Il futuro di San Ferdinando: dal ghetto alla fattoria didattica
Da ghetto simbolo del degrado a fattoria didattica: il progetto del Comune di San Ferdinando per dignità, lavoro e inclusione. L’intervista al sindaco Luca Gaetano
Non si tratta di un sogno ma di un progetto che prende forma. Un piano per superare definitivamente la vergogna del ghetto. È questo, in sintesi, l’obiettivo perseguito dall’amministrazione comunale di San Ferdinando guidata dal sindaco Luca Gaetano. Abbiamo intervistato il primo cittadino del centro della Piana di Gioia Tauro dopo un sopralluogo nell’area, dove pochi giorni fa avevamo constatato direttamente le condizioni di grave degrado in cui vivono circa 450 migranti economici. «C’è una premessa doverosa – spiega con tono grave il sindaco –: ciò che abbiamo davanti agli occhi è innegabile. La situazione si è cronicizzata dopo i fatti di Rosarno del 2010, anche se nel tempo non sono mancati tentativi di superamento. È evidente, però, che i risultati non sono arrivati o sono stati insoddisfacenti».
Sindaco, quali sono stati gli errori nell’affrontare il problema sinora?
“Un progetto di riscatto deve avere lungimiranza, sostenibilità e buon senso. Sono stati erogati in modo frammentario finanziamenti per infrastrutture che non prevedevano servizi o, viceversa, si è pensato a servizi da realizzare in assenza di infrastrutture. Questo modo di operare non porta a nulla di stabile o definitivo come ha avuto modo di constatare anche lei.”
Condivisa questa critica, come segnare un cambio di passo?
“Il tema cruciale per il superamento di questo disagio, che è intrinsecamente esistenziale, è l’attivazione di una governance in grado di affermare e far rispettare un sistema trasparente di regole di corretta e civile convivenza sia all’interno delle strutture di accoglienza che con la società ospitante”.
In termini pratici a cosa si riferisce?
“Stiamo lavorando con Rosarno e Taurianova ad un sistema che coinvolge 6000 aziende agricole. Nello specifico stiamo portando avanti la realizzazione di un insediamento abitativo capace di creare reddito, un luogo in cui oltre a vivere si potrà lavorare. Dopo una prima e lunga fase di elaborazione progettuale finalmente nei giorni scorsi abbiamo potuto formalizzare la richiesta d’acquisto di un’area agricola molto estesa in cui si realizzeranno appartamenti e altri edifici di pertinenza”.
Non rischia di diventare l’ennesimo intervento estemporaneo?
“E qui entra in gioco il tema della governance del sito. Questa sarà garantita mediante l’affidamento a una cooperativa sociale agricola di comprovata esperienza – e da noi non mancano di certo realtà autorevoli in tal senso – e con radicamento nei mercati agroalimentari etici che avrà l’onere di gestire l’attività economica, il decoro del sito e la presenza degli ospiti”.
Un modello economico complesso, dunque …
“Certamente. Pensiamo alla realizzazione di orti sociali, a una fattoria didattica, all’avviamento di una bottega solidale a chilometro zero e a tutte quelle iniziative culturali e sociali utili a favorire scambi e interazioni virtuose con il territorio ospitante. Dovrà essere un quartiere nuovo della città in relazione e in osmosi con la cittadinanza. Questo progetto lo abbiamo concepito nel 2022 e rappresenta una scommessa importante. Se funzionerà ce lo dirà la storia”.
Quando si può ipotizzare l’apertura di questa nuova struttura?
“Siamo passati dai fondi del Pnrr a quelli del decreto Caivano bis. E’ stato realizzato il Documento di indirizzo alla progettazione (Dip) fondamentale e strategico per lo sviluppo ordinato dei lavori. A gennaio attendiamo dall’apposita struttura commissariale il trasferimento dei fondi per perfezionare l’acquisto, dopodiché inizieremo a creare le unità produttive e abitative. Ci siamo dati un orizzonte temporale di 24 mesi per portare a compimento l’intero percorso”.
24 mesi di cui circa 12 già trascorsi. E’ ipotizzabile un prossimo inverno dignitoso per i migranti?
“Per questo dobbiamo rafforzare la sinergia istituzionale con cui eroghiamo i servizi di base. C’è un dialogo costante con gli operatori delle associazioni di volontariato che fanno un lavoro immane dentro la tendopoli. Ma non possiamo nascondere il fatto che certi atteggiamenti devono cambiare dall’interno. Se noi ripariamo le docce ma queste vengono nuovamente rotte da chi stando all’interno ha interesse a vendere l’acqua calda…”.
E i rifiuti?
“Posso mandarle le foto dei punti di raccolta svuotati. Noi passiamo a raccogliere l’immondizia ma evidentemente si preferisce buttarla in giro o bruciarla. Ecco perché siamo convinti che oltre alle infrastrutture e ai servizi funzionanti è necessario portare avanti un lavoro culturale di rispetto delle regole. Deve passare il messaggio che non tutto è dovuto passivamente ma occorre accettare regole di convivenza civile in cui a fronte di diritti umani da tutelare a prescindere ci sono anche regole sociali da rispettare per il semplice fatto di essere sul territorio italiano. Oltretutto questa responsabilizzazione dei migranti economici è la strada più diretta per arrivare all’accettazione e all’inclusione”.
Il ghetto va superato: lo chiede la società civile
“Sono le idee e i valori a muovere le azioni e a determinare le scelte concrete. Se i cittadini vedono lo sforzo di adeguarsi alle norme del nostro Paese avranno maggiore facilità ad accettare lo straniero e a non considerarlo come una minaccia o un approfittatore. Dobbiamo evitare l’ingannevole polarizzazione degli atteggiamenti: sia quello di chi si gira dall’altra parte per non vedere il problema sia quello altrettanto ingannevole del pietismo fine a se stesso” conclude il sindaco.
La considerazione finale è quella della necessità di continuare a farsi carico come società civile dell’attuale condizione di degrado della comunità ospitata nel ghetto di San Ferdinando ciascuno per come può ma in una logica di coordinamento e accompagnamento senza personalismi o pregiudizi. Errori ne sono stati fatti ma questi diventano esperienza utile a programmare azioni più efficaci sia nel breve periodo che a lungo termine. Certamente si replicheranno azioni di solidarietà specifiche come la raccolta e la distribuzione di vestiario pesante o di generi di prima necessità. Associazioni come Emergency o la Caritas diocesana sono sul campo e nel campo in un dialogo umanitario costante e attento e i migranti stessi sono nella stragrande maggioranza dei casi dei normali lavoratori con sogni e aspettative di normalità. Se ci sforziamo di superare gli stereotipi e le soluzioni semplicistiche ci sarà tempo e spazio per costruire una società più solida e solidale con la quale generare benessere e progresso per tutti. Le risorse non mancano.