C’eravamo tanto amati: Nolan e l’Odissea, come distruggere un Mito

Christopher Nolan firma un'Odissea più Marvel che Omero: un kolossal che smonta il mito pezzo dopo pezzo e lo sacrifica sull'altare del politicamente corretto

Cavallo di Troia

L’Odissea di Nolan, per dirla con Fantozzi, è “una cagata pazzesca”.

Tolta qualche scena fortemente suggestiva (l’interno del cavallo di Troia, l’attacco alla città, la trasformazione in maiali), tutto il resto è un film di supereroi della Marvel spacciati per eroi omerici.

Ma non è soltanto questione di non essere stato fedele all’opera, e di averci voluto inserire dentro elementi moderni anzi post-moderni usandoli come trappola per i gonzi fatali che vanno dietro a un ribellismo modaiolo.

Questo avrebbe potuto starci.

Non è neanche per un cast stellare che avrebbe potuto fare faville, ma che invece è stato insipido, inadeguato, fuori posto, partendo da Matt Damon con quel pizzo monacale, proseguendo con Anna Hathaway che continua a vestire Prada, con Charlize Theron nel ruolo di Barbie, Pattinson vampiresco, ed altri attori ricchi di inespressività.

Non è perché la scelta del finale è coincidente con questo senso di colpa occidentale, che per alcuni è segno di maturità collettiva, per altri è segnale evidente di decadenza culturale.

Gli Achei, per chi non lo sapesse, distrussero Troia perché legati da un vincolo d’onore, l’uno all’altro.

E l’onore, nell’età del bronzo, era un valore portante.

Probabilmente lo è anche oggi, ma fino a un certo punto, commenterebbe qualcuno.

Anche questo, però, si sarebbe potuto accettare.

Il film è brutto non per le mille inesattezze attinenti all’opera di Omero: dopo aver visto Troy si è capito che questi polpettoni di celluloide delle grandi storie utilizzano solo il titolo, poi fanno come gli pare, seguendo marketing e trucchetti da imbonitori da fiera.

E neanche per lo stratagemma di Elena nera, usato per fare polemiche e basta, visto che il suo ruolo, nel film, è quello brevissimo di una nevrotica costretta a stare con un marito che non ama, e che le sue pose sono state due, una con cicatrice (inventata), una senza: questa figura fondamentale del mito è stata ridotta a macchietta, a donna-oggetto, a scusa per azzuffarsi.

Tutto sbagliato, tutto da rifare, Elena non ha colore di pelle, lei è la donna più bella del mondo, l’oggetto del desiderio supremo, l’anello di congiunzione con gli dèi, il pegno di Afrodite in persona.

Era per lei che tutti gli eroi avevano giurato, sacrificando un cavallo a Zeus.

Era in nome della bellezza. Non della sua bellezza, ma della bellezza come valore.

Quel valore che secoli dopo la distruzione di Troia trovò compimento nella Grecia classica, il tempio dell’armonia.

Annientate l’Eros, annientate tutto.

Su questo punto converge il puritanesimo, woke o non woke, che inaridisce tutta la narrazione.

L’assenza totale del coinvolgimento carnale, per tutto il film, è una grandissima mancanza.

Non si può raccontare l’Odissea così. Fa schifo.

Non si può dire che Calipso abbia trattenuto per sette anni Ulisse sulla sua isola perché gli forniva il Loto, come una squallida spacciatrice di Amsterdam.

I Lotofagi erano altro – mancante naturalmente (e che facciamo, apologia delle droghe?), e troppo azzardato in tempi di Fentanyl.

Calipso lo teneva presso di sé con il sesso. Lo aveva incatenato. Perché con il sesso si può incatenare, e soltanto l’intelligenza, il sentimento e la dignità possono aiutarti ad evadere. Le doti di Ulisse.

Circe, che sembra una post-sessantottina e si erge a paladina delle donne sagge e giuste che devono per contratto odiare gli uomini, è l’altra ribalderia di Nolan.

Circe non era una donna: era una Dea. Per lei il sesso era fondamentale. Trasformava gli uomini in porci.

Appunto.

E come la frega Ulisse? Andandoci a letto. Ma solo dopo essere stato aiutato da Hermes e da Atena.

Ma gli dèi non esistono, è risaputo. E le donne devono, per statuto, essere vittime.

Quante mancanze nella storia di Nolan!

Manca Nausicaa, manca la ragazza innamorata del cinquantenne – e ci mancherebbe, in questi tempi di amore codificato – manca la tenerezza, il desiderio, e la cosa non è casuale.

Questo vuoto è gravissimo. Rivela l’ignoranza suprema dei realizzatori dell’opera.

Robert Graves, il grandissimo grecista, ha addirittura immaginato – e supposto, con studi approfonditi – che la vera scrittrice dell’Odissea fosse stata proprio Nausicaa. Una ragazza forte del suo sentimento.

Le donne nell’Odissea sono fondamentali. E anche i rapporti sessuali. In tutto il mito i rapporti sessuali sono centrali, d’altronde il Dio supremo, Zeus, è un impenitente seduttore.  

