Eighties Colours: Roberto Calabrò racconta la rinascita sixties della musica degli anni ‘80

Al Circolo Calarco di Reggio Calabria, Roberto Calabrò ha presentato ieri pomeriggio Eighties Colours, il libro che riscopre la scena neosixties italiana degli anni Ottanta, tra garage, beat e psichedelia. Un viaggio nei suoni e nei colori di un’Italia che voleva tornare a sognare

eighties Colours Uno dei gruppi "Eighties Colours"

C’erano i colori e la nostalgia degli anni Sessanta, ma anche l’energia ribelle di chi voleva riscrivere la propria epoca. È in questa fusione che si colloca Eighties Colours. Garage, beat e psichedelia nell’Italia degli anni Ottanta, il volume del giornalista e saggista musicale Roberto Calabrò, presentato ieri pomeriggio al Circolo Culturale “Guglielmo Calarco” di Reggio Calabria, in dialogo con Simone De Maio.

La nuova edizione del libro, già vincitore del premio M.E.I. 2010, pubblicata da Odoya, aggiornata fino al 2025, racconta quella scena musicale sotterranea che, lontana dalle luci di “Milano da bere” e dagli yuppies, fece dell’Italia un laboratorio vivissimo di creatività indipendente.

Gli anni ’80 oltre il “calduccio” di Altan

«Voglio citare Altan», ha esordito Simone De Maio nella presentazione. «Durante gli anni Ottanta fece uscire una vignetta che diceva: “Dopo il gelo degli anni di piombo, godetevi il calduccio di questi anni di merda”. Per lui era la fine di un sogno, ma non era proprio così».

Calabrò ha replicato con ironia: «Altan scrisse quella cosa perché non vive gli anni in cui siamo noi oggi, altrimenti rivaluterebbe immediatamente». Poi ha aggiunto: «I primi anni Ottanta furono la propaggine dei Settanta, con la disillusione del ’77 e la piaga dell’eroina. Molti ragazzi non si riconoscevano né nel mainstream plastificato né nel dark pesante: cercavano una via di fuga nei colori e nei suoni dei Sessanta. Eighties Colours rappresenta proprio questo: una spruzzata di energia, vitalità e libertà».

Come nacque “Eighties Colours”

Nel dialogo con Cult, Calabrò ha ricordato l’origine della compilation che ha dato il nome al libro:
«Eighties Colours era una raccolta pubblicata nel 1985 dall’etichetta Electric Eye di Claudio Sorge, allora condirettore di Rockerilla. Sorge capì che anche in Italia, come in Scandinavia e in America, c’erano ragazzi stanchi della musica mainstream e del post-punk, desiderosi di riportare la magia degli anni Sessanta. Pubblicò quindi questa raccolta-manifesto, e i gruppi sparsi in tutta Italia capirono che non erano soli».

Fu un’epifania collettiva: «Non c’era Internet, aspettavi Rockerilla in edicola ogni mese. Quella compilation fece scoprire a molti che c’erano band come i Sick Rose di Torino o i Lager di Cosenza che suonavano la stessa musica. Per una volta – ha aggiunto Calabrò – siamo stati superiori agli inglesi, bisogna dirlo!»

L’Italia dei suoni beat, garage e psichedelici

Calabrò ha ricostruito, quindi, le diverse anime del movimento: «All’epoca i giornalisti fecero l’errore di chiamarla tutta “scena neo psichedelica”. In realtà c’erano tre filoni: la psichedelia, più fantasiosa; il garage, più d’impatto; e il beat, che riproponeva il suono italiano dei Sessanta, da Caterina Caselli per intenderci a I Corvi».

E ha aggiunto: «I primi anni Ottanta furono anche una reazione alla pesantezza politica e sociale del decennio precedente: riscoprire i colori degli anni Sessanta era un modo per scrollarsi di dosso quel buio».

Dai Lager di Cosenza ai No Strange: la geografia del movimento

Una scena presente anche in Calabria, dove ha ricordato Calabrò «c’erano i Lager di Cosenza, che sarebbero dovuti essere inclusi nella compilation. A Bologna, invece, grazie al Dams, arrivavano studenti da tutta Italia e nacquero gruppi neopsichedelici come gli Allison Run. Torino fu un’altra capitale, con i No Strange di Salvatore “Ursus” D’Urso e Alberto Ezzu, che sperimentavano con mezzi di fortuna cercando la magia dei Sessanta psichedelici».

A Reggio, poi, c’erano i Lost in the Bush, gruppo reggino tra i protagonisti della scena underground cittadina «non pienamente ascrivibili agli Eighties Colours – ha spiegato l’autore ricordando il bassista della band presente tra il pubblico al Calarco – ma con dei punti di contatto, perché in alcuni brani loro emergeva una vena psichedelica».

Un libro per riscoprire un’Italia musicale dimenticata

Alla domanda su cosa lo abbia spinto a scrivere il libro, Calabrò ha spiegato a Cult: «Quando nel 2010 uscì la prima edizione, avevo iniziato a lavorarci un paio d’anni prima perché molti libri raccontavano la scena punk o quella del rock cantato in italiano, ma sui gruppi neosixties era calato l’oblio. Ho voluto riportarli alla luce: ho raccolto circa quaranta interviste, riscoperto fanzine e giornali dell’epoca, e riascoltato i dischi. Alcuni gruppi, dopo l’uscita del libro, che ha creato appunto una piccola fiammata, si sono addirittura riformati».

La nuova edizione, ha proseguito, «mantiene il cuore originale, ma ho aggiunto un capitolo che racconta i gruppi che si sono riformati dal 2010 ad oggi e una discografia aggiornata al 2025. I Not Moving, per esempio, quest’anno hanno pubblicato un ultimo disco prima di sciogliersi».

Syd Barrett e la scintilla personale

Durante la presentazione, Calabrò, incalzato da De Maio, ha raccontato la sua porta d’ingresso nella scena: «Sono arrivato a tutto questo attraverso Syd Barrett. Da adolescente mi innamorai dei Pink Floyd di Barrett e su un 45 giri scoprii una canzone bellissima Stolen Letter, di un gruppo milanese dal nome evocativo: Peter Sellers and the Hollywood Party. Li contattai per telefono e da lì iniziò tutto. Compravo i dischi a Messina, per corrispondenza, uno alla volta. Gli anni Sessanta erano per me il decennio più bello del secolo: musica, arte, design. Tutto era un universo di riferimenti infiniti».

Un finale a colori

L’incontro al Circolo Calarco può condensarsi nella battuta di De Maio: «Neo sixties uno, Altan zero». Calabrò ha sorriso: «Diciamo che stasera giocano un pareggio».

Gli anni ’80 in realtà non furono poi così male e la vera vittoria fu quella di una generazione che, tra vinili, capelli a caschetto, camicie paisley e Chelsea boots, ha cercato di ridare colore a un’Italia che proveniva da un retaggio in bianco e nero. Una scena che, quarant’anni dopo, continua a vibrare tra le pagine di Eighties Colours, dimostrando che certi suoni – e certi ideali – non invecchiano mai.

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