Giampaolo Morelli a Reggio Calabria: «Girerò un film qui»

L’intervista esclusiva di CULT a Giampaolo Morelli, ospite alla serata finale del ReggioFilmFest: da Coliandro alla regia, dai giovani al cinema, fino alla promessa di girare un film a Reggio Calabria

Giampaolo Morelli

Il primo incontro con Reggio Calabria è stato il lungomare, il Duomo e la chioma di un albero secolare a fare da quinta. Una scena quasi cinematografica, verrebbe da dire, per un attore, regista e sceneggiatore arrivato in riva allo Stretto per la prima volta e subito catturato dalla città. Giampaolo Morelli è arrivato ieri a Reggio per la serata conclusiva della XX edizione del Reggio Calabria FilmFest 2026, e il suo primo sguardo sulla città sembra già contenere una storia da raccontare.

Giampaolo Morelli e Michele Geria

Attore, regista, sceneggiatore e autore, Morelli è uno dei volti più riconoscibili del cinema e della televisione italiana. Il grande pubblico ama nei panni dell’Ispettore Coliandro, il personaggio nato dalla penna di Carlo Lucarelli e portato sullo schermo dai Manetti Bros, ma nel corso della sua carriera Morelli ha attraversato generi e linguaggi diversi, passando dalla televisione al cinema, dalla recitazione alla scrittura fino alla regia.

A Reggio Calabria ospite d’onore e protagonista del talk “L’arte e il mestiere dell’attore”, nel corso della serata finale del festival dedicato a Leopoldo Trieste, Morelli ha ricevuto il Premio Bergamotto d’Argento e ha incontrato il pubblico, parlando del mestiere dell’attore, della regia, dei suoi film, del rapporto con i giovani che vogliono entrare nel mondo del cinema e, naturalmente, dei personaggi che hanno segnato il suo percorso.

In questa occasione CULT lo ha intervistato, strappandogli la promessa di tornare per girare un film proprio qui a Reggio.

Ospite di questa serata finale del Reggio FilmFest che dà molto spazio anche ai giovani. Quale consiglio daresti alle nuove generazioni che vogliono intraprendere la strada del cinema? 

«L’impresa non è facile, quindi ci vogliono tanta determinazione e tanta costanza. Però, rispetto a qualche anno fa, oggi ci sono molte più possibilità di emergere. Anche i social possono essere un modo per farsi notare, per venir fuori. E, anzi, permettono di farsi notare senza necessariamente sembrare un gioco, senza filtri, nel senso che puoi esprimerti esattamente per come sei, per quelle che sono le tue idee, senza che ci siano altre persone a impostarti, a mediare, a dirti: “Questo sì, questo no”. Con i social hai la possibilità di esprimerti in maniera più diretta e più sincera».

Sei passato dalla recitazione alla scrittura, dalla tv alla regia. Oggi cosa senti più tuo?

«A me piace molto fare la regia. E spero di avere l’opportunità di continuare e anche di poter iniziare a dirigere cast che non prevedano la mia presenza».

Con L’amore sta bene su tutto sei tornato a raccontare l’amore, ma attraverso forme e sfumature diverse.

«Sì, L’amore sta bene su tutto, che adesso è su Netflix, è un racconto corale dell’amore nelle sue diverse forme, sfumature e possibilità. C’è l’amore improvviso, quello che arriva ed è devastante. Così come c’è il vecchio amore che fa giri immensi e poi ritorna, come dice la canzone. C’è anche l’amore in senso umano, quello verso il prossimo. E l’integrazione, il dare una possibilità al prossimo, come nel caso della storia di Claudia Gerini, che interpreta una politica che parte con degli ideali alti e poi, come spesso succede, per farsi pubblicità accoglie a casa uno straniero. Lei si aspetta un bambino, invece, per un disguido, arriva un adulto. È una storia umana, fortemente umana».

E invece La regola dell’amico, il film al quale stai lavorando?

«La regola dell’amico è un tema molto particolare. Ho meno da dire in questo momento perché non so ancora quando uscirà e sto finendo adesso la post-produzione. Ma ti posso anticipare che è una commedia romantica diversa. Tocca anche uno di quei temi legati all’amore e all’amicizia tra uomo e donna e, soprattutto, parte da una situazione attualissima che si sta ampliando notevolmente: donne che iniziano a voler fare una famiglia da sole e non necessariamente accompagnate da un partner».

