I mille volti di Gennaro Calabrese: ridere è una cosa seria
Attore, comico, imitatore e one man show. Considerato l’erede moderno di Alighiero Noschese: Gennaro Calabrese si racconta a Cult tra vita privata, satira, voci celebri, Calabria e risate intelligenti
C’è chi sul palco porta in scena una maschera sola e chi, come Gennaro Calabrese, ne porta diverse. Le indossa, le toglie, le mescola. Cambia voce, postura, sguardo. E mentre parla, inevitabilmente, imita. Presidenti, giornalisti, cantanti, vescovi, allenatori, papi. E chi più ne ha più ne metta.
Nato e cresciuto a Reggio Calabria, con un lungo periodo romano alle spalle, laureato in Giurisprudenza e avvocato “per vocazione familiare”, Calabrese ha scelto poi un’altra toga: quella del palcoscenico. Da lì non è più sceso. Premio Alighiero Noschese, vincitore del Festival di Castrocaro, voce storica de Gli Sgommati, protagonista di teatro, radio e televisione, oggi è uno dei one man show più completi del panorama italiano.
L’intervista con lui non può che trasformarsi in uno spettacolo, dove le parole spesso cedono il passo alle imitazioni. E le risate arrivano puntuali.
Partiamo dall’inizio, chi è Gennaro Calabrese?
«Nome e cognome sono veri, originali. Lo dico perché spesso qualcuno pensa che “Gennaro Calabrese” sia un nome d’arte, soprattutto per quella parte della mia comicità che parla di calabresità. Invece no, sono proprio io. Qualcuno mi chiede anche se sono parente del dottor Giorgio Calabrese, il noto nutrizionista: no, non siamo parenti… però ammetto che potrebbe diventare uno dei prossimi personaggi, perché offre parecchi spunti».
L’imitazione è un’indole naturale?
«Io credo che questa cosa sia insita. Oggi la risposta me la dà mia figlia: ha due anni e mezzo e fa esattamente quello che facevo io alla sua età. Imita i nonni, fa le voci, entra nei ruoli. Guardandola, capisco me stesso.
Da piccolo dice mia madre che imitavo tutto, ma proprio tutto, soprattutto i rumori di casa, il caffè che usciva dalla moka, la pioggia, l’acqua che gocciolava, lo scarico del bagno, lo spazzolino.
A scuola poi è esploso tutto: al liceo classico, durante le occupazioni, avevo creato una vera e propria “stanza del teatro”. Ci divertivamo. Imitavo professori, compagni, il mio allenatore di basket».
Giocavi a basket?
«Eh sì lo confesso, anche se dall’altezza non si direbbe (ndr ride). Arrivai pure a fare le selezioni per il semiprofessionismo, ma capii che gli schemi non facevano per me. Pensa quant’ero pigro, erano talmente complicati che chiedevo di battere la rimessa laterale, anche dall’altra parte del campo».
Quindi potevi diventare un grande sportivo?
«Sono un appassionato di sport in realtà, però più a vederlo, o sulla playstation al massimo».
Ahahah, quello non è sport.
«Non sai che muscoli nelle dita che vengono».
Da giurisprudenza al palcoscenico: hai lasciato la toga senza rimpianti?
«Ho studiato Giurisprudenza a Messina con grande serietà. Era una missione, soprattutto per fare un regalo a mio padre, ispettore di polizia. Per lui la libera professione rappresentava l’indipendenza. Ho fatto la pratica dall’avvocato Plutino, sia civile che penale e ho superato anche l’esame di Stato.
Ma intanto facevo già spettacoli, televisione, serate. Il futuro era chiaro. E poi sono successi episodi emblematici che mi hanno fatto capire che la mia strada non era quella: entravo in tribunale, all’epoca nella “nuova aula bunker”, e i detenuti mi salutavano chiamandomi “Presidente”, per via dell’imitazione di Foti che facevo ne “La tribuna del lunedì” un programma in tv molto in voga sulla Reggina con Michele Favano. Il mio dominus diventava sempre più piccolo sulla sedia.
Il momento definitivo fu il giorno del giuramento: toga affittata, emozione, il giudice Esposito mi guarda e dice: “Calabrese, non sapevo che lei fosse pure avvocato. Ma con che voce ci fa il giuramento?”. Lì ho capito tutto. Chiuso il sipario. Mi sono abilitato, ma non ho mai esercitato».
I tuoi genitori come hanno reagito alla scelta artistica?
