C’eravamo tanto amati: Robert Genco, il musicista clochard
Da genio della musica, con un futuro promettente e un disco che gli aveva fruttato collaborazioni con i grandi, a clochard abituale della stazione centrale di Reggio Calabria
I nostri amici matti sono lo specchio delle disavventure di ciascuno di noi. Perché in ognuno c’è il germe della follia e nella vita di tutti ci sono fatti assolutamente inspiegabili seguendo la ragione comune.
Fuori da ogni raziocinio. Dettati dal mistero dell’esistenza individuale. La mia, ad esempio, è ricca di episodi totalmente irrazionali e, suppongo, anche quella di chi legge.
Per tanti anni il più famoso tra gli strani è stato un clochard abituale della stazione centrale di Reggio. Un sessantenne che aveva eletto a sua abitazione i treni. Comprava l’abbonamento per tutti i convogli tra Rosarno e Melito e viaggiava avanti e indietro. Di notte entrava furtivo nelle vetture in sosta e dormiva fino all’alba.
Il vecchio Robert, il batterista.
Robert Genco.
In gioventù Robert era un musicista reggino promettente. Suonava la batteria e aveva persino pubblicato un disco, percussioni e ritmo, inciso nel 1977, dal titolo “Beyond the life”. Oltre la vita. Aveva anche suonato (udite! udite!) con quel geniaccio di Billy Cobham.
Allora aveva un grande futuro davanti. Il futuro è sempre grande ma la sua è stata la parabola tragica dell’esistenza. Nessuna fortuna, tanto talento.
Robert aveva una sua genialità spiritosa e caustica. Nonostante le terribili prove dell’esistenza, riusciva sempre a ridere e a sparare frasi ad effetto su tutto ciò che accadeva in stazione. Tutti i ferrovieri gli volevano bene, e ogni anno a dicembre scattava la colletta per fargli passare un Natale decente, per quanto con le sue scelte potesse essere decente.
Abbiamo tutti comprato due o tre volte il suo disco, rimasterizzato in CD.
Con lui parlavamo del potere delle stelle e della luna, del suo immaginario coinvolgimento nei servizi segreti, delle devianze dei politici malfattori e, naturalmente, di musica. Il batterista jazz è sovrumano perché legge nel pensiero. Deve leggere nel pensiero. “Nel pensiero o nelle emozioni?”, gli domandai una volta.
Mi guardò con quel suo sorriso buono. “Sono la stessa identica cosa, pensieri ed emozioni”.
Certe volte lo vedevi seduto sulle panche di pietra della stazione che dimenava le mani suonando una invisibile batteria. Altre volte parlava da solo o forse con chi noi normali non riusciamo a vedere.
Aveva un modo fantastico di condire l’insalata che comprava alla mensa ferroviaria. Dentro una busta metteva la lattuga, le carote tagliate, il pomodoro, l’olio e il sale, e poi la scuoteva come si fa con il pandoro e lo zucchero a velo.
Nel suo zainetto aveva copie in CD del suo disco. E poi blocchetti di appunti. Di tanto in tanto mi leggeva alcuni brani. C’era da morire dal ridere per un pezzo, poi se ne usciva con alcune considerazioni che ti tagliavano a metà.
Allora lo guardavi e non capivi se ti prendesse in giro o se la sua era una trascendenza mimetizzata da follia. Ti sentivi davvero minuscolo, e comprendevi che questa strana specie di bipedi che siamo noi umani, rassegnati a correre per tutto il tempo verso mete senza senso, è matta allo stesso modo di chi sceglie di starsene volontariamente ai margini.
Poi Robert si ammalò. Il suo corpo iniziò a decomporsi in vita, purtroppo.
A lungo ignorò i suoi mali, dovuti all’esistenza terribile che conduceva. La sua presenza, ahimè, iniziò a diventare sporadica sui treni, era sempre più ombroso.
Una notte i colleghi della stazione lo videro che stava malissimo. Chiamarono l’ambulanza. Per molti mesi Robert scomparve. Arrivavano notizie incerte sulle sue condizioni. “È in una casa-comunità, sta molto meglio, lo hanno ripulito e ritemprato”.
Poi feci una ricerca per altri motivi su Internet. Musicisti italiani. Nel sito, documentato, trovai il suo nome. Aprii e lessi che era morto. Era dicembre di qualche anno addietro.
Forse sono un sentimentale, ma ogni tanto ripenso a Robert, vecchio amico mio, che forse ha sognato per una vita intera una esistenza migliore, ma che ha ritrovato il suo talento nelle corse dei treni, quasi fossero l’eco di quella batteria che amava tanto.
Suona, vecchio Robert, suona ancora.
Ovunque tu sia, come si usa dire oggi.