Il marciatore Abdon Pamich, metafora della vita

Abdon Pamich, marciatore, campione olimpionico, diventa metafora della vita e dell’Italia che rinasce: memoria, sacrificio e il ricordo del campionato vinto sul lungomare di Reggio Calabria

Abdon Pamich

La strada tra i palazzi di città è come un nastro d’asfalto che è accarezzato da un movimento del corpo nel suo ancheggiare ed il contatto di punta e tacco del piede che percorre decine di chilometri in pantaloncini e canottiera. Il marciatore è solitario in mezzo al gruppo, è come il portiere o l’ala destra nel calcio, deve concentrarsi, gestire emozioni e la forza atletica, deve essere pronto e coordinato nei movimenti, quasi come l’ultimo avamposto di romanticismo sportivo.

Uomo contro il tempo

Marciando in mezzo al mondo, nella realtà di decenni che si trasfigurano nel gesto dell’atletica leggera, nell’uomo contro il tempo, polvere e sudore per gestire la fatica e mantenere il passo svelto nei movimenti delle gambe. Storie che si ripetono nel ciclo Olimpico, in canottiera azzurra e nella conquista di medaglie d’oro.

Cinema, memoria e Italia del dopoguerra

Film in bianco e nero nello scenario di Roma degli anni cinquanta “La cento chilometri”, “Mamma mia che impressione”, attori come Mario Carotenuto o Alberto Sordi che marciano per conquistare un premio finale che riscatti la povertà. Scenari di guerra finita, con gli italiani che nella parte est del confine d’Europa, Giuliano Dalmata, sono vittime del regime jugoslavo di Tito e scappano via da Fiume.

Abdon Pamich, il cammino dell’esule

Abdon è uno di loro, attraversa il confine, il cammino diventa il tempo della memoria e della ripartenza. Una storia di memoria e disciplina, Novara è il luogo in cui lo sport entra prepotentemente nella sua vita. Abdon Pamich, una vita in marcia, una storia da conoscere, la storia di una generazione che attraversa il boom economico e la ricostruzione nazionale con l’aggregazione sportiva, con i valori etici del sacrificio e della gestione del sé, società in movimento in cui lo sport è lo specchio di sogni e aspirazioni degli italiani.

Lo sport come linguaggio popolare

Ciclismo ed atletica leggera con la Maratona e la Marcia sono fruibili a tutta la gente, attraversano le città e mostrano agli occhi dei presenti la voglia di arrivare al traguardo, di sconfiggere i centesimi di secondo perché la vittoria diventa il segno di un obiettivo raggiunto con il sacrificio degli allenamenti.

Il destino e la marcia italiana

La vita ti sorprende, ma il destino riesce a giocare a scacchi e muove gli uomini come pedine ed Abdon Pamich diventa alfiere della Marcia italiana. Un palmares di grande prestigio, dal 1955 al 1972: 40 volte campione italiano su varie distanze, Medaglia di Bronzo alle Olimpiadi di Roma nel 1960, Medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Tokyo nel 1964, 3 medaglie d’oro ai Giochi del Mediterraneo, 2 Medaglie d’oro ed 1 Medaglia d’argento ai Campionati Europei d’atletica.

Marciare nel mondo e nella storia

Marciando sul mondo, tra piste d’atletica e strade di città, con l’orgoglio della memoria di profugo che vive il senso di essere italiano che ha attraversato valli e montagne per scegliere di marciare contro i pregiudizi, marciare per partecipare e vincere ed alzare la bandiera italiana sul podio delle Olimpiadi.

Una data, una corsa, una memoria collettiva

Un mondo sportivo che vive negli almanacchi, nelle note di cronaca ed esiste una data, 21 aprile 1968, che segna una domenica di primavera in cui Abdon Pamich gareggia per la Esso Roma, in via Marina, a Reggio Calabria e vince la prova seniores per il campionato nazionale di marcia, al secondo posto Vittorio Visini, altro grande campione che gareggia per i Carabinieri Bologna e 11° posto per il reggino Armando Reitano dell’Atletica C.A. Avar di Reggio Calabria.

Metafore della vita e della società italiana che cerca di lasciarsi alle spalle il dopoguerra, rinasce con la diffusione degli elettrodomestici, della radio e della televisione e lo sport che diventa come la comunicazione simbolica di Durkheim con i dualismi Coppi Bartali o Mazzola Rivera.

Il romanticismo sportivo e il tempo che resta

Il romanticismo sportivo con protagonisti assoluti del fattore umano, come Nino Benvenuti – anche lui esule istriano – campione di Boxe. Il sacrificio, marciando con la forza delle gambe, con la tecnica del “tacco e punta”, con la gestione delle emozioni e della tattica mentale. Un mondo che sembra lontano anni luce dalla rapidità, dall’esposizione e fruizione mediatica dello sport attuale.

Abdon Pamich tedoforo a 93 anni per le Olimpiadi Invernali Milano Cortina è il tempo della memoria che rimane presente, perché dovremmo tutti ritornare a camminare sulle strade del nostro tempo, con i valori etici dell’atletica leggera, nella solitudine dei marciatori, come un portiere o l’ala destra. Metafore della vita. 

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