola. Preoccupati gli chiesero il motivo, ma quello rispose che, siccome era l’epoca delle gambizzazioni dei professori universitari, la portava per autodifesa. La scusa tenne, fino al 19 aprile 1981.

Ninì era conduttore – quasi capotreno, come sosteneva. Al ritorno di un turno di servizio trovò i carabinieri ad aspettarlo. Venga con noi, gli dissero. Lo lasciarono in isolamento per tre giorni, a pane e acqua. Poi lo portarono di fronte ad un giudice.

Prima gli mostrarono centinaia di foto. Tutti i giovani di Pavia e dintorni. In quella città abitava, in una grande villa con immenso giardino, il ministro dell’interno Virginio Rognoni. C’era anche una foto della sua auto parcheggiata nei pressi. In realtà lui quel giorno era in dolce compagnia.

Il magistrato lo interrogò e già dalle prime battute comprese che Ninì e la politica erano mondi estranei. Però doveva andare a fondo, perché il sedicente professore universitario era in realtà uno dei più noti Brigatisti dell’epoca, la “primula rossa”, che al momento dell’arresto, per creare scompiglio, aveva accusato centinaia di persone di essere sue complici. Tra queste, anche Ninì, a cui, in realtà, non importava niente delle tensioni dell’epoca, essendo una persona pacifica per natura.

Il giudice era una donna, perspicace e in seguito molto famosa. Durante l’interrogatorio ai lati del povero ferroviere c’erano due omaccioni dell’antiterrorismo. Dopo averlo spennato ben bene, gli chiese cosa pensasse di Virginio Rognoni, il ministro.

Quell’anno giocava in serie A la Pistoiese nella quale militava Giorgio Rognoni, esperto calciatore.

Ninì rispose tranquillamente: Rognoni? Un buon libero, difensore fortissimo!

Le conseguenze ve le lascio immaginare. Alla fine, il magistrato gli disse “non so se lei è la persona più furba che ho mai conosciuto, oppure se è un cretino”. E Ninì, che non era né l’uno né l’altro, le giurò di essere un cretino.

Lo lasciarono andare dopo quattordici giorni di carcere, che trascorse in cella con brigatisti veri ai quali si presentava come conduttore-quasi capotreno.

L’esperienza lo segnò.

Sul giornale più importante di Reggio uscì il titolone “Arrestato il capo della colonna calabra delle Brigate Rosse” e proseguiva “è un ferroviere, Antonello Strani, residente a Pavia, nome di battaglia Pierino”.

Venne scagionato (naturalmente) anche se gli restituirono il passaporto solo anni dopo, e più volte lo chiamarono a testimoniare nei vari processi.

Cambiò soprannome iniziò a farsi chiamare Franco.

La sua nuova passione era la cucina. Come con le canzoni, lui le ricette le personalizzava, dandogli anche nomi strani. Risotto alle tre cartelle, Scaloppine sulfarole, patate al coppo.

Venne finalmente promosso Capotreno.

Nel 1989 le Ferrovie dello Stato ebbero un commissario straordinario, Mario Schimberni.

Ninì cominciò a dire che era suo zio. Sono il nipote di Schimberni, si presentava. Non si sa perché. Ninì era così.

Un controllore salì sul suo treno. Questi dirigenti avevano il compito di verificare il corretto svolgimento del servizio. Al lavoro in realtà Ninì era bravissimo, diligente, mai un’assenza, capace, ma quello gli contestò la cravatta, che quel matto portava variopinta. Ci fu un alterco, con il capotreno che gli disse che poteva fargli scuola e doposcuola di ferrovia.

Quando gli chiese i dati per la contestazione disciplinare, l’altro fornì la matricola esatta, ma si presentò (e firmò anche) come Antonello Schimberni. Quando il rapporto arrivò ai dirigenti locali, si capottarono dalle risate.

Il soprannome Schimberni gli rimase per sempre.

Ninì andava a cantare nei locali. Una ragazza inglese lo avvicinò, approcciandolo: do you speak english? E lui le rispose con l’unica parola – secondo lui inglese – che conosceva: Gatorade!

Per raccontare tutti gli aneddoti che lo riguardano, ci vuole un altro articolo. Quando si ammalò, pochi anni fa, scoprirono che non aveva mai avuto un medico curante. Fino all’ultimo scherzò e rise, di se stesso, della vita, del  mondo.

Schimberni se ne è andato ridendo, e ci manca, come la sana follia della gioventù.

Solo per te, Ninì. 

Share via