Edoardo Purgatori: l’amore che vibra sul palco

Intervista a Edoardo Purgatori che ha dato vita ieri sul palco del teatro Cilea a "Brokeback Mountain", la storia d'amore intensa e struggente che ha aperto la stagione invernale di Polis Cultura

Edoardo Purgatori Foto di Antonio Sollazzo

In scena sul palco del teatro “Francesco Cilea”, Edoardo Purgatori, insieme a Filippo Contri e alla voce inconfondibile di Malika Ayane, dà vita a “Brokeback Mountain”, una storia d’amore intensa e struggente che ha segnato intere generazioni. Abbiamo incontrato Edoardo per parlare del dietro le quinte dello spettacolo, delle sfide nel condensare in un’ora e mezza un film di due ore e mezza, e del potere della musica nel trasportare il pubblico dentro l’anima dei personaggi.

“Brokeback Mountain” è uno spettacolo carico di significati. Qual è per te l’elemento più importante?

Ce ne sono tantissimi, davvero. È uno spettacolo che tocca molte tematiche, ma più che “affrontarle” cerchiamo di viverle ogni sera. L’elemento centrale, per me, è l’umanità: l’umanità che mettiamo noi in prima persona come attori. Non si tratta solo di fare un buon lavoro tecnico, ma di mettersi davvero in gioco, perché stiamo raccontando una storia d’amore bellissima e struggente. Dobbiamo far credere al pubblico, in un’ora e mezza, a qualcosa di profondissimo”.

A proposito di tempo: rispetto al film siete in qualche modo “penalizzati”?

Sì, un po’ sì. Il film dura circa due ore e mezza, noi abbiamo un’ora in meno per raccontare tutto. Da questo punto di vista siamo sfavoriti. Però, dall’altro lato, abbiamo una forza enorme: siamo in carne e ossa davanti al pubblico. Se siamo bravi, se riusciamo a emozionarci noi, allora speriamo davvero di riuscire a emozionare anche chi ci guarda”.

Se fossi seduto in platea, come definiresti lo spettacolo di ieri sera?

Mi viene in mente l’effetto che fece su di me il film quando lo vidi al cinema. Ricordo che mi colpì tantissimo, mi fece stare male, ma in senso buono: mi fece fare un viaggio dentro un sentimento profondo. Non tanto per il fatto che fosse una storia tra due uomini, ma perché racconta cosa succede quando una persona non si concede la libertà di vivere ciò che prova davvero. Il non potersi innamorare apertamente, il non potersi dimostrare agli altri e a se stessi ciò che si è. Quello mi ha toccato molto”.

C’è una scena o un momento che per te resta emblematico?

“Il finale, senza dubbio. Quando lui tiene quelle camicie e dice “lo giuro”. È potentissimo, ma arriva troppo tardi. È struggente. Quindi, se dovessi usare una parola per descrivere lo spettacolo da spettatore, direi “struggente”, ma anche “vero”, “sincero”.

Eppure la sincerità è un concetto complesso in questa storia…

Assolutamente sì. È interessante perché si può essere sinceri anche dicendo una bugia. In fondo, loro vivono vent’anni di bugie, soprattutto verso se stessi. Prima ancora che verso gli altri. C’è pochissima sincerità, ma sotto ribolle qualcosa di vero, che non smette mai di esistere”.

Quanto è importante la presenza di Malika Ayane e della sua musica nello spettacolo?

“È fondamentale, direi che a teatro ci ha proprio salvato. Nel cinema puoi raccontare con i primi piani, i silenzi, gli sguardi. A teatro questo è più difficile, anche per un’economia di tempo e di spazio. La musica diventa allora un collante emotivo. La voce di Malika è come quella di una sciamana, di un angelo: per me è l’anima dello spettacolo. Aiuta noi attori e aiuta il pubblico a capire dove siamo emotivamente nella storia, accompagna i passaggi, i salti temporali, i cambi di scena”.

Avete aperto ufficialmente la rassegna della Polis Cultura. Lo sapevi?

“No, non lo sapevo! Questa è una grande bellezza. Davvero. Sono molto emozionato: aprire una rassegna è una responsabilità ma anche un onore. È bellissimo”.

Edoardo Purgatori

Share via