Gabriele Lavia al Cilea: “Il teatro è confessione, ma anche prigione”
Intervista a Gabriele Lavia, protagonista ieri sera sul palco del teatro Cilea de "Lungo viaggio verso la notte" di Eugene O'Neill per la stagione di Polis Cultura
Il ritorno al teatro “Francesco Cilea” ha il sapore della memoria. Sul palcoscenico reggino, nel cartellone artistico “Le maschere e i volti” di Polis Cultura, ieri sera, l’attore e regista Gabriele Lavia è stato il protagonista de “Lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill. Un ritorno che non è solo geografico, ma interiore: un attraversamento della memoria, delle ombre familiari, delle dipendenze e delle fragilità che abitano l’animo umano.
«Qui, al Cilea, ci sono già stato. Sono vecchio, la memoria non è più quella di una volta», scherza Lavia. Poi si fa serio: «È un teatro bellissimo. Un teatro vero. Anche se nasce come teatro d’opera, ha le misure giuste per la prosa. Un palcoscenico magnifico».
Parlando del senso profondo del suo lavoro, Lavia allarga il discorso oltre Pirandello, evocando autori che hanno segnato la sua formazione. Cita Eugene O’Neill, capace – come in “Desire Under the Elms” o “The Iceman Cometh” – di trasformare il teatro in confessione personale. «Anche August Strindberg metteva in scena se stesso. Il teatro, quando è grande, è sempre una forma di verità».
E la verità spesso coincide con il male, con le prigioni interiori.
«Siamo tutti prigionieri di qualcosa: della droga, del lavoro, del teatro stesso. Il teatro è un’arte collettiva, non è “io”, è “noi”. Senza il pubblico non esiste».
Ma tornare indietro nella vita serve davvero?
Lavia non è indulgente con se stesso: «Non so se sia una buona cosa. Ogni presente è figlio del passato e ogni futuro è figlio del presente. Io, quando ripenso ai miei spettacoli, penso sempre che avrei potuto fare meglio. Non sono mai contento».
Lo spirito critico lo accompagna ovunque.
«Entro in teatro e vedo solo quello che non va: un pezzo di scena non riverniciato, un lampadario non perfettamente centrato. È una malattia dello sguardo. Forse, viene dalla mia passione per il disegno».
Se non avesse fatto l’attore?
«Avrei fatto cartoni animati. Disegno sempre pupazzetti. Ma quelli di oggi, tutti al computer… non è più come una volta, nemmeno la The Walt Disney Company fa più quelli di prima».
Sorride, ma è un sorriso nostalgico, da artigiano dell’arte.
Per Lavia il successo non è un concetto astratto: «Il successo è il teatro pieno. Se il teatro è pieno siamo contenti, se non lo è non lo siamo». Eppure ha recitato anche davanti a una sola persona. «Mi chiedevo: ma non si vergogna a restare solo? Io al suo posto sarei uscito. Il teatro è condivisione».
Racconta di quando vide più volte uno spettacolo di Giorgio Strehler, “The Lower Depths” di Maxim Gorky, messo in scena dopo l’addio al Piccolo Teatro di Milano.
«Era meraviglioso, eppure il teatro era vuoto. Io l’ho visto otto volte». E ricorda anche le tante repliche di “Life of Galileo” di Bertolt Brecht: «Una vita intensissima, ma non si è mai soddisfatti».
Progetti futuri?
«C’è qualcosa, ma non ne parlo. Porta male».
Racconta dei suoi anni di lavoro a Tokyo e della filosofia giapponese: mai dire “sto bene”, perché potrebbe passare “l’angelo del dispetto”.
«Non sono superstizioso, però mi piace esserlo un po’. Non ci credo, ma è meglio non sfidare la sorte».
E così, tra memoria e ironia, Lavia resta fedele alla sua idea di teatro: una sfida continua, un esercizio di verità, un’arte che vive solo nell’incontro con gli altri. Sul palco del Cilea, ancora una volta, con la consapevolezza di chi ha attraversato una vita intera sotto i riflettori e continua a guardare già allo spettacolo successivo.
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