Chef Alì: «Con la cucina palestinese racconto la mia terra e la sua resistenza»
Alla PBM di Punta Pezzo il 4 ottobre parte Cucina Plurale con la cucina palestinese di Chef Alì. Storia e ricette di un giovane cuoco come simbolo di pace e libertà
Il 4 ottobre, alla Piccola Biblioteca sul Mare (PBM) di Punta Pezzo, debutta Cucina Plurale, un ciclo di incontri dedicato al dialogo tra culture attraverso il cibo. Il primo appuntamento porta a tavola la cucina palestinese con Chef Alì, giovane cuoco originario di Betlemme che vive a Reggio Calabria da quattro anni.
Timido e schietto, con un italiano semplice ma carico di significato, Alì ha già organizzato diverse cene palestinesi in città, collaborando anche con associazioni locali. È apprezzato non solo come cuoco, ma come persona capace di trasmettere emozioni profonde attraverso i sapori.
Chef Alì, ci racconta il suo viaggio, la sua passione e il senso profondo del cucinare.
Come è iniziato il tuo percorso da cuoco?
“Ho studiato cucina nel 2017, sia italiana che palestinese. Quando sono arrivato in Italia ho cercato subito lavoro e ho iniziato a cucinare piatti della mia terra. La prima cena l’ho fatta a casa mia: è piaciuta subito a tutti. Perché non sono solo ricette: sono la nostra storia”.
Quali sono i piatti della tradizione palestinese che porterai alla PBM?
“La cucina palestinese è molto ricca: usiamo tante verdure, spezie, frutta e soprattutto l’olio d’oliva, come qui al Sud. Uno dei piatti più antichi è la Makluba, che significa “rovesciata”: riso, pollo, melanzane, patate e pomodori che viene servita capovolta sul piatto. Poi ci sono l’hummus, il fattoush insalata con verdure fresche e pane tostato, e la jaddara, riso con cipolle. Ma anche il tabbouleh che si fa con prezzemolo, bulgur, cipolla, menta e pomodoro. È molto simile a un piatto che preparano in Sicilia, durante la festa del cous cous a San Vito Lo Capo. Sono piatti tipici della tradizione palestinese. Ogni città ha le sue varianti, ma il sapore è sempre quello della nostra terra”.
Quanto la cucina palestinese somiglia a quella del Sud Italia?
“Molto. In Sicilia, ad esempio, ci sono tanti piatti simili perché per secoli ci sono stati gli arabi. Spezie, verdure, pane, olio d’oliva: sono cose che ci uniscono”.
La tua cucina non è solo gastronomia, ma cultura.
“Io voglio fare una cena palestinese, ma non solo per mangiare. Voglio che le persone assaggino la Palestina: il cibo, la musica, la storia, gli artisti. La Palestina non è terra vuota. È la terra delle arance di Jaffa, delle prime marmellate. Noi siamo sempre stati vicini alla terra, agli ulivi, ai campi. Quando cucino qui in Calabria sento di difendere anche la nostra cultura, perché qualcuno vuole cancellarla. E invece io vorrei entrare in tutte le case calabresi con i nostri sapori, per far conoscere la Palestina vera”.
Raccontaci delle tue origini e della tua famiglia.
“Sono nato in Kuwait nel 1988, ma la mia famiglia è di Betlemme. Siamo tornati in Palestina quando avevo nove anni. Sono cresciuto con mia nonna, che mi portava nell’orto e mi insegnava i piatti antichi. Lei è stata la mia prima maestra”.
Com’è la vita oggi a Betlemme?
“Molto difficile. Ci sono checkpoint ovunque, non si è liberi di muoversi. Io sono stato vent’anni in Palestina e non ho mai visto Gerusalemme, che dista solo venti minuti. Per noi con documenti palestinesi è quasi impossibile spostarci. È una vita senza futuro per i giovani, e per questo ho scelto di partire”.
Perché proprio Reggio Calabria?
“Perché è Sud. Qui ho trovato persone gentili, calde, che aiutano. La prima volta che ho visto il mare è stato proprio a Reggio, avevo 33 anni. In Palestina nonostante siamo vicini al mare, non ho mai potuto toccarlo. Ricordo che all’inizio avevo paura, non sapevo se mi piacesse. Poi è diventato libertà”.
Ti senti accolto qui?
“Sì, tantissimo. I reggini mi hanno fatto sentire a casa. Quando cucino nelle loro case mi lasciano persino da solo in cucina: non mi hanno mai trattato da straniero. Mi sento parte di una famiglia”.
C’è un piatto che racconta in modo speciale questo legame con la terra?
“Sì, il musakhan. È un piatto che si prepara alla fine della raccolta delle olive. Ci si siede tutti insieme, si mangia con la famiglia e gli amici, e si celebra l’olio d’oliva. Per noi l’ulivo rappresenta tutto: la pace, la vita, la resistenza. Quando penso agli ulivi, poi, ricordo la mia infanzia con la nonna, quando andavamo insieme a raccogliere e poi lei che cucinava per tutti. Anche nel mio balcone a Reggio ho creato un piccolo giardino, ci coltivo basilico e altre piante. È il mio modo di sentire ancora vicina la terra”.
Che cosa porti sempre con te della Palestina?
“Due cose soprattutto: lo za’atar, una miscela di erbe e spezie che usiamo sul pane o sulla pizza, e l’hummus di ceci. Sono sapori e odori che mi riportano a casa. Quando cucino qui, le persone assaggiano e sentono il gusto di un paese che forse non hanno mai visitato, ma che nel piatto diventa vicino”.
Cosa significa per te cucinare oggi?
“Cucinare è un gesto di memoria e di cura. Quando preparo un piatto palestinese non porto solo cibo, ma la storia di un popolo e di una terra che resiste. Ogni volta che vedo le persone felici mentre mangiano, sento che siamo una famiglia, che il mio popolo vive anche attraverso questi sapori. Che la Palestina è viva”.
Il 4 ottobre alla PBM, con Cucina Plurale, i piatti di Chef Alì diventeranno occasione di incontro e di ascolto. Perché, come dice lui, «quando assaggi il sapore di una terra è come se facessi un viaggio». Un viaggio che inizia da Betlemme e arriva fino a Reggio Calabria, passando per una tavola apparecchiata di memorie e profumi. In ogni ingrediente, in ogni goccia di olio d’oliva, c’è la voce di un popolo che resiste, e il sogno di un futuro di pace.