Col buio ce la vediamo noi
Una riflessione intensa sull’esordio di Anna Mallamo, Col buio me la vedo io: un viaggio tra luce e ombra nella Reggio degli anni ’80, dove la scrittura diventa protagonista e svela il potere segreto delle parole e delle emozioni che precedono la realtà
Quest’estate ho avuto il privilegio di assistere alla presentazione di Col buio me la vedo io, l’esordio folgorante di Anna Mallamo, pubblicato da Einaudi e già consacrato dal Super Mondello. Ci trovavamo nell’area Griso–Laboccetta, uno di quei siti con un’aura tutta sua, in cui tutto ciò che è bello si rivela con naturalezza.
Anna è arrivata con i suoi occhiali ironici, quei piccoli lampi di colore che celano la profondità di uno sguardo capace di cogliere tutto, e con un passo lieve sostenuto da una sorta di vibrante curiosità. Prima ancora che la presentazione avesse inizio, con un gesto inatteso, si è avvicinata a me. Non ricordo di aver mai visto un’autrice dirigersi verso una persona estranea tra il pubblico, come se un filo invisibile la conducesse proprio lì, dove in effetti, era attesa.
L’ho guardata come si guarda una strega, una creatura dai poteri magici che sembra muoversi nel mondo con uno sguardo doppio: uno rivolto a quella che in apparenza è la realtà, l’altro indirizzato verso la zona invisibile dove le emozioni prendono forma prima di essere riconosciute. Come chi è capace di intercettare ciò che gli altri lasciano scivolare via, una vibrazione, un’incrinatura, un dettaglio minuscolo che però rivela tutto. Chissà da che stirpe di donne discende Anna, ho pensato. Donne che trasformano la percezione in parola, la parola in significato, e il significato in un varco attraverso cui il lettore può intravedere se stesso. Con la loro scrittura, queste donne ricordano al lettore che la realtà non è mai una superficie liscia, ma un tessuto intricatissimo di segni, ombre, luci intermittenti.
Mi ha chiesto cosa mi fosse piaciuto del libro.
Ho risposto: innanzitutto il nome della protagonista, Lucia Carbone. Dare un nome a un personaggio, per un autore, significa molto più che attribuire un’etichetta utile a riconoscerlo. Si tratta di un atto attraverso il quale la figura immaginata comincia ad assumere forma, peso e risonanza, come se la lingua stessa si incaricasse di modellarne destino e carattere. Il nome giusto, quello che vibra in sintonia con la storia, diventa una sorta di magnete narrativo che attrae significati, allusioni, percorsi interiori. È un gesto di responsabilità e di intuizione, una scelta che fila sottilmente tra l’invenzione e la rivelazione. Lucia, la luce. Carbone, la materia che annerisce. Due poli opposti che convivono in un’unica identità, una tensione semantica che suggerisce fin dal principio la complessità di un personaggio abitato da contrasti, da una luminosità che non esiste senza ombra e da un buio che, lungi dall’essere pura negazione, custodisce la possibilità di un chiarore diverso, interiore.
Il contrasto fra la luce dello Stretto, verso cui ruzzola la Reggio Calabria degli anni ’80, dove il romanzo è ambientato, e il buio che è dentro alcuni dei suoi abitanti, ma anche quello della prigione in cui Lucia decide di rinchiudere Rosario Cristallo, finendo per diventare la sua carceriera, pur di farsi giustizia. Un buio con cui ciascuno di noi dovrebbe vedersela, perché ci riguarda tutti. Perché il male in questa città c’è, c’è sempre stato, plasma le cose e ce le restituisce malate, corrotte, rotte.
Infine, proseguendo nella discussione, ho aggiunto: più di tutto, però, mi è piaciuta la scrittura.
Una presenza viva, una forza che respira, si agita, resiste, seduce.
Una protagonista silenziosa ma onnipresente che si muove tra le pagine con la stessa intensità dei personaggi che la abitano, perché una parola non è mai soltanto una parola. Porta con sé echi remoti, sedimenti culturali, memorie inconsce, direzioni impreviste. Sceglierla significa accettare di entrare in un campo magnetico che trascina, modifica, trasforma. E così, quando la narrazione prende forma, la scrittura si fa materia, corpo, atmosfera. A volte è una corrente impetuosa, capace di trascinare con sé chiunque osi attraversarla, altre volte è un filo sottile che si tende fino quasi a spezzarsi, mantenendo però intatta la sua fragile precisione. C’è una sorta di alleanza profonda tra Anna e la lingua che ha utilizzato in questo romanzo.
Un patto tacito in cui entrambe cedono qualcosa all’altra. L’autrice offre la propria attenzione, il proprio desiderio di precisione, la propria capacità di ascolto. La lingua, in cambio, concede una forma alla confusione interiore, un ritmo al caos, una voce alle emozioni che altrimenti resterebbero mute. Quando questa alleanza funziona, come in questo caso, accade qualcosa di simile a un incantesimo: le parole non sembrano più scelte, ma rivelate, la frase non appare più costruita, ma inevitabile, la pagina si illumina di un senso che supera la volontà stessa di chi l’ha scritta. E in questa dinamica complessa, quasi coreografica, la lingua diventa autentica protagonista del romanzo. Non sta sullo sfondo, non è cornice o semplice veicolo, è la sostanza stessa del mondo narrativo, la trama invisibile che tiene insieme i gesti, i silenzi, le immagini. Così l’autrice, nel suo lavorare incessante, appare qualcuno che presta la mano e la voce a una forza più antica e più vasta, una forza che non si lascia possedere ma soltanto attraversare.
Ed è proprio qui che nasce la letteratura: nel punto esatto in cui la scrittura, con il suo mistero inesauribile, smette di essere un mezzo e diventa la vera artefice della storia.