Dal Mare Mostrum al Mare Nostrum: a Gallico si rompe il silenzio
Ieri al CSOA Angelina Cartella la tappa finale della Carovana Migranti 2026 nel terzo anniversario della strage di Cutro: testimonianze, proposte e l'appello a una Calabria aperta e solidale
Il CSOA Angelina Cartella di Gallico (RC) ha ospitato ieri la tappa conclusiva della Carovana per una Calabria aperta e solidale 2, nel terzo anniversario della Strage di Cutro.
Il titolo scelto per l’iniziativa – “Mare NMostrum. Rompere il silenzio sul genocidio e i migrantìcidi di Stato” – è già una dichiarazione politica e simbolica: un rovesciamento amaro del “mare nostrum”, trasformato in mare “mostro” che restituisce corpi senza nome sulle coste calabresi e siciliane.
La Carovana, dopo Crotone e Steccato di Cutro, ha attraversato Riace, Caulonia, Roccella Jonica, Armo e infine Reggio Calabria, accompagnata da familiari delle vittime e da attivisti della rotta balcanica. Un percorso di memoria e denuncia, ma anche di proposta concreta.
“Mare NMostrum”: memoria, denuncia, proposta
A introdurre e moderare l’incontro è stato Nando Primerano del Centro Sociale Cartella, imbarcato sulla Brucaliffo, che ha sottolineato la frattura tra il mare come spazio di diritto e solidarietà e il mare ridotto a frontiera di morte. Nel corso della serata, Primerano ha articolato un intervento lungo e fortemente politico, tornando più volte sul significato del titolo scelto: Mare Nostrum o Mare Mostrum?.
«Abbiamo voluto mettere al centro il mare», ha spiegato a CULT, «perché oggi il Mediterraneo è diventato un “mare mostro”. Un mare che non unisce più i popoli ma restituisce cadaveri. Mentre parliamo della strage di Cutro di tre anni fa, il mare in questi giorni ci sta riconsegnando i corpi di chi è stato imbarcato durante il ciclone Harry. Si parla di trenta barche, forse mille persone, di cui non sappiamo nulla. Restano solo i corpi che si stanno spiaggiando sulle nostre coste».
Per Primerano, la trasformazione simbolica da mare nostrum a mare mostrum rappresenta la deriva delle politiche europee di frontiera: «Noi del mare abbiamo un’altra idea. Il mare è sempre stato diritto internazionale, obbligo di soccorso, solidarietà tra chi naviga. Prima ancora delle leggi scritte, esisteva la legge del mare: chi è in pericolo si salva. Oggi questo principio viene rovesciato».
Il suo intervento in apertura ha poi collegato il tema dei naufragi alle guerre e alla situazione in Palestina. «Stiamo vivendo un’epoca in cui è stata sdoganata la barbarie», ha affermato. «La legge del più forte ha sostituito il diritto internazionale. Chi ha l’esercito più potente decide e gli altri si adeguano. È successo a Gaza, sta succedendo altrove, ed è successo nel Mediterraneo con la criminalizzazione della solidarietà».
Primerano ha parlato apertamente di un clima repressivo nei confronti delle iniziative civili in mare: «Oggi partire con una barca per portare solidarietà è diventato un problema di ordine pubblico. Il nuovo reato è la solidarietà. Ma noi non possiamo accettare che l’umanità diventi un reato».
Riferendosi alle flottiglie civili verso Gaza, ha aggiunto: «Quelle barche hanno acceso un cerino in una prateria secca. Hanno rimesso in moto coscienze che si stavano abituando all’orrore. Hanno dimostrato che i popoli possono reagire in modo diverso rispetto ai governi, che troppo spesso sono silenti, complici o collusi».
Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il rischio dell’assuefazione. «Il problema più grande è che ci si abitua», ha detto. «Le immagini passano, i numeri scorrono, settecento morti dopo una finta tregua diventano statistica. Ma le immagini e la matematica non sono un’opinione. Non possiamo far finta di non sapere».
Ha evocato il paragone storico con il Novecento e il nazismo: «Oggi non possiamo dire “non sapevamo”. Le barbarie le vediamo in tempo reale. E se i governi si siedono a questo banchetto internazionale sperando in qualche briciola di potere, noi dobbiamo dire “Non nel nostro nome”».
