Federico Quaranta: “La Calabria ha bisogno di una nuova narrazione”
Federico Quaranta chiude a Staiti il Festival del Pensiero Cristallino. Dalla Calabria alle fiumare, dall’identità dei borghi alla necessità di cambiare narrazione: l’intervista esclusiva di CULT e i temi della serata
Una piazza piena, un borgo arroccato sull’Aspromonte e una conversazione che ha attraversato Calabria, identità, memoria, turismo e futuro. È stata una serata intensa quella di domenica 20 settembre, a Staiti, dove Federico Quaranta ha chiuso la terza edizione del Festival del Pensiero Cristallino, promosso da IPUE – Istituto di Psicologia Umanistica Esistenziale “Luigi De Marchi” e Riviera Cristallina, con l’incontro dal titolo “I luoghi che ci cambiano. E che cambiamo”.
Una chiusura che ha trovato nella piccola comunità della Costa Ionica calabrese il luogo ideale per parlare di territori, di spopolamento e di appartenenza, ma soprattutto della necessità di cambiare il modo in cui un luogo viene raccontato. Un tema che Quaranta ha trasformato in una vera e propria chiave di lettura della Calabria.
La sindaca Pellicanò: «Abbiamo bisogno di sentirci vivi»
Ai microfoni di CULT, la sindaca di Staiti, Giovanna Pellicanò, ha sottolineato il significato di ospitare un appuntamento culturale in un piccolo centro dell’Aspromonte: «È una bellissima iniziativa. Anche il titolo della manifestazione, Il Pensiero Cristallino, richiama proprio l’idea della limpidezza. Noi che viviamo in Aspromonte siamo profondamente legati alla montagna, alla nostra vita e alla nostra quotidianità, ma viviamo spesso anche la solitudine determinata dai disservizi e dalle distanze. È un problema reale dei borghi».
Per la sindaca, proprio per questo portare un festival a Staiti significa aprire una finestra sull’esterno: «L’idea di dirottare un’iniziativa culturale in un borgo che può essere percepito come isolato significa avere la volontà di uscire dall’isolamento. È questa la bellezza del festival: ci permette di farci conoscere e, soprattutto, di uscire da quello stato».
Pellicanò ha sottolineato anche l’importanza dello scambio: «Le persone che vivono qui tutto l’anno hanno bisogno del contatto con chi viene da fuori. Abbiamo bisogno di sentire, di confrontarci. L’apertura del popolo calabrese non è mai stata in discussione: siamo sempre stati aperti al dialogo e agli scambi culturali, perché siamo il risultato di un intreccio di culture diverse».
Quaranta: la forza dei borghi e il valore delle radici
Ad aprire la serata, il presidente di Riviera Cristallina, Filippo Strano, la direttrice dell’IPUE Antonella Fìlastro e, dopo i saluti istituzionali della sindaca Pellicanò con l’arrivo di Federico Quaranta, si è entrati nel vivo. Il conduttore ha ribaltato la prospettiva sulla presunta solitudine dei piccoli centri, invitando la comunità di Staiti a riconoscere la propria forza: i borghi, pur segnati dallo spopolamento e dall’abbandono delle aree interne, conservano relazioni umane, paesaggi, identità e una qualità del rapporto con il territorio che difficilmente si ritrovano nelle periferie delle grandi città. Da qui il suo invito ai giovani a partire, se necessario, per fare esperienza, ma senza recidere il legame con le proprie origini, perché nelle radici restano storia, appartenenza e memoria.
Nel corso del confronto, incalzato dalle domande di Strano, Quaranta ha toccato numerosi altri temi: il lavoro avviato anche a livello europeo sul futuro delle aree interne, la trasformazione digitale e il rischio di perdere la centralità dell’umano, il ruolo della narrazione nel costruire un’identità territoriale, la necessità di conoscere prima di promuovere e di raccontare la Calabria senza ridurla agli stereotipi legati alla ‘ndrangheta o a pochi prodotti gastronomici.
Ha parlato di Tropea, da dove proprio è partita la sua carriera, dell’Aspromonte, dell’Amendolea che considera “parte del suo sistema linfatico” e delle sue fiumare, protagoniste anche del suo programma “Il provinciale”, raccontando come anche un paesaggio possa diventare una storia; ha richiamato il patrimonio greco, bizantino ed enotrio, la cucina e i prodotti calabresi, fino al rapporto tra autenticità e turismo. Il filo conduttore è stato sempre lo stesso: la Calabria ha già tutto ciò che serve per costruire una narrazione diversa, ma deve prima conoscerlo e riconoscerne il valore.
«La narrazione è fondamentale»
È proprio sulla narrazione che CULT ha insistito nell’intervista a Federico Quaranta. Una narrazione che, secondo il conduttore, non riguarda soltanto il modo in cui la Calabria viene vista dall’esterno, ma anche la consapevolezza che i calabresi hanno del proprio territorio.
