DEMolition Man, all’AbaRC l’arte demolisce le icone per renderle umane

Inaugurata ieri all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, la mostra "DEMOlition Man" di Francesco De Molfetta, curata da Domenico Michele Surace: un viaggio tra icone pop, provocazione e umanità

SE IF Francesco De Molfetta "SE-IF" di Francesco De Molfetta

Tra sculture provocatorie, miti della cultura pop trasformati in figure fragili e profondamente umane, un detonatore simbolico e una miccia pronta ad accendersi, l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria ha aperto le porte ieri alla mostra “DEMOlition Man. Francesco De Molfetta e l’arte della detonazione iconica”, personale dell’artista Francesco De Molfetta, in arte DEMO, curata dal professor Domenico Michele Surace, docente di Storia dell’Arte.

L’esposizione, promossa dall’Accademia diretta dal professor Pietro Sacchetti, rappresenta uno degli appuntamenti culturali più significativi della stagione artistica cittadina. Non soltanto una mostra, ma un vero percorso concettuale che attraversa storia dell’arte, cultura pop, immaginario televisivo, politica e archetipi contemporanei, mettendo continuamente in discussione il significato stesso di “icona”.

Visitabile gratuitamente fino al 18 luglio 2026, la mostra resterà aperta dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19 e il sabato dalle 9 alle 13.

L’arte di DEMO: “Demolire le icone per renderle accessibili”

Il titolo stesso dell’esposizione gioca sull’identità dell’artista. DEMO è infatti la contrazione di De Molfetta, ma richiama anche l’idea di dimostrazione, di processo aperto, di esperimento.

“A Milano c’è questa abitudine di chiamarsi per contrazioni o soprannomi derivati dal cognome. Però c’è anche un altro significato: demo è qualcosa di dimostrativo, e quindi esiste un ulteriore livello di gioco” ha spiegato Francesco De Molfetta.

La mostra si presenta come una sorta di antologica dei lavori più iconici dell’artista, selezionati dal curatore Domenico Michele Surace. Un percorso che attraversa anni di ricerca e che trova il suo filo conduttore nella provocazione e nella rilettura critica delle immagini sedimentate nell’immaginario collettivo.

“Io la vedo come un’antologica dei miei lavori più iconici – ha raccontato l’artista – con un trait d’union legato alla provocazione e alla possibilità di innestare un pensiero diverso sul contemporaneo. Mi interessa rivedere ciò che consideriamo scontato. Le figure che immaginiamo in un certo modo possono invece avere sfaccettature che le rendono più umane, più accessibili. In fondo il mio desiderio è umanizzare icone che nascono fantascientifiche”.

ET col raffreddore e i miti resi fragili

Le opere di DEMO non distruggono l’icona: la incrinano, la rendono vulnerabile, vicina, imperfetta. Lo fanno attraverso la scultura, linguaggio centrale della ricerca dell’artista.

“Nelle mie sculture – ha spiegato De Molfetta – cerco una riqualificazione delle immagini. ET, ad esempio, qui non è più un mostro extraterrestre: è un mostro malato, con il raffreddore. Questo lo rende più tenero, più umano. Anche noi ci ammaliamo, deperiamo, cambiamo”.

Da qui nasce il concetto di “demolizione” evocato dal titolo della mostra.

“Sono opere che demoliscono tutto ciò che appare statico – ha aggiunto l’artista –. Demoliscono la fissità dell’icona e la aprono a nuove possibilità di lettura”.

Domenico Michele Surace: “La demolizione è decostruzione per ricostruire”

Il cuore teorico della mostra è stato raccontato dal curatore Domenico Michele Surace durante il tour inaugurale e il talk in Aula Magna.

“La nostra provocazione – ha spiegato – è fare anche un po’ gli antiaccademici. Non vogliamo una formazione chiusa dentro un portone, ma capace di dialogare con il territorio e con la contemporaneità”.

Per Surace il concetto di demolizione non coincide mai con l’annullamento.

“Demolire non significa cancellare. Significa decostruire per ricostruire. Ogni opera apparentemente ha una lettura immediata, ma poi spinge a riflettere, a ricostruire mentalmente e sentimentalmente ciò che abbiamo davanti”.

