Francesco Lingria, il sarto che cuciva il tempo

Addio al maestro Francesco Lingria, una vita intera passata a dialogare con i tessuti nel suo atelier vicino alla Villa Comunale nel centro storico di Reggio Calabria

Francesco Lingria

Ci ha lasciato Francesco Lingria, il sarto che cuciva il tempo. 
Tutti lo chiamavano maestro.
Lui scuoteva la testa, con quel sorriso lieve di chi conosce il valore del silenzio e dell’umiltà, e rispondeva:
«Sono semplicemente un sarto».
Francesco Lingria aveva 82 anni e una vita intera passata a dialogare con i tessuti. Aveva iniziato a tredici anni, quando le mani sono ancora acerbe ma il destino, a volte, è già chiarissimo. Da allora non si è mai fermato. Per lui il lavoro non era un mestiere: era una forma di fedeltà, una disciplina dell’anima, un atto d’amore quotidiano.
La passione che lo abitava era difficile da raccontare a parole. Ma chiunque lo avesse visto chinarsi sul tavolo da taglio, chiunque avesse osservato la precisione con cui ago, filo e forbici diventavano un’estensione del suo corpo, sapeva. Sapeva dell’infinito rispetto con cui cuciva abiti su misura per uomo, come se ogni giacca custodisse un carattere, ogni pantalone una storia, ogni punto un frammento di vita.
Il 2 giugno 2003 lo Stato italiano lo ha nominato Cavaliere del Lavoro. Un riconoscimento ufficiale, certo, che si sommava a quello che gli arrivava ogni giorno dalle persone. Iscritto alla CNA da oltre 55 anni, ne fu presidente e poi presidente onorario, ma soprattutto ne incarnò lo spirito: quello dell’artigianato come sapere vivo, come patrimonio umano prima ancora che professionale.
La sua fama aveva superato i confini della Calabria. A Reggio Calabria arrivavano politici, uomini d’affari, prefetti, cultori della moda sartoriale dal Nord Italia e dalla Sicilia. Non cercavano un abito: cercavano le sue mani.
L’onorevole e ministro Marco Minniti, eletto politico più elegante d’Italia, durante una puntata di Porta a Porta rispose a Bruno Vespa senza esitazioni: il suo sarto era calabrese, ed era Francesco Lingria. Anche Santo Versace, quando si trovava in città, passava a salutarlo. Più volte lo invitò a trasferirsi a Milano, a industrializzare l’attività.

Ma il maestro rispondeva sempre allo stesso modo: «Nessuna macchina potrà mai sostituire le mie mani».
Il suo atelier, nascosto in una traversa del corso Garibaldi, vicino alla villa comunale, era un luogo fuori dal tempo. Un presidio di umanità. I commercianti della zona passavano a salutarlo, gli offrivano un caffè, come si fa con chi è parte del paesaggio dell’anima di una città. E lui, ogni mattina, alle cinque, alzava la saracinesca. A 82 anni. Come se il lavoro fosse il suo modo di restare in dialogo con la vita.
Ha lasciato la sartoria solo quando una brutta caduta ha reso necessario l’intervento del 118. Non per scelta, non per stanchezza. Perché Francesco Lingria aveva sempre detto che avrebbe lavorato fino all’ultimo giorno della sua vita.
E così è stato.
Oggi resta il suono delle forbici, il profumo dei tessuti, la memoria di una schiena curva non per il peso degli anni, ma per la dedizione. Resta una lezione silenziosa e potentissima: che la grandezza non ha bisogno di clamore, che l’eleganza vera nasce dall’etica, che il lavoro fatto con amore diventa una forma di poesia.
Francesco Lingria non cuciva solo abiti.
Cuciva il tempo.
E lo faceva durare un po’ di più.
Condoglianze alla famiglia, in particolare alla figlia Melania Lingria

Share via