«Mio padre orgogliosissimo. Mia madre, con grande realismo calabrese, mi disse: “Figghiu, menumali chi non facisti l’avvocatu sinnò murivi i fami”. Se te lo dice una madre, vuol dire che hai fatto bene».
Per un comico lo studio e la padronanza del linguaggio contano.
«Qui apriamo una parentesi importante, perché può essere vero e non vero che una solida formazione culturale aiuti sempre a far ridere. Oggi la comicità richiede soprattutto semplicità, immediatezza. Spesso avere una struttura culturale più complessa – non perché ti senti migliore, ma per formazione – può persino diventare un limite, perché ti porta a cercare il colpo d’effetto, la battuta più raffinata, più sofisticata. In realtà, fa ridere la semplicità, a volte anche il triviale, il trash se vogliamo chiamarlo così. A me piace fare la comicità che faccio, se su 100 persone piace a 90 o a 101 va bene uguale. Ma mi tolgo il cappello davanti a chi riesce a fare una comicità più schietta, più immediata. Per arrivare a quei livelli devo trovarmi davvero nella situazione giusta, altrimenti finisco sempre per tornare alla satira, che è il mio terreno naturale».
Nella tua formazione c’è anche il teatro, l’Accademia a Roma.
«Io tengo molto alla preparazione. Non avere gli strumenti mi fa sentire a disagio, quasi cialtrone. Per questo, a 35-36 anni, ho deciso di studiare seriamente recitazione e mi sono iscritto all’Accademia Beatrice Bracco di Roma. Ero in mezzo a ragazzi di diciotto, vent’anni: io ero come lo zio, il fratello maggiore. Tre anni di studio vero, dalla mattina al pomeriggio, tutti i giorni. Ambito varietà, certo, ma con una base solida».
Quindi un giorno vedremo un Gennaro Calabrese drammatico?
«Il drammatico? Non ancora, ma non si sa mai. I provini li ho fatti in quei ruoli e mi sono usciti bene. Dicono che il comico sia il miglior attore drammatico… ma per il momento no, magari quando imbianco un po’ e cresce il fascino alla Sean Connery (ndr mi guarda e ride)».
Parliamo di tv e radio: dalla Rai a Sky a Radio Kiss Kiss.
«Le esperienze televisive più importanti le ho fatte da giovane e incredibilmente partendo sempre da Reggio Calabria. La prima vera esperienza è stata il Festival nazionale degli imitatori in prima serata su Rai Uno, con Luisa Corna: centinaia di provini, ne presero quaranta e io partii in treno da Reggio, senza sponsor né conoscenze. Poi Domenica In, Rai Due, programmi come Buona Domenica, Mattina in Famiglia. E poi Gli Sgommati su Sky: un lavoro quotidiano di satira politica, tre anni intensissimi, che mi hanno costretto a trasferirmi a Roma. Lì doppiavo i pupazzi ogni giorno.
La radio poi è stata una palestra incredibile: Radio Touring qui a Reggio, Radio Rai, poi Radio Kiss Kiss, dove per due anni sono stato il caratterista dei Mattinieri. Sveglia alle cinque del mattino, fascia seguitissima da camionisti e pendolari. Faticosa, ma formativa, gran bella esperienza».
Quanti personaggi hai imitato? E a quale sei più affezionato?
«Mai contati. Ce ne sono tantissimi. Ci sono quelli che escono benissimo ma non usi perché manca la chiave comica. Non mi interessa fare una voce solo per dimostrare che la so imitare.
Il personaggio a cui sono più affezionato? Il prossimo. Perché è sempre una scoperta.
A livello locale sono molto legato all’ex presidente della Reggina Foti e all’ex presidente della provincia Giuseppe Morabito, i miei primi cavalli di battaglia. A livello nazionale, Luca Giurato: l’ho imitato davanti a lui, gli ho dedicato quasi un intero spettacolo a teatro, ed è salito sul palco a ringraziarmi, distruggendo la scenografia con il suo piede e chiedendo scusa».
Quali sono le reazioni?
«In genere le reazioni sono quasi sempre positive. Io parto da un principio: bisogna ridere in due, chi imita e chi è imitato. L’imitazione di per sé è un po’ l’esasperazione del personaggio, una presa in giro bonaria.
Pensa che tra i miei personaggi c’era anche l’ex arcivescovo Mondello. Andai a parlargli. “Monsignore, sa sto facendo questo programma televisivo e lei rientra tra i personaggi, posso? E lui rispose “Al suo buon cuore”.
Una sola volta qualcuno mi chiese di evitare battute che riguardassero l’intimità. Avevo fatto una gag neanche particolarmente spinta, non è tra le mie corde, ma lui si infastidì. Evidentemente era un punto dolente. Ci luriva insomma (ndr scherza)».
