Ecuba, il sogno spezzato e il mito che parla ancora oggi

Ieri sera, 14 dicembre, allo Spazio Antigone Osservatorio sulla ‘ndrangheta di Reggio Calabria è andato in scena Ecuba. Il sogno. Il mito di Euripide rivive oggi tra guerra, esilio e dolore, in uno spettacolo intenso e necessario

Ecuba il sogno

Memoria e presente. Buio e attesa. Un’attesa che sa di rispetto. Un silenzio che si fa ascolto profondo. Con queste emozioni iniziali ieri sera, 14 dicembre, lo Spazio Antigone – Osservatorio sulla ‘ndrangheta (OSN) di Reggio Calabria, ha accolto lo spettacolo Ecuba. Il sogno. La riscrittura contemporanea di Katia Colica della tragedia di Euripide ha portato il mito nel nostro tempo, dentro le guerre che vediamo ogni giorno, dentro l’emigrazione, la perdita, la violenza. Ferite aperte che ormai abbiamo imparato ad ignorare e che chiedono di essere guardate. E così è stato. Con rispetto, silenzio e ascolto. In una cornice, peraltro, come quella dello spazio Antigone, ospitato in un bene confiscato alla criminalità organizzata e trasformato in presidio culturale e sociale, in cui lo spettacolo ha trovato una risonanza ancora più forte.

Ecuba oggi: dal mito alla guerra contemporanea

Prodotto da Adexo Arti Creative, con la regia di Basilio Musolino, musiche originali di Antonio Aprile e la voce di Pasquale Zumbo, lo spettacolo ha visto in scena una intensa Daniela D’Agostino interpretare Ecuba, non più moglie di Priamo e regina di Troia ma giovane donna arrivata da Kiev, sopravvissuta alla guerra e costretta all’esilio e a fare la badante in Italia.

In una stanza anonima, con pochi abiti appesi, una vecchia televisione, un tavolino con trucchi e (pochi) gioielli, una valigia prima vuota e poi colma – si consuma il suo dramma. La radio accesa, la voce dello speaker di Radio Labirinto, “Gianluca Caronte”, i fantasmi che tornano. Ecuba sogna, ricorda, danza e canta sulle note de “La spada nel cuore” mentre la vita quotidiana prova invano a contenere un dolore straziante che non trova pace.

Le parole che fanno male

La scena si apre con Ecuba vestita di verde, un abito lungo e semplice. Ascolta la radio e le dediche di Polidoro e Ulisse. E da lì si avvia il flusso della memoria: il figlio perduto per sempre, il cinico Ulisse, il padre ucciso davanti ai suoi occhi, la fuga, “la strada che prendono gli incubi per sbarrare il passo ai sogni”.

Ecuba racconta dei tank che irrompono nelle strade, dei kalashnikov che sparano sulle case, del padre che cade in ginocchio “come se volesse finire quella storia del grano”. «La guerra arriva così, come un temporale. Provi a ripararti, ma il vento ti strappa i vestiti, ti gela le ossa» dice e si chiede «Quanto tempo serve a una donna che ha perso i propri cari per non vedere più le loro ombre?».

Parla alla vecchia signora che accudisce, che lava, nutre e ne solleva il corpo stanco. In una “solitudine che non si misura” ma che a volte sembra sterminata.

Un destino segnato

E mentre ascolta la radio, Ecuba si trucca, indossa i gioielli, prepara la valigia con i pochi averi e il suo destino. Il peso della sofferenza diventa insostenibile.

La boccettina (con il ritmo inquietante scandito dalle musiche di Antonio Aprile), da cui versa gocce in due bicchieri uguali diventa il simbolo di una scelta estrema. Alla fine, beve lei. E si avvia a porgere lo stesso bicchiere alla vecchia signora. È la resa di fronte al dolore, senza redenzione, né consolazione. In un finale che, tra gli applausi calorosi del pubblico, resta aperto ma lascia intuire il presagio.

La voce dei protagonisti

È la stessa Katia Colica a spiegare il senso profondo della sua riscrittura contemporanea: «Il mito è valido per tutti i tempi perché parla di guerra, sofferenza, di donne abusate e costrette a partire. Purtroppo i tempi non hanno mai smentito ciò che i miti avevano già raccontato. Per questo restano sempre attuali».

Per Daniela D’Agostino, Ecuba è un personaggio che non lascia scampo. Un ruolo che svuota, emotivamente e fisicamente. «Ogni volta questo spettacolo mi emoziona e consuma completamente l’energia. La speranza è quella di trasmettere un messaggio forte – dice – perché spesso non ci rendiamo conto di cosa sono costrette a vivere davvero queste persone».

Dello stesso avviso anche il regista Basilio Musolino che lega il mito alla responsabilità del presente. «I miti si ripropongono perché la storia non ci insegna, o forse ci insegna male. Riproporli oggi – afferma – significa raccontare la realtà nella sua durezza, dare voce a chi viene messo da parte». E aggiunge: «È lo stesso intento degli antichi: far riflettere. Noi proviamo a farlo oggi, purtroppo con gli stessi temi».

Una storia che resta addosso

Ecuba. Il sogno finisce ma resta negli occhi, nello stomaco e nella coscienza degli spettatori, per ricordarci che tra guerre, migrazioni, violenze e solitudini, tutto cambia e nulla cambia.

E il mito diventa presente, e continua a bussare e a chiedere ascolto nella figura di Ecuba, delle tante Ecuba che provano ad aggrapparsi a una speranza ma non la trovano perché, come nelle note di Little Tony, “nella notte il cuore che batte è fermo oramai”. 

 

 

 

 

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