Alla domanda sul fatto che oggi la narrazione della Calabria sia cambiata, ma che continui forse a mancare soprattutto un senso di orgoglio e di conoscenza del territorio da parte degli stessi calabresi, Quaranta ha risposto: «E’ un problema comune non solo calabrese. I siciliani non conoscono la Sicilia, i liguri non conoscono la Liguria, i campani non conoscono la Campania». Quanto all’orgoglio calabrese, Quaranta ha aggiunto: «L’orgoglio calabrese è proverbiale. I calabresi sono orgogliosi. Io lo sento quando parlo con i miei amici calabresi. Gli dico: permalosi, permalosi e orgogliosi».
Ma il conduttore ha spostato il tema sul rapporto tra partire e restare: «Mi dicono sempre: “Bravo Federico, tu sei andato via da Genova. Hai avuto coraggio a lasciare la tua casa, la tua famiglia e sei andato a cercare fortuna”. Hai ottenuto fortuna? Io rispondo: no. Quelli coraggiosi siete stati voi che non avete lasciato questa città, che avete cercato nelle vocazioni di questa città la possibilità di rimanere, di creare, di andare avanti, di formare una famiglia, un nucleo. Se tutti facessero come me, Genova sarebbe spopolata».
Da qui la convinzione che il problema sia anche il racconto: «Credo che ci voglia molto coraggio. Le possibilità ci sono, però è la narrazione. La narrazione è fondamentale. Qualunque cosa che ha successo parte da una narrazione di successo».
Quaranta ha utilizzato anche un riferimento storico per spiegare il peso del racconto: «Senza la narrazione non si va da nessuna parte. Giulio Cesare, che non era certo l’ultimo degli sprovveduti, partiva con le legioni, conquistava un paesino e mandava i suoi messi a Roma, che tornavano raccontando che il grande imperatore aveva conquistato in otto settimane di battaglia. Il mito si crea così». E ancora: «La narrazione serve a far sì che qualcuno possa costruire una storia, un’identità, un senso di appartenenza».
I paesi, il futuro e l’orizzonte
Alla domanda se condividesse l’affermazione di Franco Arminio secondo cui il futuro dell’Italia passa dai paesi, la risposta di Quaranta è stata prudente: «Non nel breve termine, perché l’emorragia è devastante, vanno via tutti».
Ma è tornata la metafora dell’orizzonte citata sul palco: «Quando uno va via di qua vede l’orizzonte. Poi ogni mattina si sveglia e il suo orizzonte è una scritta a caratteri cubitali al neon con scritto Carrefour. Allora a quel punto, forse torna».
Un modo per ribadire che il rapporto con i piccoli centri non può essere affrontato soltanto attraverso la nostalgia, ma attraverso una nuova idea di futuro.
Raccontare un territorio senza trasformarlo in una cartolina
L’ultima domanda di CULT ha toccato uno dei punti centrali dell’intera serata: come raccontare un territorio senza trasformarlo in una cartolina turistica. La risposta, dal punto di vista di chi ha trascorso vent’anni a raccontare l’Italia, è stata netta: «Lo studi, ti fai guidare da persone capaci, chiedi, sei curioso e cerchi di approfondire».
E ha portato l’esempio di Tropea: «È troppo facile dire che è bella Tropea. Grazie, lo sappiamo tutti che è bella, si vede che è bella. Raccontiamo le origini. Perché, da dove viene? Che cosa succede? E allora sì, bisogna studiare».
È una risposta che diventa quasi un metodo: conoscere prima di raccontare, approfondire prima di promuovere, ascoltare chi vive i luoghi prima di trasformarli in destinazioni.
Il messaggio finale è stato quindi rivolto soprattutto ai calabresi: conoscere il territorio, riscoprirne il valore e cambiare il paradigma della sua narrazione. Un cambiamento che deve partire dalle comunità, perché l’abbandono non produce soltanto spopolamento, ma anche incuria e perdita progressiva del patrimonio.
La serata di Staiti si è chiusa così, con un’idea che ha attraversato ogni intervento: i luoghi non sono soltanto spazi geografici. Sono memoria, relazioni, linguaggi, persone, paesaggi e possibilità.
Per Federico Quaranta la Calabria non ha bisogno di essere reinventata. Ha bisogno di essere conosciuta, studiata e raccontata diversamente, a partire da chi la abita.
E forse è proprio questa la fotografia più efficace della serata: una piazza di un piccolo paese dell’Aspromonte piena di persone, una finestra illuminata da cui qualcuno riprende l’evento, quattro uomini al bar che giocano a carte e un ospite arrivato da lontano che, dopo aver attraversato per anni l’Italia, racconta di sentirsi profondamente a casa in Calabria, a Reggio.
E ci lascia con la promessa di “tornare presto, molto presto” per contribuire a raccontarla come merita.