Daniel Cundari, la poesia che nasce dalla pietra

Daniel Cundari a Reggio per il Calabrie Fes Festival racconta a CULT la sua poesia, il dialetto come lingua universale, il Repentismo cutise e il ritorno in Calabria tra memoria, corpo e parola

Daniel Cundari

Quando la poesia nasce dalla pietra, conosce il peso della terra e il respiro del tempo. Non chiede di essere letta soltanto ma attraversata con il corpo, con la voce, con la memoria. Daniel Cundari, nato a Rogliano nel 1983, appartiene alla stirpe rara di poeti-performer che il mondo ha incontrato prima ancora della loro terra d’origine. «Giovanissimo ma la sua poesia è già antica» osserva Mario Specchio.

Poeta, narratore, traduttore e performer plurilingue, Cundari ha portato la sua parola dalla Cina al Messico, dalla Serbia a Cuba, dalla Spagna alla Slovacchia. È il più giovane vincitore nella storia dei premi Lerici Pea, Pericle d’Oro e Genil de Literatura, riconoscimenti che solitamente premiano autori iberici o latinoamericani. Ospite assiduo dell’Accademia Mondiale della Poesia, profondo conoscitore delle letterature sommerse, ha tradotto o riadattato testi di Aresti, Bolaño, Celan, Trakl, Ripellino, Mandel’štam, Corso, Casariego, Leisegang.

Inventore del Repentismo cutise, originato dal canto d’improvviso, Cundari utilizza il dialetto come lingua del corpo e dell’anima, restituendogli una dignità universale. Le sue radici affondano tra le pietre di Cuti, a Rogliano, dove l’infanzia, il teatro, l’improvvisazione e il dialetto hanno forgiato un immaginario poetico potente e arcaico.

Lo abbiamo incontrato a Reggio Calabria, quale protagonista della prima giornata del Calabrie Fes Festival – Pensiero in movimento dal Sud, rassegna culturale dedicata, nella sua sessione inaugurale, alla storia, alla memoria e alla poesia tellurica, nel solco dei grandi terremoti del 1783. Dopo l’intervento scientifico di Gino Mirocle Crisci sulla geologia delle Calabrie, la sua performance Una catastrofe psicocosmica e la parola tellurica ha chiuso la giornata: senza microfono, con il solo corpo e la voce, trasformando la memoria del sisma in esperienza fisica ed emotiva.

Performer multilingue, ma soprattutto poeta. Come ti sei avvicinato alla poesia? Ho letto che l’hai incontrata da bambino a Cuti, tra i colori, i rumori e gli odori della tua terra.

«È una poetica che nasce in un piccolo rione di un piccolo paese della Calabria interna, ma che poi si irradia nel mondo. Utilizzo il dialetto insieme all’italiano, allo spagnolo e ad altre lingue prestigiose o antiche. La forza di queste è data sempre dal numero dei parlanti ma, nel caso del dialetto, anche dalla sua credibilità.

Le varietà dialettali calabresi sono tantissime. Oggi siamo a Reggio Calabria, una città ricca non solo nella storia ma anche nella poesia. Penso a Nicola Giunta,che ho studiato e inserito nella mia tesi a Siena tanti anni fa, ma potrei citarne molti altri, fino ai viventi, come Alfredo Panetta, che è della Locride e scrive e recita in una varietà reggina.

Ogni sfumatura del nostro dialetto ha una dignità da difendere: basta solo provarlo. Io ho avuto l’opportunità, la fortuna, ma anche la caparbietà di farlo a Cuba, in Cina, in Messico, ad esempio. Non mi piace usare il verbo “funzionare”, però funziona, nel senso che il nostro dialetto ha una potenza tale che l’energia si trasmette in modo naturale da chi recita al pubblico, fino a creare un unico corpo.

È una lingua molto teatrale, coriacea, piena di materia, di corpo ma allo stesso tempo ricca di elementi naturalistici».

Parlando di poesia, quali sono le lingue e le tematiche alle quali ti accosti?

«Possiamo fare una distinzione partendo dalle lingue in cui scrivo e ho scritto. L’italiano è la lingua più dotta, impostaci a scuola, e la utilizzo per una certa stratificazione concettuale della mia poetica. Poi c’è il dialetto, che è la lingua dei nonni, quella che si apprende in casa, una lingua terragna, più legata al territorio, rabbiosa, forte, veemente. Infine c’è lo spagnolo, la lingua del viaggio, dei figli, che si apprende per necessità, studiando e lavorando fuori. È una lingua eterea, più aperta ad altri mondi, internazionale.

Le tematiche sono quelle del sentimento, non del sentimentalismo. Del sentire: l’appartenenza, ma senza campanilismo; l’amore, il disamore, la politica; la voglia di un futuro migliore, di un cambiamento in meglio. Perché spesso si parla di cambiare, ma bisognerebbe sempre chiedersi: cambiare in che modo?»

Sei il precursore e l’inventore del Repentismo cutise. Puoi spiegarlo?

«In un primo momento sembra difficile, ma nella realta’ è molto semplice. Il nome deriva dalla parola eponima “cutise”, da Cuti, e dal termine “repentismo”, che ha un’origine castigliana e flamenca. Io ho studiato per diversi anni a Granada, nel Sacromonte, una città che mi ha ospitato per quasi sei anni.

Lì esiste l’espressione “de repente”, che significa all’improvviso. In dialetto potremmo tradurla con “all’a ‘ntrasata”, oppure in napoletano “all’intrasatta”: di punto in bianco, in un baleno, quasi di nascosto.

Il repentismo è una tecnica peculiare che va studiata quotidianamente perché si basa sulla memoria e soprattutto sull’improvvisazione. C’è un grande studio della parola, un passaggio continuo da un argomento all’altro, e un grande rispetto della metrica.

