C’eravamo tanto amati: Coppie scoppiate, Dino Campana e Sibilla Aleramo

Dino Campana e Sibilla Aleramo, una coppia scoppiata tra poesia, eros e follia, due stelle che si amarono fino a collidere

Sibilla Aleramo

Subito dopo il terremoto del 1908 a Reggio Calabria venne per un reportage una delle più grandi scrittrici italiane di ogni tempo: Sibilla Aleramo.

La grande artista in seguito si legò a Dino Campana.

Il Novecento è la Notte Epocale dell’umanità, e Dino Campana è il poeta della Notte.

L’ha cantata, celebrata, esaltata e odiata in ogni suo verso. La sua è la poesia del buio e dell’uomo che, nelle tenebre, lotta furibondo alla ricerca di un senso.

Con i suoi versi illumina.

La sua opera, incompresa dalla maggior parte dei suoi contemporanei, esprime una potenza lirica, una asciutta capacità di trasmettere emozioni, una idea di grandezza, di forza, di senso dell’infinito e del tragico che lo rende superiore a tutti gli esperimenti letterari dell’epoca.

Scandalizza e terrorizza.

Non fu accettato.

Il suo carattere inquieto, ribelle, autenticamente coraggioso, e la sua natura indomita e incapace di scendere a compromessi con le regole di una società costruita con solidi valori borghesi, lo condannarono all’emarginazione ed a un lento supplizio.

I suoi carnefici furono (in ordine d’importanza): La famiglia (particolarmente la madre, l’ottusa e bigotta Fanny, scialle nero e rosario fissi), i compaesani (lo sbeffeggiarono per tutta la vita, chiamandolo “Il mat di Marè”), i letterati dell’epoca (soprattutto l’imbelle Papini e l’idiota Soffici, che gli smarrì il primo manoscritto), i cattivi psichiatri (che gli curarono con l’elettricità un male, la sifilide, scambiato per tara mentale).

La tormentata vita del poeta è un lungo viaggio all’inferno.

Autentico caratteraccio, fu tradotto in galera numerose volte. Viaggiò molto, arrivò persino in Argentina (La malefica Fanny gli aveva procurato un biglietto di sola andata), si formò culturalmente in modo disordinato, caotico. Leggeva di tutto. Non digerì l’Estetica di Croce (Dio ci guardi dalle sue conclusioni, disse), e amò la poetica di Walt Whitman, il bardo statunitense.

Nel 1913, entusiasta della rivista “Lacerba” si recò a Firenze, dove incontrò Papini, Soffici ed altri intellettuali. Gli consegnò il manoscritto ( l’aveva intitolato “Il più lungo giorno”), ma i due poetastri da strapazzo lo smarrirono. Dopo mesi e mesi, Campana gli promise che, se non l’avessero ritrovato, sarebbe andato a fargli visita con un coltellaccio. I due si dileguarono.

Si rimise all’opera riscrivendo parte dei suoi versi ( non aveva copie di riserva) e ne aggiunse altri dando senso compiuto alla sua unica opera di poesia, che intitolerà Canti Orfici.

(Il manoscritto originale sarà ritrovato nel 1971 dal poeta Mario Luzi nella soffitta polverosa di Soffici).

Dopo delazioni, intemperanze, sbornie solenni, cominciò la sua trafila negli ospedali psichiatrici. In una casa di tolleranza genovese aveva contratto la sifilide, male che l’ottusa famiglia negherà sempre, e che lo porterà alla morte.

Nel 1916 , dopo una dozzina di relazioni sentimentali senza sentimento, conobbe l’unico grande amore: Sibilla Aleramo.

Sibilla (pseudonimo di Rina Faccio) quarantenne scrittrice affermata, nel 1906 aveva pubblicato il romanzo Una Donna, che era stato un grande successo.

I temi da lei trattati erano autenticamente rivoluzionari: l’emancipazione della donna, la parità dei diritti, la sessualità, il significato della famiglia.

Conosciuta ed apprezzata nell’ambiente culturale italiano, rimase folgorata dalla potenza delle liriche di Campana, e nacque così un amore profondamente carnale, intenso, devastante, ricco di sensualità, di notti nelle montagne dell’Appennino, di botte da orbi, di graffi, insulti, giochi erotici, lettere a decine (ne sono rimaste un centinaio, consultabili sul sito Internet). La Aleramo ebbe una vita molto intensa. A sedici anni fu stuprata, e costretta ad un matrimonio riparatore con lo stupratore. Abortì volontariamente il figlio della violenza ma fu costretta ancora a convivere con l’animale che la mise nuovamente incinta. A 25 anni finalmente si ribellò al suo destino, abbandonando il manesco marito che le portò via il figlio. Raccontò i fatti nel romanzo d’esordio “Una Donna “, che le regalò una straordinaria popolarità, oltre a renderla l’antesignana dell’emancipazione femminile.

Da quel momento Sibilla, innamorata dell’amore, non si lasciò mancare nulla: ebbe come amanti il giornalista Giovanni Cena,  la giovane intellettuale Lina Poletti, e poi, tutto da lei orgogliosamente raccontato, con Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Eleonora Duse, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo e altri ancora.

Collaborò con riviste e giornali, scrivendo anche libri e poesie.

Nel 1908 venne a Reggio Calabria e scrisse un folgorante reportage sul terremoto. Era diventata una donna di mondo, a differenza di Campana, sempre più feroce nel suo volontario isolamento.

Nel 1918 il rapporto tra i due finisce con canagliate reciproche, e subito dopo Dino Campana verrà definitivamente ricoverato in manicomio, dove sarà curato dallo psichiatra Carlo Pariani, smargiasso sbruffone incapace, che ne sfrutterà la gloria scrivendo addirittura un libro falso come lui. Dopo 13 anni di sofferenza, il 1° marzo 1932 Dino Campana morirà solo e disperato.

La sua poetica sarà progressivamente rivalutata, sino a divenire un faro ed un esempio. Da Mario Luzi a PierPaolo Pasolini, da Zanzotto a Montale, tutta la grande letteratura italiana farà i conti con l’opera di Campana.

Sebastiano Vassalli nel 1984 scriverà “La notte della Cometa”, dove racconterà parte della terribile storia di Campana. Tutt’oggi il poeta è soggetto di una bibliografia vastissima e di una attenzione culturale netta, che spazia da Internet al cinema, e che lo rende meritevole di figurare nel Pantheon dei grandi, accanto a Rimbaud e Whitman, da lui amati in vita ed eguagliati in opere.

Sibilla Aleramo morì a ottantatré anni, nel 1960, lasciando anch’ella un patrimonio letterario notevole, fondante per la letteratura italiana contemporanea.

I due si amarono intensamente, e poi scoppiarono, come due stelle che collidono.

C’eravamo tanto amati, e nulla di più. 

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