C’eravamo tanto amati: un re malmenato in Calabria
Tra racconti di falchi, lussuria e furti di polli la non proprio regale vicenda di Riccardo Cuor di Leone quando giunse in terra calabrese nel 1190
Settembre 1190: giunge in Calabria, al comando della colonna inglese diretta alla Terrasanta, il prode re-guerriero Riccardo Cuor di Leone, già famoso per le sue imprese e il suo coraggio.
Diretto a Messina, da dove poi si sarebbe imbarcato per la Palestina, decide di riposarsi un po’ di tempo a Mileto, allora capitale della contea normanna degli Altavilla: prende quindi alloggio nell’abbazia della SS. Trinità, secondo quanto narra Pietro da Eboli (1170-1220) nel suo “Liber ad honorem Augusti”, conosciuto anche come “De rebus Siculis carmen”.
Il 21 settembre, volgendo il tempo al bello, l’erculeo sovrano, scevro dalla vita di corte e sempre desideroso di boschi e d’avventure, si concesse una passeggiata in solitudine com’era solito fare (chi ha letto Ivanhoe conosce quest’originalità del valoroso Riccardo).
Quel giorno però la sua impresa finì male: tornò all’abbazia conciato male, pesto e livido, e, stranamente per lui, rinunciò persino a propositi di vendetta e qualche giorno dopo partì per Messina.
Che cosa era accaduto? Ci sono tre versioni a riguardo: la prima, quella “ufficiale”, sempre narrata da Pietro da Eboli, racconta che il Re abbia visto un villano con un bellissimo falcone al braccio; lui adorava la caccia col falco e, dopo aver cercato di comprarlo, di fronte alle resistenze del plebeo, aveva tentato di impossessarsene con la forza; ma i villici si erano uniti in gruppo e l’avevano respinto a bastonate.
La seconda narra invece del secondo vizietto del sovrano, una lussuria incontenibile: una servetta, forse smarrita nel bosco, assalita e amata con la rapacità dei suoi diletti falchi; ma, subito dopo, vendicata a suon di botte dai paesani, richiamati dalle urla.
La terza versione è probabilmente la più plausibile: Riccardo aveva infatti un’incontenibile golosità riguardo ai polli; quando tornerà dalla crociata, sarà proprio per colpa di un pollo allo spiedo che finirà prigioniero nelle mani del re tedesco (a Vienna, in incognito, offrì un prezioso anello in cambio dell’agognato pasto, e così fu riconosciuto dall’oste che avvertì i gendarmi). Così pare sia entrato in un pollaio per rubarne uno, ma fu sorpreso e ridotto a mal partito dai villici.
La vicenda del valoroso Riccardo Cuor di Leone in Calabria termina così: come un ladro di polli, bastonato e deriso, da questo popolo di plebei che però, almeno nel passato, non si arrendevano alle prepotenze, neanche a quelle di un re.