Enrico Guarneri, l’avarizia di Molière torna a vivere a Catonateatro
L’attore, protagonista de L’Avaro di Molière, è tornato sul palcoscenico di Catonateatro nei panni di Arpagone. Cinquant’anni di teatro, un amore ricambiato con il pubblico e una rilettura del grande classico affidata alla regia di Guglielmo Ferro
Ieri sera, sul palcoscenico di Catonateatro, Enrico Guarneri ha vestito ancora una volta i panni di Arpagone, protagonista de “L’Avaro”, uno dei capolavori più celebri di Molière. Un personaggio che, attraverso il tema dell’avarizia, continua a raccontare vizi, ossessioni e debolezze profondamente attuali.
L’avarizia, infatti, non riguarda soltanto il denaro: può manifestarsi nei sentimenti, nei rapporti umani, nella difficoltà a concedere e a condividere. È anche su questa attualità che si concentra la nuova rilettura dello spettacolo, che punta con decisione sulla comicità.
Come è stato riprendere un testo di Molière che ha già interpretato altre volte?
«La difficoltà sta proprio nel riprendere un testo che hai già fatto due o tre volte. Qui Guglielmo Ferro, il regista, è stato molto bravo a staccarsi dalle cose già fatte. Ci sono battute che tu avevi già testato, immagazzinato e che sapevi funzionare. Lasciarle diventa una cosa dura, difficile. Tu sapevi che erano un appuntamento preciso con una risata e, invece, devi metterle in un cassetto perché le idee del regista sono altre. Devi cancellare, resettare».
Un lavoro di rinnovamento che l’attore, dopo mezzo secolo di palcoscenico, conosce bene.
«Ci siamo ormai abituati. Ogni volta che si riprende uno spettacolo bisogna rimettersi in gioco. Io sono da 50 anni sul palco e in 50 anni questo è diventato quasi un metodo. Questa volta, il lavoro si è tradotto anche in un segno di eleganza che Guglielmo ha voluto dare allo spettacolo, con battute nuove e ripescando il meglio di quello che funzionava, ma inserendolo all’interno dello stesso disegno, della stessa logica della storia. Siamo contentissimi e contentissimo sarà, spero, anche il pubblico».
Catonateatro è ormai una tappa quasi fissa per lei.
«Sì, io credo di essere l’unico fisso ogni anno! Mi trovo così bene con la Polis Cultura di Lillo Chilà che, anche se ci fosse il bis, sarei contento. E spero che anche il pubblico lo sia».
Cinquant’anni sul palcoscenico: che cosa le ha dato il teatro e che cosa, invece, sente di aver dato lei al teatro?
«È stato un amore reciproco. Io ho dato tutto. E quando dico tutto significa tutta l’energia mentale e tutta l’energia fisica. Tutto».
Un impegno che non è soltanto emotivo, ma anche profondamente fisico.
«Noi facciamo spettacoli dove il fisico viene sottoposto a uno stress pazzesco che tu, al momento, non senti. Nello svolgimento dell’azione, durante l’opera, non senti la fatica. Poi magari sei morto e hai bisogno di ore e ore per tornare, non dico in forma, ma a quelle attività biologiche indispensabili per riprenderti».
E cosa ha ricevuto in cambio?
«Ho ricevuto altrettanto: dal pubblico, perché quando sei in scena il primo che può ripagarti di quello che dai sono proprio gli spettatori. Poi, dalla produzione. Diciamo che è stata una meravigliosa avventura».
Il teatro l’ha aiutata anche a rimanere giovane?
«Questo è nell’essere umano: guardare sempre avanti. Ogni tanto, ti giri indietro per vedere chi c’è dietro: c’è una fila infinita. Quindi, è giusto guardare avanti. Però, ogni tanto, è giusto sbirciare dietro».
Quale messaggio lascia al pubblico e ai giovani attraverso L’Avaro?
«Capiranno che anche un sentimento come la gelosia, per esempio, può far ridere. L’uomo geloso, a volte, fa ridere per la sua gelosia. Ma se ci stai vicino, vedi che soffre. Lo vedi continuamente che sta male. Il cervello batte sempre su una cosa. Non vive».
Ed è proprio qui che la comicità di Molière conserva tutta la sua forza: dietro il riso si nasconde una riflessione sull’uomo, sulle sue ossessioni e sulle sue fragilità. Arpagone, con la sua fame di possesso e la sua incapacità di vivere pienamente i rapporti umani, continua così a parlare al pubblico di oggi.
A cinquant’anni dall’inizio della sua lunga avventura teatrale, Enrico Guarneri torna dunque a confrontarsi con un personaggio che conosce bene, ma che, grazie alla nuova regia di Guglielmo Ferro, può ancora rivelare sfumature inedite. Perché i grandi classici, come il teatro stesso, continuano a vivere proprio quando hanno ancora qualcosa di nuovo da dire.