Edoardo Pedà: il rock che resiste
Dai Mandrax ai Blaskom, intervista a Edoardo Pedà in occasione del concerto al Cineteatro Metropolitano: storia, aneddoti e passione di un’icona del rock reggino - FOTO
Tre ore di adrenalina pura, tre ore di musica senza sosta, tra salti, voce graffiata e un’energia che non conosce pause. Al Cineteatro Metropolitano, durante il concerto dei Blaskom Band venerdì sera nell’ambito della rassegna “Un Palco per la Città”, il frontman Edoardo Pedà ha trasformato il palco in un vortice di rock puro, trascinando il pubblico in un viaggio all’insegna del ritmo.
Instancabile, magnetico, irriverente, Pedà continua a incarnare lo spirito più autentico del rock reggino. È proprio nel pieno di questo live, che lo abbiamo incontrato per ripercorrere con lui, tra aneddoti e risate, una carriera che parte dagli anni ’70, dai Mandrax, una – forse l’unica – rock band calabrese che ha trionfato in tutta Italia, lavorando pure per la EMI, con gli Afterhours, Elio e le storie tese e tanti altri, per arrivare sino ad oggi.
Come nasce il progetto Blaskom Band?
“I Blaskom nascono circa dieci anni fa, quasi per caso. Dopo un periodo difficile della mia vita, durante il quale mi sono fermato anche per motivi di salute, non avevo alcuna intenzione di tornare a fare musica. È stato il mio ex chitarrista dei Mandrax a insistere.
All’inizio mi parlò di una cover band di Vasco Rossi con una cantante donna. Poi, quando il progetto non funzionò, venne da me e mi disse chiaramente che solo io potevo farlo. Era tutto costruito ad arte per riportarmi sul palco. Lì ho capito che mi aveva incastrato.
Tra l’altro, all’inizio Vasco non lo conoscevo così bene, mi risultava anche difficile interpretarlo. Durante le prove gli chiedevo: “Fammi vedere come lo fa”, e lui me lo cantava all’orecchio. Poi piano piano è entrato dentro di me. Quando ho iniziato a leggere davvero i testi, ho scoperto un mondo”.
Che tipo di interpretazione portate sul palco?
“Siamo una tribute band, ma con una lettura molto personale. Restiamo fedeli agli arrangiamenti originali, però inevitabilmente li adattiamo alla nostra formazione.
Vasco ha una band enorme, con fiati, cori, sequenze. Noi siamo molti meno: già solo due chitarre in meno cambiano tutto. Non abbiamo trombe, tromboni, cori strutturati come i suoi. Quindi dobbiamo reinventare gli arrangiamenti per farli funzionare con quello che siamo.
Alla fine viene fuori una versione nostra. Io la chiamo un’interpretazione ‘alla Mandrax’. E questa cosa si sente. All’inizio mi capitava spesso che qualcuno venisse ai concerti dicendomi: ‘A me Vasco non piace, però vengo a vederti’. Oppure persone che mi fissavano per tutta la sera, poi si avvicinavano e mi dicevano: ‘Non fa lo stesso… ma mi piace’”.
Chi erano i Mandrax e cosa hanno rappresentato?
“I Mandrax erano la mia band. Siamo nati alla fine degli anni ’70 e facevamo musica originale. Rock, blues, i testi erano tutti nostri. Abbiamo suonato praticamente ovunque in Italia: festival, piazze, tour lunghissimi. Siamo stati ad Arezzo Wave — ci selezionò Elio delle Storie Tese — e il patron Mauro Valenti gli chiese: ‘Ma che ca… di lingua parlano questi?’, perché avevamo mandato un pezzo in dialetto, ‘Natinu na teni’.
Poi Festival dell’Unità insieme ai Ladri di Biciclette, a Bologna, a Grosseto. La EMI ci coinvolse per reinterpretare “Aida” di Rino Gaetano, insieme a tanti gruppi importanti della scena italiana. C’erano anche gli Afterhours: con loro abbiamo fatto tour in Sicilia, e sul palco Manuel Agnelli e il nostro Sergio si scambiavano le chitarre. Insomma eravamo ben quotati”.
Usavate molto il dialetto, su tutte spicca “Natinu na teni”.
“Sì, facevamo rock, rhythm and blues, funky, con contaminazioni continue. E usavamo sia l’italiano che il dialetto reggino.
