C’eravamo tanto amati: cu mari non c’è taverna

Il mare è la nostra salvezza e può essere la nostra nemesi. Dobbiamo imparare a rispettarlo come gli antichi rispettavano (e temevano) Poseidone, dio delle tempeste e dei terremoti

mare in tempesta

Il Mediterraneo e noi al centro: noi, Reggio Calabria e Messina, lo Stretto, l’Aspromonte che si affaccia e l’Etna che si specchia.

Lo Jonio e il Tirreno, e sempre noi stretti in mezzo come un figlioletto tra coniugi. Il mare: il suo fascino, l’azzurro, il profumo, la sensazione primordiale di libertà; di pericolosa libertà, come una metafora della vita.

Al suo cospetto ci congiungiamo al passato e immaginiamo il futuro, sapendolo sempre al suo posto, immutabile.

Apparteniamo al mare noi calabresi della costa, apparteniamo a questo elemento che spesso, molto spesso, è stato veicolo di sventure: ci ha portato pirati e predatori con vele bianche o nere, nemici appostati sui fondali, maremoti furiosi, e tempeste.

Terribili tempeste come quando un uomo buono perde le staffe. Mai fare arrabbiare un uomo buono, e mai fare gli sciocchi col mare.

Cu mari non c’è taverna.

L’antico detto risuona su di noi, ricordandoci in ogni attimo la nostra caducità, la nostra piccolezza, il monito a non sfidare forze che non sono controllabili.

La terribile tempesta dei giorni passati ha devastato le coste, sradicato alberi, divelto recinsioni, trascinato automobili come fuscelli, ha inghiottito chilometri di strada, ha piegato i binari ferroviari come se fossero di gomma, ha demolito lidi, baracche, intere case, ha inghiottito le vie marine dove beatamente i ragazzi d’Estate si corteggiano e i vecchi nostalgici sorridono alla vita.

Terribile tempesta, ma non è la prima volta, e non sarà l’ultima.

Cu mari non c’è taverna.

Possiamo scomodare tutti gli esperti idrogeologi del mondo, possiamo rammaricarci degli abusi edilizi – uno scempio, ma così è da innumerevoli anni- possiamo accusare chiunque, ma la verità è una: il mare è assai più forte di noi.

Non possiamo controllarlo.

Quelle onde alte dieci metri incutono paura solo a vederle in foto. Dal vivo fanno tremare i polsi, quando sei a terra. Ma avete mai pensato di trovarvi al largo, a bordo di una barchetta, di una nave qualsiasi, di un legno come quello di Ulisse e incocciare i marosi dei giorni passati?

Il mare color del vino, recita spesso Omero.

Mentre guardavo incantato lo spettacolo dei cavalloni che percuotevano la terra, mi è venuto in mente come deve essere stato per i poveracci che trasportavano i Bronzi di Riace. Cosa avranno pensato, quali dei avranno pregato invano, come sarà stata la loro disperazione e il loro terrore.

La nave ribaltata come un fuscello, e il ruggito delle onde che in un baleno copre urla e addii. Migliaia di anni dopo l’Arte in un museo, risorta dai flutti, ci parla ancora di quei coraggiosi.

Ci voleva temerarietà per viaggi, anche brevi, nel Mediterraneo.

Ci voleva un coraggio da leoni per avventurarsi al largo anche solo per pescare, o per combattere, o per commerciare. Anche poi quando le navi divennero più solide, anche quando il vapore sostituì le vele. Il mare ha avuto la vita di milioni di persone. L’umanità gli paga un tributo altissimo anche oggi, nonostante le tecnologie avanzate.

Pensate a quelle onde di dieci metri. E pensate ai canotti o alle carcasse di navi con decine e decine di disperati a bordo. Come già è capitato, anche di fronte alle nostre coste.

Il mare color del vino è terrificante quanto gli incubi di una sbornia senza risveglio alcuno.

Pensate a quelle onde alte dieci metri, e immaginatevi al largo.

Il rapporto è diretto con la morte e il suo grande mistero. Nella paura si fa largo l’idea di Dio. E della nostra compiutezza. Il mare è la misura della consapevolezza umana.

Pescatori dispersi in mare. I libri di storia ne parlano a margine. Ma sono migliaia e migliaia. Flotte portentose disfatte da una burrasca sono invece comuni come le battaglie tra noi umani-gaglioffi.

Nel 1972 in provincia di Reggio, nel periodo Natalizio, ci fu una terribile tormenta, le fiumare strariparono, dalle montagne vennero giù milioni di tonnellate di terra e di rocce. Interi boschi furono strappati a colline e montagne. E tutto si riversò in un mare, il nostro, che aveva il colore del fango, su cui galleggiavano numerose le carcasse di pecore, maiali, vacche e anche qualche povero sfortunato. Galleggiavano su onde formidabili, che cambiarono i connotati della nostra amata costa.

Nel 1985 una mareggiata devastante ghermì un largo pezzo della spiaggia di Calamizzi, dove oggi sono posizionati dei massi frangiflutti a protezione di un lembo di spiaggia. Inghiottì barche e baracchette, e persino il popolare spaccio di panini della Zia mela, dove i giovani s’industriavano nelle ars amatorie.

Nel 1993 una tempesta formidabile durata un paio di giorni deviò il corso di alcuni torrenti, cambiò le scogliere e il paesaggio della Calabria meridionale.

La nostra ferrovia, costruita in gran parte sulla costa, paga un dazio altissimo alla vicinanza col gigante azzurro.

Il mare è la nostra salvezza e può essere la nostra nemesi. Dobbiamo imparare a rispettarlo come gli antichi rispettavano (e temevano) Poseidone, dio delle tempeste e dei terremoti. Noi dovremmo venerarlo, questo burbero barbuto.

Facendolo – forse – riusciremmo a mitigare la sua ira. Ma basterebbe tenerlo in conto. Ricordarci di lui.

Costruitevi pure le villette sulle rive pacifiche. Edificate locali, lidi, stabilimenti, ristoranti, di fronte al grande azzurro addormentato, così in quelle serate sulla rotonda sul mare vi sembrerà che la vita sia solo un bocconcino di miele profumato di salsedine.

Ma aspettatevi sempre la sua rabbia improvvisa.

Siate consapevoli della sua vendetta e della sua ira, che quando ci colpisce ci  tratta come le formichine che in realtà siamo.

Cu mari non c’è taverna.

Lo diceva sempre mia nonna, e aveva perfettamente ragione. 

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