Clet a Reggio, l’artista che trasforma i cartelli stradali si racconta

L'intervista a Clet Abraham, il celebre street artist francese che in questi giorni ha lasciato le sue opere tra il lungomare e le strade di Reggio Calabria: arte, libertà, responsabilità e il dialogo con la città - GALLERY

Clet Reggio Calabria

Per molti è l’artista che ha rivoluzionato il modo di guardare la segnaletica stradale. Per altri è uno dei più originali interpreti della street art contemporanea. Clet Abraham, artista francese nato in Bretagna nel 1966 e residente da molti anni a Firenze, è conosciuto in tutto il mondo per i suoi interventi sui cartelli stradali, trasformati attraverso adesivi rimovibili in opere ironiche, poetiche e profondamente simboliche, senza mai comprometterne la funzione.

Le sue creazioni sono ormai presenti in numerose città italiane ed europee, da Firenze a Roma, da Londra a Parigi, e accanto ai celebri cartelli reinterpretati figurano anche opere monumentali come L’Uomo Comune, la scultura collocata sul Ponte alle Grazie di Firenze, diventata uno dei simboli della città, e numerose installazioni che spaziano dalla land art alla bioscultura.

Nei giorni scorsi Clet è stato a Reggio Calabria per la prima volta. Durante il soggiorno ha lasciato una decina delle sue celebri installazioni tra il lungomare e altri punti della città, ispirandosi ai Bronzi di Riace, alla Magna Grecia, allo Stretto e all’energia del paesaggio.  Ci siamo fatti raccontare del suo rapporto con Reggio, della sua arte e del messaggio che ha voluto lasciare ai Reggini.

Perché hai scelto di trascorrere qualche giorno a Reggio Calabria?

«Per un motivo molto semplice: la mia compagna è di Reggio Calabria. Siamo venuti qui insieme. Era una vacanza, anche se, in realtà, io in vacanza lavoro sempre».

Era la tua prima volta in città? Che impressione ti ha fatto?

«Sì, è stata la prima volta. La mia compagna vive con me a Firenze e lavora molto, quindi finora non avevamo avuto l’occasione di tornare qui insieme. Reggio mi ha colpito immediatamente. Ho trovato un legame con la mia Bretagna, soprattutto nel rapporto con il mare. Qui lo Stretto crea correnti, vento, movimento continuo. È un Mediterraneo diverso, più potente, con una natura viva e dinamica. Questa presenza della natura mi parla profondamente ed è qualcosa di molto importante per me».

È stato questo a spingerti a lasciare alcune delle tue opere qui?

«Anche. E poi ero curioso di conoscere una cultura che conosco meno rispetto a quella toscana, dove vivo da tanti anni. Sono convinto che la Calabria abbia una ricchezza culturale enorme e volevo capire quale dialogo potesse nascere tra il mio lavoro e questo territorio».

Hai scelto soprattutto il Lungomare. Cosa hai realizzato?

«Ho lasciato quasi una decina di interventi, distribuiti in vari punti della città e non soltanto sul lungomare. Mi hanno ispirato la Magna Grecia, i Bronzi di Riace e anche il mito di Icaro. Ho realizzato due opere intitolate Icaro, poi Pagina bianca, Il cuore, alcune versioni de La gogna, che chiamo anche La condizione umana, una collocata davanti al Palazzo della Provincia, poi Il bicchiere di vino, Il sole, che rappresenta il sole che nasce dietro un divieto, e ancora La giraffa».

Le tue opere sono spesso provocatorie. Pensi che vengano ancora fraintese?

«Succede ancora che ci siano interpretazioni molto diverse. Penso, ad esempio, al Cristo sul cartello di vicolo cieco, che in passato è stato giudicato blasfemo. Fa parte del dialogo che la mia arte suscita.

