C’eravamo tanto amati: “Era meglio morire da piccoli”, massacri americani

Dai Cheyenne ai Sioux, una storia di massacri sistematici: il racconto delle stragi compiute dagli americani nella costruzione violenta del loro mito nazionale

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Il 29 novembre 1864, agli ordini del colonnello Chivington, le dannate giacche blu attaccarono presso il fiume Sand Creek i Cheyenne di Pentola Nera, un ragionevolissimo capo che, avendo compreso i rapporti di forza tra i nativi e gli invasori bianchi, era sceso a compromessi col governo americano ricevendo, come pegno di amicizia per l’accordo, una bandiera americana, quelle stelle e strisce che da un paio di secoli determinano la storia del mondo.

All’alba gli assassini a cavallo circondarono i cerchi di tende del fiero Popolo del Cane, e caricarono con l’ordine del boia Chivington bene in testa: nessuna pietà.

Dei 600 indiani solo 35 erano guerrieri; tutti gli altri erano donne, bambini e anziani. I guerrieri erano quasi tutti a caccia, in vista del rigido inverno imminente.

Le giacche blu irruppero nel cerchio dei tepee sparando a raffica e con le spade levate: Pentola Nera, ancora convinto si trattasse di un errore, comandò ai suoi di rifugiarsi all’ombra della grande bandiera statunitense, che svettava al centro del villaggio, ma non servì a nulla. Lui riuscì in qualche modo a salvarsi, con la moglie, colpita sette volte ma rimasta solo ferita. Antilope Bianca, un vecchio saggio di 75 anni, urlò in perfetto inglese “fermi, fermi, siamo amici!” con le mani alzate, ma venne colpito dai colpi dei fucili. Poi i biechi soldati gli tagliarono le dita, il naso e i testicoli per farsene trofei. Il massacro proseguì indiscriminato per due ore: i soldati sventrarono, mutilarono, stuprarono, lasciando un lago si sangue in quell’ansa del fiume Sand Creek. La barbarie toccò l’apice quando fecero tiro a segno con i bambini Cheyenne, che fuggivano come formiche impazzite mentre gli sgherri sparavano e squartavano senza sosta. Morirono circa duecento indiani, quasi tutti donne e bambini. Chivington, naturalmente, redasse un falso rapporto dichiarando che erano tutti guerrieri. Dobbiamo soprattutto ad un bianco valoroso la verità, Robert Bent, che in seguito avrebbe denunciato l’orrendo massacro ma, dopo una commissione d’inchiesta, non ci furono punizioni o reprimende.

Qualche tempo dopo a Denver era avviato un proficuo commercio di resti umani: seni di donne, genitali, sacche dei testicoli trasformate in porta-tabacco, dita, orecchie, nasi, piedi. Molte donne Cheyenne, famose per la loro avvenenza, si ritrovarono nei casini malsani di quel West bestiale, ma tantissime scelsero di togliersi la vita.

Quattro anni dopo, il 26 novembre 1868, il Settimo Cavalleria comandato dal “coraggioso” George Custer, sterminò definitivamente la tribù di Pentola Nera accampata nei pressi del fiume Washita. Custer era tanto coraggioso quanto idiota e malvagio. Accecato dall’ambizione, convinto di essere un dio in terra, inseguì il suo destino fino a quando non lo trovò, qualche tempo dopo.

Sul Washita la strage fu meticolosa. 800 cavalleggeri divisi in quattro colonne caricarono all’alba al suono di Garry Owen, una triste marcetta musicale, quella trasformata dal comico Paolo Rossi in “Era meglio morire da piccoli”. Sarebbe stato davvero meglio per gli sgherri del settimo crepare appena nati, è un dato di fatto. Pentola Nera e sua moglie, Donna della Medicina, caddero subito; la strage fu immane, condita dalle solite imprese repellenti e sanguinarie delle giacche blu. Unica nota positiva: il distaccamento del maggiore Elliot, quindici tiratori scelti convinti della loro potenza, si allontanò dalla battaglia; vennero circondati e massacrati. Il cinico Custer non mandò alcuno ad indagare o a recuperare i corpi; fece invece abbattere 700 tra cavalli e muli di proprietà degli indiani. Poi, con gli altri sgherri, scelsero le più belle tra le donne Cheyenne, per trastullarsi. Il bieco colonnello ebbe per sé la figlia di Pentola Nera, Monah-See-Tha, bellissima ragazza (il suo nome significava “L’erba nuova che spunta a Primavera) che tenne come concubina per diversi mesi, fin quando lei non gli comunicò di essere incinta, e allora la scacciò. Monah-See-Tha raggiunse allora il campo di Tashunka Uitko (Cavallo Pazzo) e di Tatanka Yotanka (Toro seduto).

Il 25 giugno del 1876, dopo innumerevoli fughe, privazioni e crudeltà subite, Sioux, Cheyenne e altri piccoli gruppi di indiani del Nord erano accampati presso il Little Big Horn, quando sopraggiunse Custer, con i soliti intenti di sterminio. Nel campo spiccava la capigliatura biondina di Uccello Giallo, il bimbo di Custer e Monah-See-Tha.

Questa volta l’idiota colonnello aveva fatto male i suoi conti. Gli indiani fecero a pezzi il Settimo Cavalleria.

Si salvò il trombettiere, l’italiano Martini (che già era stato con Garibaldi) che fu spedito a chiedere rinforzi. Si salvarono altri reparti che, codardamente, fuggirono dal posto.

Per il resto, fu massacro. Vendetta tenebrosa e sanguinaria. I 268 morti vennero fatti a pezzi, letteralmente.

Custer probabilmente si suicidò, anche se le cronache successive (fatte dagli stessi indiani) riferiscono che venne ucciso da un importante capo Sioux.

Dopo l’eccidio, le donne armate di coltellacci e scuri scesero sul campo di battaglia per la vendetta. Tra loro Monah-See-Tha, che riscattò il proprio onore in modo indicibile, anche se Custer non venne toccato.

Era meglio morire da piccoli, prodi assassini dalla giacca blu. Perché la storia, sempre, è ricca di vendette.

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