Gigi Miseferi, il sorriso di Reggio tra palcoscenico e memoria
Dalla comicità al teatro, dal Bagaglino al noir al cinema: Gigi Miseferi si racconta in una lunga intervista tra ricordi, emozioni e amore per Reggio Calabria - GALLERY
Gigi Miseferi non ha bisogno di molte presentazioni. La sua storia parla da sola: attore, autore, cabarettista, volto amatissimo della televisione italiana e anima di uno dei sodalizi artistici più importanti della comicità italiana insieme a Giacomo Battaglia. Una carriera costruita tra teatro, televisione, cinema e varietà, sempre con la Calabria nel cuore e Reggio come bussola emotiva.
Dal Bagaglino alle tournée teatrali, dai programmi Rai alle fiction, passando per il cabaret, il cinema e persino l’operetta, Miseferi ha attraversato oltre quarant’anni di spettacolo senza mai perdere quell’umanità ironica e autentica che lo contraddistingue.
CULT lo ha incontrato a Reggio Calabria, in occasione della prima del film A mamma non piace al Multisala Lumière insieme alla protagonista Monica Carpanese. Un noir grottesco e surreale diretto da Gianni Leacche, in cui Miseferi interpreta Sor Mario, personaggio enigmatico e centrale della storia. Ne è nata una lunga chiacchierata fatta di ricordi, aneddoti, riflessioni sulla comicità e racconti di vita, sempre sospesi tra leggerezza e profondità.
Com’è nata la tua passione per il teatro e per la comicità? So che hai iniziato a 4 anni…
“Vedo che sai già tutto”, scherza subito Gigi Miseferi. E infatti il primo episodio della sua “carriera” sembra uscito da un film. Aveva appena tre anni e mezzo quando, durante il matrimonio della sorella, rubò il microfono al “complessino” che animava la festa.
“Erano i primi anni Settanta. Presi quel microfono e imitai Ruggero Orlando, il cronista Rai da New York: ‘Qui da New York vi parla Ruggero Orlando’. Evidentemente già assorbivo i suoni, le voci, i rumori”.
Da lì nasce tutto. Gli scout, i fuochi di bivacco, le scenette organizzate con gli amici, le imitazioni dei professori a scuola. “Avevo già il mio pubblico fidelizzato”, racconta ridendo. Poi arriva il teatrino dei fratelli Ferraiuolo alla Villa Comunale di Reggio Calabria: marionette, Pulcinella, le voci che ricordavano Beppe Grillo.
“Cominciai a imitare Grillo, poi Troisi, poi tutto ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. È venuta fuori così questa passione meravigliosa”.
Quando hai incontrato Giacomo Battaglia?
“Prima di conoscere Giacomo già facevo spettacoli come imitatore. Era il 1982”, racconta Miseferi. L’incontro decisivo arriva nel 1985 grazie a un amico comune, scout e compagno di scuola di Battaglia.
“Ci presentò e ci annusammo subito. Abbiamo iniziato a scodinzolare artisticamente ed è nata una fratellanza”.
“Fratelli” è una parola che torna spesso durante l’intervista. Perché il rapporto tra Gigi e Giacomo, è noto, non è stato soltanto professionale ma è sfociato in un’amicizia profonda che perdura anche oggi.
Quanto è ancora presente Giacomo Battaglia nella tua vita?
Alla domanda sulla scomparsa dell’amico, Miseferi interrompe subito la premessa: “Chi l’ha detto che non c’è più? Giacomo c’è sempre”.
Poi racconta un episodio tenerissimo. “Sua sorella mi ha regalato un paio di scarpe che lui aveva comprato. Le indosso nelle occasioni importanti”. Come portafortuna? “No, assolutamente – risponde – perché lui è qui con me”.
E aggiunge una frase che riassume perfettamente il loro legame: “È giusto che lui continui a vivere anche in quello che faccio oggi. Io ho sempre declinato la mia vita professionale al plurale. Per me non esisteva ‘io’, esisteva ‘noi’”.