Hai interpretato tantissimi personaggi. Ce n’è ancora uno che avresti voglia di interpretare?

«Questa domanda non me l’hanno mai fatta!» (Ride.) Se c’è un personaggio che vorrei fare…Ho sempre un po’ di difficoltà con questa domanda, perché non c’è un personaggio preciso. Anche perché ogni attore deve fare un po’ i conti con la propria fisicità. È inutile dire Rambo, dico per dire. E quindi, guarda, io spesso dico che c’è un sogno che non si è realizzato. Quando ero ragazzo ero appassionato di Dylan Dog. Mi sarebbe tanto piaciuto fare Dylan Dog, essere Dylan Dog. Il fumetto è ambientato a Londra, ma io me lo vedevo logicamente a Napoli. Quindi una sorta di Dylan Dog napoletano».

L’Ispettore Coliandro è un personaggio chiave nella tua carriera. Qual è il segreto del suo successo? Perché è così amato?

«Perché è un uomo. Non è il poliziotto tutto d’un pezzo che risolve i casi, che trascina la squadra vincente, come siamo abituati a vederli in televisione. Invece è un uomo con tutti i suoi difetti, le sue fragilità, le sue paure, la voglia di innamorarsi, la solitudine. E viene comunque fuori da una grande penna, che è quella di Carlo Lucarelli, e dalla regia di due bravissimi registi, che sono i Manetti Bros.».

C’è però un’altra passione che ti accompagna da sempre: la magia. Com’è nata?

«Da piccolo. Avevo 12 anni e mi misi proprio a frequentare una scuola per diventare prestigiatore. Feci anche un esame. Questo perché ero molto timido. Sono dislessico. Solo che in quegli anni, quando ero piccino, all’inizio degli anni Ottanta, alle elementari e alle medie non si parlava di dislessia. A Napoli non esisteva. Quindi ero un bambino che aveva dei problemi a scuola e questo mi ha portato molta timidezza, molta sofferenza. Forse la magia era la possibilità, in qualche modo, di poter stupire, di potersi far notare».

E se avessi una bacchetta magica, cosa cambieresti del cinema italiano?

«Vorrei tanto che i nostri film fossero più… più per la gente. Tutti: sia quelli pop, come li faccio io, sia quelli autoriali. Vorrei che incontrassero molto di più il favore del pubblico. Ma questo, purtroppo, dipende anche dal fatto che noi siamo un Paese piccolo, con un potenziale economico non paragonabile a quello di altri Paesi. E quindi il cinema, che è una forma d’arte o di intrattenimento molto costosa, deve competere con industrie molto più solide, molto più grandi».

È la tua prima volta a Reggio Calabria. Che impressione ti ha fatto?

«Allora, guarda, sono appena arrivato e sono rimasto incantato. Passando ho visto il Duomo, bellissimo, e poi a un certo punto il lungomare, altrettanto bellissimo. La macchina ha girato poco dopo e a un certo punto mi sono trovato in una traversa dove si vede il mare e un albero secolare, verde, stupendo. Era un connubio, una roba rara. Subito ho chiesto: “Ma che albero è? È una cosa meravigliosa, con dei tronchi enormi! Poi mi sono accorto che ne è pieno il lungomare. Una roba stupenda, non è che ce l’hanno tutti questi alberi così».

Magari potresti venire a girarci un film.

«Magari anche. Perché no?».

È una promessa?

«Assolutamente sì. Un film a Reggio Calabria!».

 

Ora non resta che aspettare che quella promessa diventi una sceneggiatura, una troupe, una macchina da presa. E che il cinema di Giampaolo Morelli torni davvero sulle rive dello Stretto. 

About Marina Crisafi
Marina Crisafi è direttrice responsabile di CULT and Social e di Dike Giuridica Editrice, e giornalista per Il Sole 24 Ore. Laureata in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Messina, vive e scrive da Reggio Calabria, con un focus su cultura, società e territorio calabrese.
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