Gianfelice Imparato: “Il confine tra sanità e follia è ancora oggi labilissimo”

Intervista al protagonista de "Il medico dei pazzi" di Eduardo Scarpetta che ieri sera ha conquistato il pubblico del teatro Cilea per la stagione della Polis Cultura

Gianfelice Imparato Foto di Antonio Sollazzo

Applausi convinti e teatro gremito per “Il medico dei pazzi” di Eduardo Scarpetta, nella versione diretta e adattata da Leo Muscato, andata in scena ieri sera al Teatro “Francesco Cilea” e inserita nella prestigiosa rassegna della Polis Cultura di Lillo Chilà. Protagonista uno straordinario Gianfelice Imparato, che torna a confrontarsi con un classico del teatro comico italiano, capace ancora di parlare al presente. Prima di andare in scena, lo spettacolo replica anche questa sera, incontriamo il protagonista che veste i panni di  Don Felice Sciosciammocca, ingenuo proprietario terriero convinto che il nipote Ciccillo sia un brillante medico.

Quali difficoltà ha incontrato nell’indossare i panni del protagonista e cosa ha messo di suo nel personaggio?

«Difficoltà nessuna, perché questi personaggi fanno parte quasi della memoria collettiva di chi fa questo mestiere. È stato invece molto stimolante interpretarlo nella chiave contemporanea che Leo Muscato ha dato all’opera. Il suo adattamento colloca la vicenda negli anni a ridosso dell’entrata in vigore della legge Basaglia: così diventa ancora più credibile l’inganno del nipote allo zio che racconta che i manicomi non esistono più, che ora si chiamano pazienti e che la struttura è diventata una “pensione”. Questo spostamento temporale dà al testo una forza nuova».

Scarpetta parte dalla farsa, ma qui il registro sembra più vicino alla commedia…

«Esatto. Scarpetta parte dalla farsa, ma Muscato ha avuto l’intelligenza di spingere il lavoro verso una commedia più asciutta, senza ridondanze farsesche, senza perdere nulla del potenziale comico. Così lo spettacolo scorre molto bene e riesce a parlare al pubblico con grande efficacia».

Che messaggio arriva da questa storia? Qual è il confine tra ieri e oggi?

«Il confine è sempre lo stesso: quello labilissimo tra sanità e follia. È un tema universale. Io dico sempre che lo spettacolo potrebbe essere ambientato ovunque, anche oggi. Potremmo dire: “Ho preso una struttura, la Casa Bianca, ci ho messo dei pazienti”, e incontrando certi personaggi ci crederemmo davvero. È questo che rende il testo ancora attualissimo».

Che tipo di riscontro ricevete dal pubblico sera dopo sera?

«Il feedback è sempre molto positivo, a qualunque latitudine. Abbiamo iniziato a Napoli, poi Roma, Monza, Milano, Bari e continueremo ancora in Piemonte prima della fine della tournée. Il pubblico si diverte in modo sano e riscopre meccanismi comici forse, un po’ abbandonati. Oggi, la comicità televisiva è spesso fatta di sketch e battutine tenute insieme da un filo pretestuoso; qui invece c’è una vera struttura drammaturgica ed è qualcosa che il pubblico avverte».

Che impressione le ha fatto il Teatro Cilea?

«È un bel teatro, ci sono stato diverse volte negli anni. Ha proprio la struttura del teatro lirico: il palcoscenico, la buca, l’acustica. È uno spazio molto adatto a questo tipo di spettacolo».

Tra i tanti personaggi che ha interpretato tra teatro e tv, ce n’è uno a cui è particolarmente legato?

«Sono affezionato ai lavori in cui c’è stata una compagnia molto unita. È successo anche con I Bastardi di Pizzofalcone: un cast affiatato, una squadra vera. Quando c’è armonia, arriva al pubblico un’energia positiva che, magari, non si decodifica razionalmente, ma si sente. Al contrario, ho visto spettacoli anche belli soffrire perché mancava questa sintonia».

A proposito di televisione, può anticiparci qualcosa sui suoi prossimi progetti?

«Dopo questa tournée, parteciperò a una nuova serie televisiva dei Manetti, con cui ho già lavorato di recente. Vedremo presto il risultato».

Un messaggio finale ai giovani che vogliono fare questo mestiere?

«Oggi, molti ragazzi sono condizionati dall’idea, purtroppo sbagliata, che si possa avere tutto e subito. È una subcultura che, da anni, invade ogni ambito della vita. Il teatro, come ogni mestiere, ha una grammatica, delle regole e va imparato. O si studia seriamente, oppure si fa la “bottega”, entrando in una compagnia e crescendo passo dopo passo. Il talento da solo non basta: senza struttura alle spalle, i successi improvvisi rischiano di essere fuochi di paglia. Per costruire davvero serve tempo. E serve studio».

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