‘Natinu na teni’ è forse il pezzo più rappresentativo, ed è legato a una storia vera. Natino era un ragazzo che a 13 anni era caduto dalla tromba delle scale, era tutto cucito. Frequentava le nostre prove, sempre presente, sempre lì davanti a noi. Un giorno gli chiedemmo di comprarci della camomilla con cinquantamila lire. Disse va bene e tornò con una quantità spropositata, ‘tre buste piene di camomilla’ (Ndr ride).
Ma Natino era molto più di questo. Era un personaggio unico. Quando andò a fare la carta d’identità e gli chiesero ‘Dove sei nato?’, lui rispose semplicemente: ‘Sono qua’, senza capire la domanda. L’impiegato continuava a chiedere e lui alla fine si girò da uno in fila dietro e gli disse ‘Diglielo pure tu che sono qua’ (Ndr ridiamo tutti).
Gli chiesi il permesso di scrivere un pezzo su di lui, e mi disse solo: ‘Fallo’. Così nacque ‘Natinu na teni’. Nei concerti era il momento più atteso: lo suonavamo a fine serata ed era il delirio”.
Mi racconti qualche altro aneddoto dei Mandrax?
“Ce ne sono tantissimi. Uno che ricordo sempre è quello di Verona. Stavamo andando a suonare e io dissi: ‘Stasera ci prendono a pietrate come terroni’. Eravamo all’Usignolo, era un teatro come questo. Invece, il giorno dopo, mi alzo e leggo sui giornali titoli entusiasti: ‘Mandrax elettrizzanti’. Ho ancora la rassegna stampa.
Un’altra volta qui al Cineteatro Metropolitano, Antonio Calabrò ne sa qualcosa. Ci scoprì proprio qua, durante un Capodanno, quando smontammo tutte le sedie trasformando il teatro in una pista da ballo”.
E il famoso episodio al manicomio?
“Era il 1976, suonammo per la prima volta al manicomio a Modena per i matti. Il nostro chitarrista, Pietro D’Avasto, che oggi non c’è più, era un genio assoluto ma anche il nostro Syd Barrett, era sempre lì. Dopo il concerto, mentre noi uscivamo i medici lo portarono dentro e stavano trattenendo anche noi (ndr ride)”.
Poi c’è la storia del nome…
“Sì. Il Mandrax era uno stupefacente, un barbiturico molto potente che dava anche un forte impulso erotico.
Quando me lo chiesero in un’intervista, ovviamente non potevo dire la verità. Così mi inventai che da bambino leggevo i fumetti di Mandrake. E che sostituimmo il finale con la x. Ci credettero (ndr ride)”.
Come si è evoluta la band nel tempo?
“All’inizio eravamo anche in sette, con fiati e una struttura più complessa. Poi ho voluto la svolta. Ho detto: basta, si fa rock essenziale.
Formazione a tre, alla Police: basso, batteria, chitarra e voce. ‘O suoni o muori’”.
Quanto è stata importante la musica nella tua vita?
“La musica è stata tutto, fin dall’inizio. Mia madre era direttrice d’orchestra e pianista, mi ha messo sul palco quando avevo cinque anni.
Mi portarono all’Antoniano di Bologna per lo Zecchino d’Oro. Io ero attaccatissimo a lei. Un monaco mi prese, mi portò al centro del palco, mi disse: “Tu non ti muovi da qui”. Appena si è allontanato, sono scappato.
Lì è finita la mia carriera da bambino cantante”.
Oggi cosa rappresentano i Blaskom?
“All’inizio erano quasi una scommessa, oggi sono diventati molto più di una tribute band.
La formazione è cresciuta nel tempo, abbiamo trovato un equilibrio nostro. Siamo cresciuti tutti, anch’io insieme a loro. C’è una consapevolezza diversa anche sul palco.
E continuiamo a girare tra Calabria, Sicilia e anche fuori regione. E io continuo a esplorare Vasco, uso pure il ‘gobbo’ a volte perché non voglio perdere il flusso: se mi fermo a pensare troppo, rischio di interrompere quella corrente che si crea dal vivo”.
E quando sale sul palco, quella corrente è sempre viva, parte e non si ferma più. Un’energia che attraversa il tempo, che cambia forma ma non intensità. Dai Mandrax ai Blaskom, Edoardo Pedà continua a fare quello che ha sempre fatto — vivere il rock fino in fondo, senza riserve, senza misura, con la stessa urgenza di sempre. E sul palco, ancora oggi, si vede tutto.
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