Quando è arrivata la svolta del Bagaglino?
La svolta ha una data precisa: 1990. Gigi e Giacomo partono da Reggio Calabria per partecipare a Stasera mi butto, il celebre programma Rai dedicato ai giovani talenti.
“Rispondemmo a una cedola trovata su un quotidiano locale. Arrivammo a Roma insieme a migliaia di concorrenti. Arrivammo tra i finalisti”.
Anche se non vinsero il programma, successe qualcosa che cambiò la loro vita.
“Pier Francesco Pingitore ci vide e ci prese per il Bagaglino. Fummo gli unici finalisti scelti direttamente da lui”.
Per Miseferi fu la realizzazione di un sogno adolescenziale.
“Io collezionavo i dischi in vinile del Bagaglino. Conoscevo sketch e battute a memoria. Entrare lì dentro era come tifare una squadra per tutta la vita e ritrovarsi improvvisamente a indossarne la maglia”.
Da lì iniziano vent’anni di televisione, satira, teatro e successi.
Com’era lavorare con mostri sacri come Oreste Lionello e Pippo Franco?
“’Mamma, qui mi pagano per imparare’ dissi a mia madre il primo giorno al Bagaglino” ricorda Miseferi.
Di Oreste Lionello conserva ricordi profondissimi. “Con lui è nato un rapporto speciale. Mi portava a vedere quando doppiava Woody Allen. Ho imparato tantissimo”.
E poi Pingitore, osservato per anni dietro i monitor di regia. “Mentre gli altri giocavano o facevano cruciverba, io guardavo lui lavorare. Ho imparato il mestiere rubando con gli occhi”.
Rubare artisticamente, precisa. “L’artista deve essere un bravissimo ladro: deve carpire, assorbire”.
La televisione di allora era davvero diversa?
“Assolutamente sì”, racconta senza nostalgia artificiale ma con lucidità. “Abbiamo vissuto vent’anni meravigliosi. La televisione era un focolare domestico. Le famiglie si riunivano davanti allo schermo come una volta attorno al camino”.
Ricorda i Telegatti vinti, le cene dopo le registrazioni, la condivisione umana dietro il lavoro televisivo.
“Oggi è cambiato tutto. All’epoca la televisione era davvero la televisione”.
Cosa ami di più del tuo percorso artistico?
“Amo tutto quello che ho fatto”, risponde senza esitazioni.
Dal cabaret al teatro classico, dal cinema alla televisione. Ogni esperienza ha lasciato qualcosa. E soprattutto gli ha permesso di sviluppare una qualità fondamentale: l’improvvisazione.
“Io scrivo. Scrivo testi anche per altri colleghi. E questa cosa poi te la porti sul palco”.
Qual è la differenza tra teatro, televisione e cinema?
Miseferi usa un’immagine bellissima per spiegare il passaggio tra tv e cinema: “In televisione guardi la telecamera. Al cinema è la macchina da presa che guarda te”.
Poi sottolinea l’importanza della memoria per un attore: “La memoria è tutto. Se hai quella, puoi costruire qualsiasi cosa”.
Hai spesso evitato ruoli da “boss calabrese”. Perché?
“Perché sento una responsabilità verso la mia terra. Mi hanno proposto più volte ruoli da boss e li ho rifiutati. Non voglio contribuire a raccontare sempre e solo quella faccia della nostra Calabria” afferma. Preferisce personaggi complessi, lontani dagli stereotipi. Come Padre Pio nel film Ci alzeremo all’alba, Vittorio Emanuele II in una produzione Rai Storia o i ruoli drammatici ne La mossa del cavallo di Camilleri e Quel che resta sul terremoto del 1908 dove c’era anche Giacomo.
“Mi piace essere plasmato dai registi. Non voglio fossilizzarmi”.
Com’è stato lavorare in “A mamma non piace”?