Tornando al senso della Carovana, Primerano ha sottolineato il legame tra migranticidi e genocidi: «Non sono temi separati. Sono facce della stessa medaglia. Una medaglia che considera alcune vite sacrificabili». Il compito è duplice: mantenere alta l’indignazione e costruire alternative. «Vogliamo che la gente non solo ricordi, ma si indigni. Che non si senta rappresentata da governi che scelgono la chiusura e la forza». In chiusura, ha ribadito il significato politico del titolo della serata: «Noi osiamo pensare che il mare possa tornare a essere nostro. Non nel senso di possesso, ma nel senso di responsabilità collettiva. Un mare di solidarietà, di diritti, di giustizia. Perché se lasciamo che resti “mostrum”, allora accettiamo che l’inumanità diventi la normalità. E questo non possiamo permettercelo».
Le testimonianze: Cutro, la rotta balcanica, le famiglie
Tra le voci più intense quella di Maleki, afghana che ha perso gran parte della propria famiglia nel naufragio di Cutro.
Maleki ha intrecciato la storia pubblica del naufragio con quella privata della sua famiglia. Lo zio, giudice in Afghanistan, dopo il ritorno dei talebani non aveva più alcuna prospettiva di vita libera. «Non è stata una scelta egoistica», ha chiarito. «È stata una decisione tragica, maturata dopo mesi di clandestinità in Turchia, senza possibilità di asilo».
Ha raccontato l’agonia dei giorni successivi al naufragio: l’arrivo a Cutro, l’attesa negli ospedali, l’identificazione dei corpi avvenuta a frammenti, giorno dopo giorno. «Ogni mattina scoprivamo che qualcuno non ce l’aveva fatta. È stata un’agonia», ha detto con voce ferma. Il più piccolo dei bambini, quattro anni, risulta ancora disperso.
Non solo memoria, ma una domanda politica precisa: «Perché non sono stati salvati? Perché succede ancora?». Una domanda rivolta alle istituzioni italiane ed europee, che per la famiglia resta senza risposta.
Nel suo intervento è emersa anche la consapevolezza di una frattura tra ideali europei e realtà vissuta: l’esperienza di un permesso temporaneo in Germania, le domande ricevute in commissione, la percezione di essere “cittadini di serie B”. «Mi sono resa conto», ha affermato, «che non è un caso se continuano a morire migranti. C’è una volontà di scoraggiare, di lasciare che il mare diventi deterrente».
Eppure, accanto alla critica, anche un riconoscimento: la solidarietà incontrata in Calabria, distinta nettamente dall’atteggiamento dei governi.
Dalla città di Pljevlja, al confine tra Montenegro e Bosnia, Sabina Talović ha portato, invece, l’esperienza dell’associazione Bona Fide, attiva formalmente dal 1999 e impegnata dal 2015 lungo la rotta balcanica.
Nel suo intervento ha ricordato che dal 2017 oltre 25mila “persone in cammino” sono passate dalla sede dell’associazione: «Un pasto caldo, un posto dove dormire, cure mediche, una parola di conforto. Tutto senza progetti finanziati, solo grazie a reti di solidarietà».
Talović ha descritto una frontiera fatta di boschi, neve, quaranta chilometri da attraversare a piedi tra Montenegro e Bosnia, spesso in inverno, tra animali selvatici e respingimenti violenti. «Ogni giorno la rotta balcanica ha la sua piccola Cutro», ha detto. «Ogni giorno perdiamo una o due vite nei fiumi o lungo i confini».
Ha parlato anche del clima politico nel suo Paese, definendo la propria comunità attraversata da derive nazionaliste, e ha ribadito il senso della sua presenza in Calabria: «Non voglio parlare dei governi, voglio parlare di noi. Le reti tra attivisti sono l’unica possibilità. Dobbiamo imparare la resistenza e dire: non nel nostro nome».
Parole che hanno riportato al centro la domanda di verità e giustizia, ancora inevasa per molte famiglie.
Gianfranco Crua: “Dalla presenza all’assenza”
Gianfranco Crua di Carovana Migranti ha ripercorso oltre dieci anni di mobilitazioni lungo le rotte migratorie, dalla Sicilia alle Alpi. Se all’inizio l’attenzione era sui vivi in cammino, col tempo il lavoro si è spostato sull’assenza: gli scomparsi, i corpi senza nome, le famiglie che cercano risposte.