Si fonda su tre elementi fondamentali: la solitudine, la follia – che io chiamo in dialetto ciotia – e l’estasi. La solitudine è una forma di alienazione dell’artista; la ciotia è una sorta di penetrazione totale nel testo, fino a diventare quasi folli di parole; l’estasi è la trasmissione dell’energia da chi recita a chi ascolta.

È una teoria che Federico García Lorca aveva già individuato nel suo scritto sul duende, parlando di ciò che accade tra chi canta, chi recita e chi ascolta.

Il Repentismo cutise è spiegato in modo organico nel mio ultimo libro d’artista , Pandæmonium, pubblicato proprio a Reggio Calabria (in sole 100 copie firmate) e nato a Barcellona durante il lockdown. È un libro peraltro arricchito dal bozzetto originale di “Opera” donatomi da Edoardo Tresoldi oggi installata in forma permanente sul lungomare Falcomatà».

E nella pratica, come si svolge?

«Nella pratica è un canto di improvvisazione in dialetto, in qualità di lingua del corpo e dell’anima. Del corpo perché è un idioma estremamente materico. Nel momento in cui si recita, anche il corpo entra in gioco: postura, respiro, movimento.

Per fare il repentista, almeno nel Repentismo cutise, è richiesta anche una certa preparazione fisica, perché il dispendio energetico è notevole».

Sei molto apprezzato all’estero, hai vinto anche numerosi premi internazionali, però hai deciso di tornare e fare cultura in Calabria. Cosa serve? Follia, tenacia, coraggio?

«Reinaldo Arenas direbbe che ci vuole “un coraggio pieno di follia”. Ed è vero. La Calabria è un luogo ricco di grandi energie. Non mi piace parlare di risorse, potenzialità o eccellenze: sono parole che spesso svuotano il senso delle cose.

Bisogna incanalare queste energie nel sentiero giusto, collaborare tra artisti, lavorare sul linguaggio, sui temi, insieme agli intellettuali. Dalla Calabria possono partire iniziative culturali di grande spessore.

Io l’ho fatto nel mio piccolo con la Piccola Biblioteca di Cuti, ospitando autori nazionali e internazionali: tra gli altri Alfio Antico, Domenico Dara, Mimmo Gangemi, Vito Teti, Francesco Loccisano, Fabio Macagnino, Lucia Navarro Delgado, Biagio Guerrera, Paolo Presta, Rares Morarescu, Peppe Voltarelli, Dario De Luca, due volte Premio Ubu con Scena Verticale.

Una volta l’anno, ad agosto, porto un ospite speciale nella Ruga, una piazza antistante la biblioteca, come dono alla comunità. Cuti conta cinquecento anime, Rogliano cinquemila, ma la cultura non è mai una questione di numeri».

A proposito della Piccola Biblioteca di Cuti come possiamo definirla? Un luogo dell’anima?

«Sì. È un genius loci, un luogo dell’anima. Un luogo che aveva un’anima profonda già prima del mio arrivo. Iniziai da piccolo grazie a mio padre che mi trasferì questo luogo che in passato è stato un filatoio di lane, l’ultima cellula del partito monarchico della zona del Savuto, ed anche un’enoteca che io stesso ho gestito.

Tra le mie passioni, infatti, oltre alla letteratura, ci sono la pittura e la cucina. In Spagna, per anni, in pochi lo sanno, ho lavorato anche in campo enogastronomico ad alto livello».

Sul tuo sito c’è una frase che mi ha colpito molto: “Quando le parole non sono più parole, il poeta diventa quelle parole”. 

«Quando si recita, si legge la poesia, è chiaro, ma spesso ciò che resta non è il testo intero, bensì un dettaglio, un’energia, uno svolazzare, un rumore. Come accade con un film: dopo anni, una scena ritorna con forza, prepotentemente.

Questo è ciò che Lorca definisce duende, uno spiritello che si posa sulla spalla e sorride sornione. Non è da tutti. Noi italiani abbiamo l’angelo, che aiuta soprattutto l’arte figurativa; i francesi hanno la musa, che spesso è distruttiva. Il duende invece è dispettoso, malefico, ma necessario.

Per un poeta, per chi vive della parola e a volte diventa quelle parole, è fondamentale tornare alle radici. Penso a Ibico di Reggio Calabria, il primo tra i poeti classici, che spesso releghiamo all’oblio, non avendo la curiosità di conoscerlo davvero. E invece credo che proprio da lì si debba partire, dalla radice di questo vate che è stato il primo a costruire la lira e a creare la lirica tragica».

Al Calabrie Fes Festival hai parlato di “parola tellurica”.

«In questi mesi ho riflettuto molto su cosa possa fare la parola poetica davanti a un tema così difficile, soprattutto dopo gli interventi scientifici. Ho scelto di lavorare sulla mescolanza di stili: riscrivere in modo inedito un testo unendo testimonianze, voci, echi, proprio per lasciare quella sensazione di cui parlavamo prima e unire chi, nei secoli, in varie lingue, ha scritto e parlato di terremoto.

Il terremoto distrugge, annienta, ma come la poesia dà una scossa, ci ricorda che siamo vivi. Se abbiamo ancora la capacità di stare insieme, possiamo costruire un domani migliore. Anche nella negatività, per chi resta, può nascere qualcosa, può nascere bellezza».

 

E nella poesia di Cundari, questa bellezza circola proprio come una scossa tellurica che nasce dalla pietra. «E infine ci amammo come due ragazzi, innamorati del niente», scrive in una delle poesie a lui più care del libro Pandæmonium. È forse qui il senso ultimo della sua parola: restare umani, fragili ma vivi, come le pietre attraversate dal tempo, capaci di custodire e restituire bellezza anche dopo una catastrofe. 

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