Gli dèi sono la proiezione dei nostri desideri più reconditi. E della consapevolezza della tragedia.

Ma ciò, nell’America trumpiana, nel mondo delle religioni monoteiste che hanno fatto del controllo del piacere il fulcro del loro potere, non può andare.

I Micenei incarnavano invece la scoperta della condizione umana. Non esisteva peccato. Non esistevano generi, nel darsi piacere a letto. Per questo parlare di Achille e Patroclo come gay è una bestialità.

Il sesso, come è in realtà sotto la cortina delle rispettabilità borghesi e religiose, è la libertà assoluta ed è il motore del mondo.

Questa verità quelli come Nolan, in questo caso paraculo più che mai, l’hanno nascosta sotto lo zerbino dello non scontentare nessuno.

Il mito altrimenti sarebbe uno spettacolo vietato ai minori di anni 18. Come in effetti è.

Quando Ulisse si rivede con Penelope dopo vent’anni, che fanno i due nell’opera originale? Si amano così tanto che Zeus blocca il cammino del sole concedendogli tre notti di piacere.

Ma questo ai bacchettoni non sta bene. Loro devono logorarsi nella colpa, macerarsi nella crisi, identificarsi nei popoli del mare.

Ulisse-Odisseo, il Laerziade (di Laerte nel film neanche l’ombra, che squallore) non è un uomo innocente, perché non esistono uomini innocenti. Ricordo a tutti che Astianatte, il piccolo orfano di Ettore, viene da lui scaraventato giù da una torre. Ulisse, contingentato ai tempi, è un uomo saggio.

I nemici li annienta (P.S. che siano stati lui o Pirro – il figlio di Achille – a commettere l’infanticidio è ininfluente. Ulisse omerico era in grado di compiere azioni atroci, come la maggioranza degli esseri umani, tranne i Santi che infatti non esistono).

Ulisse però sa gioire, con gli amici e compagni. Con le donne. Con gli dèi.

Gode della sua mortalità, infatti (altro passaggio mancante, altro grande vuoto nell’epica di Nolan), il dialogo finale con Calipso è modellato diversamente dall’originale.

Lui vuole vivere da mortale e vuole anche crepare.

Per questo è fondante nel mondo occidentale.

Odisseo è umano, laico e spirituale, violento e pietoso, appassionato e calcolatore. Un insieme di contraddizioni, come ciascuno di noi.

Odisseo è la gioia tragica di una vita senza illusioni.

Non è bianco e neanche nero. Non è di sinistra o di destra. Ulisse è l’uomo, da solo, che vaga nel cosmo alla ricerca di perché. Senza trovarli.

Ma la vita gli piace. E la vive con gioia.

Quella gioia che non esiste nel mondo contemporaneo.

Non c’è – nel film – un letto ricavato dal tronco di un grande ulivo, letto – badate bene, in Omero nulla è casuale – attorno al quale si edifica l’intero palazzo.

Manca L’Eros, mancano gli Dei, con Atena che sembra una che legge le carte a Campo dei Fiori, manca la spiritualità di cui è intriso Ulisse, manca la sua intelligenza (abolito il dialogo con Polifemo, chiaramente Polifemo è una vittima del sistema).

E poi le scempiaggini del film: gli eroi remano con gli elmi in capo e la panoplia indossata, durante l’incontro con i morti appare Sinone e non Achille (che è troppo violento per fare parte del racconto), i genitori di Ulisse non vengono neanche considerati (la famiglia tradizionale va abolita, ok può starci), Telemaco è un nerd a cui manca la Play-station, Eumeo il porcaio viene accecato per sintesi (il cieco era l’aedo, ma non conta), Argo mantenuto perché i cani sono fondamentali (condivido eh), ma Eolo, i Feaci, e numerose altre figure rilevanti abolite in nome della libertà di raccontare.

La migliore: Ulisse che ad un certo punto dice “Siamo nell’Età del bronzo”. Una cosa da piangere. Come se una definizione così recente (l’età del bronzo) fosse presente nella cultura di chi c’era. Cose davvero da asilo.

I personaggi sono monodimensionali. Ha più spessore Iron-Man – Tony Stark di Odisseo. Penelope – Anna è sgraziata e sembra la protagonista di un film di Almodovar.

Ma tutto questo si sarebbe potuto accettare.

Magari cambiando titolo, sarebbe stato un bel blockbuster, tipo I Vendicatori o Il Trono di Spade.

Quello che però rende il film di Nolan una delusione totale e quindi, per dirla con Fantozzi, una cagata pazzesca, è l’elemento che si era visto balenare nei suoi film precedenti, e che io, da appassionato di Omero e di Nolan, mi aspettavo.

Manca completamente il senso artistico dell’opera.

Manca totalmente la poesia, l’estensione universale del messaggio, la consapevolezza tragica dell’esistenza.

Il grande assente in un film così intitolato è proprio lui, Omero. Un’assenza imperdonabile.

Caro Nolan, ci hai deluso profondamente.

Mentre quello, il vecchio cieco che forse neanche è esistito, non ci deluderà mai.

Per l’eternità.

 

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