Miseferi parla del film con entusiasmo sincero. “È un noir grottesco e surreale. Quando ho letto la sceneggiatura me ne sono innamorato subito”.
Nel film interpreta Sor Mario, figura chiave che accompagna la protagonista dentro un mondo ambiguo e inquietante.
“Lavorare con Monica Carpanese è stato bellissimo. Sul set c’era un’energia positiva rara”.
Il pensiero va poi al regista Gianni Leacche, scomparso prima dell’uscita del film.
“Purtroppo non ce lo siamo goduto abbastanza”.
Hai debuttato anche nell’operetta lo scorso anno con La Vedova Allegra. Cosa ti manca ancora?
Ride. “Quando mi chiedono qual è la cosa più bella che ho fatto, rispondo sempre: la prossima”.
Poi aggiunge: “Gli esami non finiscono mai. Se mi chiedono di fare l’astronauta, mi organizzo”.
Com’è cambiata la comicità negli anni?
Secondo Miseferi ogni comicità appartiene al proprio tempo. “Oggi esistono la web culture e la cancel culture. Ma bisogna contestualizzare tutto”. E cita Churchill: “Quando il presente giudica il passato, ci rimette sempre il futuro”.
Spiega poi che il linguaggio televisivo degli anni del Bagaglino oggi sarebbe inevitabilmente diverso.
“Sono cambiate le regole d’ingaggio. Oggi spesso l’aggressività sembra funzionare più dell’eleganza”.
La satira è morta?
“No”, risponde. “Spero soltanto che non spariscano quelli che la sanno fare davvero”.
Che consiglio dai ai giovani che vogliono fare questo mestiere?
Prima scherza: “Siamo già in troppi”.
Poi torna serio.
“Questo lavoro è fatto di quattro parole: lacrime, sangue, sudore e studio”.
Durante le sue masterclass insiste molto sulla preparazione: “Se pensi di fare l’attore solo per divertirti, lascia stare. Questo lavoro richiede sacrificio, disciplina e studio continuo. È quello che dico ai giovani”.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Cinema, teatro, musica. L’agenda di Miseferi è piena.
“C’è un nuovo progetto cinematografico in corso, poi il mio live con la band ‘45 Giri Gigi’, uno spettacolo teatrale in inverno e ‘Risate al Bagaglino’ con Mario Zamma”.
C’è un aneddoto che non dimenticherai mai?
Uno dei ricordi più preziosi riguarda ancora Oreste Lionello.
“All’inizio al Bagaglino masticavo le parole. In scena lui mi rimproverò pubblicamente”.
Gigi si offese molto. Tornò in camerino furioso. Ma il giorno dopo il maestro bussò alla sua porta.
“Mi disse: ‘Ricordati che quando qualcuno ti corregge è perché tiene a te. Diffida sempre di chi ti dice che va tutto bene’”.
Una lezione rimasta impressa per sempre.
Cos’è Reggio Calabria per te?
“È casa. È culla. È radice”.
Le parole di Miseferi si fanno improvvisamente dolci.
“Il tronco è qui. Poi magari il fusto è cresciuto a Roma. Ma Reggio è odore, è mare, è Calamizzi”.
E confessa una cosa curiosa: “A Roma non sono mai andato al mare. Questo ti fa capire tutto”.
Un’ultima cosa, è vero che collezioni papillon?
Sorride ancora. “Sì, ne ho più di cento”.
La passione nasce da bambino, guardando i grandi varietà televisivi.
“Vedevo questi artisti elegantissimi entrare nelle case degli italiani e mi innamorai di quell’accessorio”.
Ed è forse proprio questo il segreto di Gigi Miseferi: l’eleganza. Quella rara capacità di attraversare decenni di spettacolo restando fedele a se stesso, senza perdere ironia, curiosità e amore per le proprie radici.
Con il sorriso di sempre. E con Reggio Calabria nel cuore.
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