Elisabetta e Limone: solitudini in scena tra fuga e tenerezza

Due vite opposte si incontrano in una stanza sospesa tra isolamento e desiderio: “Elisabetta e Limone” ieri sera a SpazioTeatro ha chiuso la Casa dei Racconti con una pièce intensa tra musica anni ’80 e inattesa umanità

Elisabetta e Limone Foto di Gianluca Del Gaiso

Una stanza che diventa trait d’union di due mondi che solo in apparenza sono lontani: Elisabetta, donna di mezza età che decide di stare chiusa in casa come se fosse una tomba. Lei è una “signorina perbene nella sua proprietà privata” e parla con codici e linguaggi sconosciuti e disarmonici. Nella sua vita, per uno scherzo del destino, irrompe (nel vero senso del termine, da una finestra) Limone, galeotto fuggitivo, tombarolo scoperto perché ha inseguito una sua ossessione.

“Elisabetta e Limone” è lo spettacolo che chiude la “Casa dei racconti” di SpazioTeatro.

Una pièce scritta dall’argentino Juan Rodolfo Wilcock, con Cinzia Muscolino e Stefano Cutrupi, per la regia di Tino Caspanello, scena e costumi Cinzia Muscolino per una produzione “Teatro dei 3 mestieri”.

Divergenti sono Elisabetta e Limone ma connessi da subito in qualche modo, in un legame che gioca sui ruoli: la stanchezza della fuga porta Limone ad arrendersi e a cadere prigioniero, vittima forse di Elisabetta che ancora non ne è consapevole ma che vuole trattenerlo nel suo mondo. E fa leva sul suo desiderio di cibo per tenerlo legato a una catena. Ma le catene si sciolgono a un certo punto e Limone ritorna a cercare casa da lei. Non ci sono più triangoli di Karpman nella scena. Anzi “Dove ci son due persone è teatro. E anche se c’è una sola persona è teatro. E anche se la stanza è vuota è teatro”.

A fare da supporto scenico le hit degli anni Ottanta, da Madonna che con Material Girl prima e Open your heart poi è anche protagonista con simulacro in scena ed è pregata come “Repubblica”. E gli stessi costumi della protagonista ricordano il look dei tempi di “Like a virgin” della Ciccone. Per poi passare a Back home di Joe Trio, “Girl just want to have fun” di Cyndi Lauper, al culmine con Nikka Costa bambina che fa sentire allo spettatore l’attesa della protagonista di Limone, così come la cantante americana lacrimava in “On my own” la sottesa morte prematura della madre.

Perchè alla fine i rapporti riescono a mutare: due solitudini, fisiche e mentali, non fanno la felicità ma possono sostenersi. E si dividono la vita, cucendo gli abiti per i topolini che, contrariamente ai gatti e ai conigli non hanno peli, “e non possono andare in città nudi” dice Elisabetta. Odio e paura lasciano spazio all’ironia che ha caratterizzato l’inizio della drammaturgia anche laddove sembrava ci fosse sopraffazione, fino a un’insolita tenerezza animata dalle indimenticate note di “Maniac” di Michael Sembello.  

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