Anche qui a Reggio è successo qualcosa di simile. Ho saputo che il sindaco ha condiviso sui social uno dei miei cartelli, e l’ho interpretato come un gesto di apprezzamento e di riconoscimento. Allo stesso tempo credo che quattro opere siano state rimosse. La mia impressione, però, è che non sia stato un gesto ostile nei confronti del mio lavoro, ma semplicemente un equivoco: probabilmente qualcuno le ha scambiate per un imbrattamento e ha pensato di ripulire i cartelli. Non mi è sembrato uno sfregio deliberato, perché non sono state rovinate, ma rimosse con cura».

Come nasce l’idea di trasformare proprio i cartelli stradali?

«Principalmente perché cercavo un’arte universale. Il cartello stradale è una forma di comunicazione che tutti conoscono, in qualsiasi parte del mondo. È qualcosa di estremamente semplice e popolare, ma proprio per questo lascia uno spazio enorme da arricchire con altri significati.

Il mio lavoro diventa anche una riflessione sul principio dell’autorità. Non sto mettendo in discussione la regola in sé, che posso rispettare completamente, ma il metodo con cui viene imposta. Il cartello ti dà un ordine che non puoi discutere: puoi solo obbedire. Secondo me questo atteggiamento non aiuta davvero né la legge né la sicurezza, perché trasforma le persone in soggetti passivi. La sicurezza nasce invece dalla responsabilità.»

Quindi il tuo obiettivo non è sfidare le regole, ma renderle più umane?

«Esattamente. Io penso che una legge, quando è più umana, venga anche rispettata meglio, perché la sentiamo più vicina e la comprendiamo di più. Se invece si presenta soltanto come un muro contro cui sbattere, la reazione naturale è quella di rifiutarla.

Il mio messaggio è volutamente costruttivo. Ed è proprio questa, secondo me, la differenza tra arte e vandalismo».

Come scegli il cartello da trasformare?

«Ogni volta è diverso. Lavoro soprattutto sui divieti d’accesso perché rappresentano perfettamente quel metodo di rapporto con la società che mi interessa interrogare.

Cerco luoghi significativi, ben visibili, dove l’opera possa dialogare con lo spazio e con le persone».

La street art è l’arte “democratica” per eccellenza. Oggi ha la stessa dignità di quella esposta nei musei?

«Assolutamente sì. Noi street artist rivendichiamo una fruizione diretta e democratica dell’arte.

Il mio pubblico ideale non è quello che frequenta abitualmente i musei, ma proprio chi normalmente non ci entra. È lì che l’arte può diventare davvero uno strumento di crescita.

La street art costringe chi la incontra a porsi una domanda: “È arte oppure è vandalismo?”. Nessuno glielo dice prima. Deve sviluppare un proprio senso critico. Ed è proprio questo il suo valore educativo».

Se dovessi realizzare una grande opera dedicata a Reggio Calabria, cosa immagineresti?

«È una domanda difficile. Sono stato qui solo pochi giorni e ho bisogno di conoscere meglio la città.

Posso dire però che Reggio mi ha già trasmesso molte suggestioni. Sono certo che tornerò e che questo luogo continuerà a ispirarmi per la realizzazione di qualcosa di ancora più significativo».

Quale messaggio hai voluto lasciare ai Reggini?

«Vorrei invitarli a riflettere sul significato della sicurezza e dell’obbedienza. Credo che una società possa andare in due direzioni: quella dell’obbedienza passiva, che finisce per infantilizzare le persone, oppure quella della responsabilizzazione.

È questa la strada che mi interessa. Non saranno le regole, da sole, a risolvere i problemi del mondo, ma la coscienza che ciascuno ha di sé e degli altri.»

 

Salutiamo Clet con la promessa del suo ritorno e della realizzazione di un’opera ancora più grande. Nel frattempo, i suoi cartelli disseminati tra il lungomare e le vie della città spingeranno ad interrogarsi e guardare con occhi diversi ciò che ogni giorno diamo per scontato. Una rivoluzione nel pensiero che non è una forma di ribellione ma una trasformazione dell’obbedienza in consapevolezza. Un messaggio che continua a vivere ogni volta che qualcuno passando davanti ad uno dei suoi cartelli stradali si concede il lusso di fermarsi … e pensare.

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