C’eravamo tanto amati: quei matti dei miei amici (1ª puntata)
Gli anni ’70 e ’80 a Reggio Calabria: amici svitati, cinema a sbafo, vespe "assassine" e risate come stile di vita. Ricordi immaturi, perenni e felicemente irrecuperabili
A Reggio tra gli anni ’70 e ’80 c’è stato un proliferare di gente un po’ svitata (come si diceva allora), che contribuiva in modo decisivo ad aumentare lo svago complessivo, visto anche il ridotto numero di luoghi adatti. Poche discoteche, qualche pizzeria, le prime paninoteche, il vero sollazzo si trovava con gli amici, ad inventarsi la giornata.
Le risate più forti e crasse avvenivano nelle scorribande, spessissimo da nonsense, di noi perdigiorno giovinastri, in perenne ricerca di anime gemelle e di motivi per sbellicarsi. Ridere era quasi un sacramento, anche se non avevi una lira in tasca, se eri brutto come un orango o timido come un fanale spento, e se, anche allora, i motivi di preoccupazione erano tanti, non ultimo vedersi piombare in testa un ordigno nucleare.
La guerra atomica sembrava incombere. Quando al cinema Odeon proiettarono il film “The day after” a fine proiezione non volava una mosca, la gente era terrorizzata e pensierosa. Allora il mio amico urlò – non so perché – “c’è una bomba, c’è una bomba – e si precipitò verso l’uscita. Cose da reato, lo so, visto che si creò una ressa pazzesca e poteva scapparci il ferito. Invece andò tutto liscio, e quando uscimmo, anche noi correndo, lui era dall’altra parte della strada che si teneva lo stomaco dal ridere.
Scherzi grossolani e bislacchi, ma lui, quello stesso amico che chiamerò da adesso Mister- T, aveva una vera passione per le situazioni fuori dalle regole.
Ad esempio, al cinema Comunale (il Cilea), lui per anni entrò gratis: mostrava alla bigliettaia una tessera di un circolo di Firenze (di bocce, tra l’altro), diceva tessera EC (esperti cinema) ho diritto all’omaggio, e s’imbucava; fino al giorno che la maschera alla porta non volle approfondire.
Allora lui mica retrocesse dall’inganno, anzi si prese la questione, urlando “Ma come, io ogni anno pago fior di quattrini – disse proprio così – per avere diritto allo spettacolo, e voi non accettate? Farò ricorso molto in alto, molto in alto, ve lo faccio chiudere il cinema. Anche quella volta gli andò bene, ed entrò a sbafo.
Mister-T scommesse una brioscia con gelato e panna con un altro elemento, che chiamavamo Zico-Tarzan, su chi di loro due avesse vinto una gara di arrampicamento.
In quel periodo mezza città era in costruzione, e le impalcature non si contavano, così la sfida ebbe come campo un palazzo a quattro piani nella via Frangipane. Pronti via, Zico-Tarzan era agilissimo e prese subito metri di distanza – ci si arrampicava sui tubi Innocenti dei ponteggi, non so se mi spiego – con Mister-T dietro che arrancava. La gara era di andata in cima e ritorno. Nella discesa, visto il distacco accumulato, prima di arrivare al secondo piano. Mister-T si tuffò, cercando di atterrare su un cumulo di sabbia, che effettivamente centrò. Rompendosi braccio e gamba.
“Però a brioscia a vincìa ieu”, fu il suo commento.
Mister-T, che preferiva essere chiamato prima Rocky, poi Jena Plinsky, guidava una vespa 50 veloce come un fulmine passando nello spazio tra due auto senza mai tenere conto del passeggero seduto dietro. In questo modo almeno una decina di suoi amici si ruppero o lussarono il ginocchio. A calcio per strada giocava col ruolo di portiere, ma senza prendere mai la palla con le mani. Parava soltanto coi piedi.
Certe volte la sera, quando arrivava, si nascondeva dietro altre auto e prendeva di mira qualcuno, centrandolo con precisione con sassolini o legnetti. Quando veniva scoperto, negava fino all’ultimo. “Non fuia ieu, c’era un pacciu mmucciatu”.
Lui mangiava gli spaghetti nell’insalatiera, 500 grammi per volta. Mangiava panini ma nel suo luogo preferito, il gabbiotto di qualche altissima gru gialla, leggendo fumetti di Tex e Zagor. Faceva fuori un viennese con due morsi, masticando piano come un bradipo.
Mister-T a tredici anni aveva un paio di baffoni da sergente, a quindici era già come è adesso, che ne ha più di sessanta.
Per corteggiare una sua ragazza dell’epoca si appostava sotto casa di lei, fingendo di riparare la Vespa: smontava la candela, la puliva e la ripuliva, poi levava il copri-motore, e continuava con queste operazioni fin quando la bella non si faceva viva alla finestra e gli faceva ciao-ciao con la mano. Allora si poteva tornare, con quello che lo accompagnava che per tutto il ritorno sudava freddo tenendosi le ginocchia e stringendo le gambe in via Marina, mentre superavano a velocità doppia le macchine.
Si comprò l’automobile, una 127 grigia metallizzata, sulla quale c’erano regole stringenti. Si fumava solo tenendo la sigaretta fuori dal finestrino, non si poteva toccare l’inclinazione o la posizione del sedile, e se ti fossero cadute cento lire per terra non si sarebbero potute più prendere. “Si tocchi, mori prima ra fini i l’anno”.
Così su quella 127 il pavimento era pieno di monetine, che ogni tanto lui raccoglieva e comprava le sigarette.
A volte se ne usciva con delle storie che duravano ore. Cominciò una sera, erano le 7, a raccontare di un sommergibile italiano, che aveva finito le munizioni, e allora caricava nel tubo lanciasiluri gli abiti dei marinai – opportunamente pressati – e affondava così le navi nemiche. E poi scendeva giù, e risaliva su, – tutti noi intanto a seguirlo con attenzione – il sommergibile doppiò Capo Speranza, finì nell’Oceano indiano, e poi al Polo Sud, e si immergeva, e risaliva – ormai eravamo diventati un bel gruppetto – e continuò così fino alle 9 quando, di colpo, con uno scatto improvviso, se ne andò a casa. Nessuno di noi seppe più niente di quel sommergibile.
Ogni tanto Mister-T s’incontrava con qualche baldo compare, e andavano e si prendevano il caffè a Napoli.
Per noi figli di ferroviere andare a prendersi il caffè in qualche altra città era anche facile, grazie ai biglietti gratis.
Erano pomeriggi lieti. Giocavamo allo schiaffo, e volavano certe sberle che ti lasciavano la mano secca per una settimana. Quando fu il turno di Mister-T di mettersi sotto, l’anziano proprietario del Bar lo colpì con la pala che usava per fare i gelati. Brucia, brucia, urlò la vittima. Noi ridevamo come pazzi.
Ogni tanto ci incontriamo, ancora ora che siamo anziani. Con ciascuno dei miei vecchi amici abbiamo mantenuto il saluto dei quindici anni. Con Zico, quello che vinse la brioscia con gelato e panna, urliamo i nostri nomi guardando da altre parti. Con Mister-T invece il primo che avvista l’altro si nasconde. E gli lancia, badando a non farsi vedere, dei sassi.
Siamo rimasti così, ancora oggi, superati ampiamente i sessanta.
Immaturi, come dire, siamo degli immaturi.
Perenni.