L’intero allestimento è stato concepito come un sistema cognitivo ed esperienziale. Il corridoio espositivo è infatti suddiviso in due dimensioni: da un lato la materia, dall’altro l’invisibile, la realtà aumentata, che prende forma grazie all’interazione umana.

“Chi visita la mostra non è più soltanto spettatore – ha sottolineato Surace – ma prende parte all’opera. È il gesto umano che attiva il senso”.

Le opere invisibili e la realtà aumentata

Tra gli elementi più suggestivi del percorso espositivo vi sono le opere fruibili tramite QR code e realtà aumentata. Figure iconiche come Mercurio/Hermes o la Nike di Samotracia appaiono infatti solo attraverso l’interazione del pubblico.

“L’opera invisibile in realtà è sempre stata lì – è stato spiegato durante il percorso – ma aveva bisogno del tocco umano”.

Una riflessione che inevitabilmente dialoga anche con il presente dominato dall’intelligenza artificiale e dalla tecnologia.

“In un periodo in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata sempre di più – ha osservato Surace – è fondamentale aprire la mente a nuove visioni umane. Noi siamo un’Accademia di Belle Arti e vogliamo dialogare con il territorio attraverso artisti contemporanei che sappiano creare confronto”.

“SE / IF”, l’opera più intima della mostra

Tra tutte le opere esposte, una in particolare ha assunto un significato profondamente personale: “SE”, oppure “IF” nella versione inglese del titolo.

Si tratta di due mani che si incontrano, modellate sui calchi delle mani dei genitori dell’artista, divorziati da anni e ignari dell’esistenza dell’opera.

“È forse l’opera più auto-narrativa e intensa della mostra – ha raccontato De Molfetta –. Nasce come un’ipotesi di incontro. Le due mani ricordano anche i lembi dello Stretto di Messina, Calabria e Sicilia, e la possibilità di una congiunzione”.

L’opera diventa così metafora dell’incontro umano, della riconciliazione e della possibilità infinita delle relazioni.

“Nulla nasce da solo – ha detto l’artista –. Tutto nel cosmo accade attraverso l’incontro di due elementi”.

Ed è proprio davanti a “SE” che emerge il paradosso più potente dell’intera esposizione: la demolizione che diventa costruzione.

“È l’unica opera che in realtà tende a costruire – ha ammesso De Molfetta –. Ma in fondo si demolisce sempre per ricostruire”.

Un progetto formativo che coinvolge studenti e territorio

“DEMOlition Man” è anche un importante progetto didattico. L’iniziativa ha coinvolto docenti e studenti dell’Accademia nelle diverse fasi di produzione, progettazione e allestimento.

La vicedirettrice dell’Accademia, Domenica Galluso, ha sottolineato come oggi le Accademie di Belle Arti siano chiamate a svolgere un ruolo che va oltre la semplice formazione tecnica.

“Le Accademie devono essere istituzioni aperte al territorio, capaci di dialogare con le comunità e con il mondo contemporaneo. Questa mostra rappresenta perfettamente quella missione”.

Galluso ha poi evidenziato il valore provocatorio dell’arte di De Molfetta.

“Chi si avvicina alle sue opere non può restare indifferente, nel bene o nel male. L’arte deve provocare, stimolare riflessioni e anche critiche”.

Il detonatore simbolico e l’avvio della “demolizione”

Uno dei momenti più suggestivi dell’inaugurazione è stato il gesto simbolico che ha dato ufficialmente avvio alla mostra: artista e curatore hanno premuto insieme il detonatore scenografico collegato a una miccia installata nello spazio espositivo, facendo partire un video dedicato alla mostra e al suo universo iconografico.

Un gesto performativo che ha sintetizzato il senso dell’intero progetto: demolire l’immagine cristallizzata per riattivarla nel presente.

“Le opere possono vivere solo se hanno altre possibilità di esistenza – ha concluso De Molfetta –. Altrimenti deperiscono nella loro stessa materia, proprio come i corpi”. Ed è qui che “DEMOlition Man” trova la sua forza più autentica, nella capacità di trasformare il mito in qualcosa di fragile, umano e vivo e nel suggerire che anche dalla macerie può nascere una nuova forma di dialogo.

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