Oltre all’arcivescovo hai imitato anche il papa, hai chiesto il consenso?
«Al Papa il consenso no, né a Francesco né a Ratzinger che era quello che più poteva rosicare perché la sua imitazione era un po’ più cattivella, più sarcastica.
Tra quelli che mi hanno dato diciamo grande soddisfazione c’è Max Mariola e tra gli ultimi il professore Schettini che poi mi ha anche chiamato sul palco durante uno spettacolo».
Dicono che somigli a Totò, condividi?
«Magari. Vorrebbe dire avere il suo carisma, il suo fascino. Totò non era solo comicità: era presenza scenica, magnetismo. Non era un uomo “bello” nel senso classico, ma aveva un fascino enorme. Se c’è in me una parte di comicità spontanea, la devo a lui. Io quella comicità l’ho studiata guardandolo, riguardando i suoi film. Totò è stato una vera scuola, soprattutto per quella comicità immediata, istintiva, che non ha bisogno di essere spiegata».
Sei considerato l’erede di Alighiero Noschese, hai vinto pure un premio a lui intitolato.
«Ho ricevuto il Premio Alighiero Noschese a San Giorgio a Cremano, tanti anni fa. È stato un onore enorme. Quando mi definiscono un suo erede, lo dico sinceramente: è una cosa che mi inorgoglisce, ma la considero anche molto generosa, senza falsa modestia. Noschese era Noschese. Parliamo di un artista che faceva cose straordinarie in un’epoca in cui non c’erano gli strumenti di oggi: niente tecnologia, pochi mezzi, la censura. Eppure riusciva a essere modernissimo.
Paradossalmente, quei tempi assomigliano molto ai nostri, con il politicamente corretto che ha aspetti bellissimi ma anche dei limiti evidenti. Noschese aveva un’intelligenza artistica fuori dal comune, una libertà creativa che resta un punto di riferimento imprescindibile per chi fa il mio lavoro».
Sei apprezzato un po’ in tutta Italia e anche qui sul tuo territorio, nel tuo caso non vale “Nemo propheta in patria”.
«Vero. Hai detto una cosa che a me piace sempre sottolineare. Anzi, ti dirò, io avevo proprio bisogno di tornare qui per trovare la dimensione di chi in una terra grande come Roma si sentiva solo. Per un artista il riconoscimento non è il “bravo” ma anche il “Ciao Gennaro” Ecco, quel rumore nelle orecchie che ti fa sentire considerato parte di quel posto a Roma non c’è. È una città immensa, non puoi contestualizzare nulla.
Quindi io mi sentivo molto, non mi vergogno a dirlo, solo nel vivere questa cosa, avevo bisogno del calore di Reggio Calabria».
Cos’è per te Reggio Calabria?
«Reggio Calabria è risorsa, è qualità della vita, è affetto, è famiglia, è zona comfort. Ed è la mia camera da letto, cioè quella dove alla fine di una giornata mi piace tornare ed essere come si sta in camera da letto».
Facciamo un po di gossip, sei sposato con un’artista…
«Sono sposato con Marinella Rodà, artista straordinaria. Vivere con un’artista è complicato: siamo entrambi molto determinati, pignoli, serissimi sul lavoro, come ti posso dire in modo edulcorato … “cacacazzi” entrambi insomma. Abbiamo anche lavorato insieme, portato in scena Tutto il mondo è calabrese, con lei incinta: sold out al Cilea. Poi Roma, Palermo. Lei canta, io faccio ridere. Funziona».
Magari un giorno andrete in tour con tutta la famiglia, visto il talento innato della piccola.
«Esatto. Così tutto rimane in famiglia no?».
Cos’hai in cantiere. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«Ora sto lavorando a un nuovo progetto televisivo nazionale che parte dalla Calabria, con una produzione del territorio, e a un nuovo spettacolo teatrale che partirà a marzo. Non posso dirti altro, ma una cosa sì: sarà “Calabresissimo me”».
Gennaro Calabrese non imita soltanto: osserva, ascolta, restituisce. Dietro ogni voce c’è uno sguardo lucido sulla Calabria e l’Italia, dietro ogni risata studio, memoria e rispetto. Forse è questo il segreto dei suoi mille volti che più che maschere, sono specchi. E guardarsi ogni tanto fa bene. Anche, e soprattutto, ridendo.
E per dirla con una delle sue più celebri spiegazioni dell’intercalare tipico reggino: “Uttana”!
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