«Non possiamo mollare, anche se i risultati si vedranno forse tra generazioni», ha affermato, rivendicando il valore di un lavoro lento di costruzione di empatia e consapevolezza.
La proposta: protocollo internazionale e diritto all’identità
Uno degli obiettivi centrali della Carovana è la costruzione di un incontro internazionale con realtà come Caravana Abriendo Fronteras in Spagna e altre organizzazioni, per definire un protocollo condiviso sull’identificazione dei corpi e la ricerca degli scomparsi.
Le richieste sono precise: creazione di una rete europea dei dati sugli scomparsi; procedure vincolanti per l’identificazione dei corpi; diritto dei familiari a partecipare a tutte le fasi, dall’identificazione alla sepoltura e al rimpatrio; visti temporanei per consentire la presenza nei processi e nelle ricerche.
L’obiettivo dichiarato è vincolare le istituzioni nazionali ed europee ad attivarsi, riconoscendo come inalienabile il diritto delle famiglie a conoscere la sorte dei propri cari.
La “piuma” di Francesco Piobbichi: memoria come atto di ribellione
Al centro dell’incontro anche la proposta di Francesco Piobbichi, disegnatore sociale e operatore di Mediterranean Hope, che da anni lavora sul tema delle lapidi nei cimiteri di frontiera.
La sua idea è un simbolo semplice e potente: una piuma di libertà cinta da filo spinato, da apporre sulle tombe senza nome. Un segno per affermare che quei morti non sono numeri, ma “martiri della libertà di movimento”, vittime di una politica delle frontiere che definisce necropolitica.
Piobbichi ha raccontato l’origine di quel simbolo: il salvataggio di un giovane, Segen, leggero “come una piuma”, morto purtroppo poco dopo lo sbarco a Pozzallo. Da quella storia nasce la proposta di una memoria che non sia retorica istituzionale, ma presa in cura collettiva: mappatura del DNA delle vittime, dignità delle sepolture, rifiuto di lapidi anonime o disumanizzanti. Proposta che ha dato vita anche ad un’apposita petizione su Change.org (link per firmare).
«La memoria è un atto di ribellione all’impotenza», ha sintetizzato, invitando istituzioni e società civile a prendersi cura delle tombe dei migranti nei cimiteri calabresi e siciliani.
Carovana 2026: un percorso che unisce le lotte
A rappresentare la Carovana anche Alfonso De Stefano, dalla Sicilia, che ha ricordato come l’iniziativa nasca oltre dieci anni fa in Piemonte e in Val di Susa e attraversi da anni i territori di frontiera. L’anno scorso il percorso aveva toccato la costa tirrenica, quest’anno si è concentrato su Crotone, Cutro e l’area ionica, fino alla tappa finale di Gallico.
«Viaggiano con noi quattro familiari delle vittime di Cutro», ha sottolineato, «e Sabina dal Montenegro. Il valore aggiunto della Carovana è coniugare la lotta al migranticidio con la resistenza al genocidio del popolo palestinese».
Secondo De Stefano, non si tratta di temi distinti ma di una medesima logica di esclusione e violenza che attraversa confini diversi. Per questo, ha spiegato, il percorso guarda anche alla costruzione di nuove mobilitazioni nel Mediterraneo, coinvolgendo reti internazionali e società civile.
L’obiettivo resta quello dichiarato fin dall’inizio: rompere il silenzio, trasformare la memoria in azione collettiva e rilanciare l’idea di una Calabria – e di un’Europa – aperta e solidale, capace di assumersi responsabilità concrete verso i vivi e verso i morti delle frontiere.
Restiamo umani
La serata si è chiusa nel segno dello slogan che accompagna l’intero percorso: “Restiamo umani”.
Non solo memoria, dunque, ma proposta politica e culturale: costruire una Calabria aperta e solidale, reclamare verità e giustizia per Cutro e per tutte le stragi del Mediterraneo, pretendere procedure trasparenti per l’identificazione dei corpi, rivendicare il diritto universale alla dignità della sepoltura e alla conoscenza della sorte dei propri cari. Al Cartella ieri si è scelto di “rompere il silenzio”, con le parole dei familiari, con le storie delle rotte, con un simbolo leggero come una piuma e pesante come la memoria e la responsabilità collettiva.