“Il mare nascosto”, tra poesia e politica il film di Calvetta al Cartoline

Al Cartoline After Club di Reggio Calabria la proiezione de “Il mare nascosto” di Luca Calvetta, seguita da un intenso dialogo con il pubblico tra cinema, politica e poesia

Luca Calvetta Cartoline Foto Marco Costantino

Al Cartoline After Club di Reggio Calabria, “Il mare nascosto” di Luca Calvetta domenica sera, nel buio della sala, ha sospeso il tempo, ha chiesto silenzio e ha restituito, in cambio, uno spazio interiore. Perché si tratta di un film che, come afferma lo stesso regista, “non si limita a essere visto, ma chiede di essere attraversato”.

Un cinema che scava

Primo lungometraggio di Luca Calvetta, già autore televisivo per Di Martedì su La7, “Il mare nascosto” è un film radicale, autoprodotto, girato interamente in Calabria — terra d’origine del padre del regista — e interpretato da un cast d’eccezione: Ascanio Celestini, Marco Leonardi, Anna Maria De Luca, con la partecipazione di Gioacchino Criaco, Kento e Josephine Faraci. Affatto lineare, è un’opera corale che mescola cinema, teatro e documentario, in cui realtà e immaginazione si sovrappongono fino a dissolversi. Il racconto tocca temi profondi e urgenti — migrazione, identità, violenza, marginalità — ma lo fa senza cedere alla rappresentazione diretta o spettacolare.

“Non volevo fare pornografia della realtà”, ha spiegato Calvetta durante l’incontro con il pubblico. “Volevo una mediazione artistica dichiarata: poetica e politica allo stesso tempo”.

E infatti il film è attraversato da una tensione costante tra bellezza e ferita, luce e oscurità. Come la Calabria che racconta: mai nominata, ma sempre presente, nei paesaggi e nei volti.

Un film nato “dal limite”

Le parole del film restano addosso. Non come dialoghi, ma come tracce. “Che cos’è un uomo senza dignità? Come un fiore senza profumo”. “Se vuoi rovesciare il tempo devi prima attraversarlo. Devi dare un nome alle ferite”. “Perché dove il mare finisce il mare inizia ancora”. Sono frasi che lasciano spazio, come gli “spazi bianchi” di cui ha parlato il regista, che lo spettatore è chiamato a riempire con il proprio vissuto.

A rendere ancora più potente l’opera è la sua genesi: un film realizzato senza produzione, senza finanziamenti pubblici. “Mancava tutto – ha raccontato Calvetta al pubblico del Cartoline – ma ogni limite mi ha costretto a inventare”.

E così una scena apparentemente semplice — gocce d’acqua che risalgono — è stata realizzata con un tubo da giardino e ore di tentativi. La fotografia, sorprendentemente efficace, nasce da torce da campeggio da pochi euro.

“Quando non hai mezzi per deviare, arrivi alla verità. E quella verità, credo, arriva alle persone” ha aggiunto.

Il dialogo con Francesco Villari: arte, politica e responsabilità

Dopo la proiezione, il confronto con Francesco Villari, direttore artistico del Cartoline Club, ha trasformato la serata in un momento di riflessione collettiva.

Villari ha posto subito una domanda centrale: “È vero che l’arte non ha bisogno di niente, se c’è una visione?”

La risposta di Calvetta è stata netta: “I mezzi servono. Ma i limiti sono stati una fortuna: mi hanno costretto a uscire dalle strade più facili”.

Il cuore del dialogo si è spostato poi sul rapporto tra arte e politica. Per Calvetta, ogni scelta estetica è anche una scelta politica: “Tutti i personaggi hanno un monologo perché anche gli ultimi devono avere diritto di parola. È un modo per restituire voce a chi non ce l’ha”.

Villari ha colto il punto, allargando lo sguardo al presente: “Viviamo in un tempo in cui la compassione non è più all’ordine del giorno. Gli ultimi sono diventati nemici”.

E proprio la compassione — non la pietà — diventa la chiave del film. Uno sguardo che non giudica, ma accoglie.

Uno dei temi più forti emersi nel confronto riguarda il rapporto con il pubblico. “Oggi siamo abituati a distrarci”, ha osservato Villari -. Film e contenuti sono costruiti per essere seguiti anche a metà”. E il film di Calvetta ribalta questa logica. “Io non volevo catturare l’attenzione. Volevo essere fedele alla mia voce” ha rincarato. E forse è proprio questo il punto: Il mare nascosto non si “concede”. Chiede tempo, disponibilità a guardarsi dentro. “Bisognerebbe insegnare la noia”, ha detto ancora il regista. “Perché significa tornare alla propria interiorità”.

La Calabria oltre lo stereotipo

Il film avvince anche restituendo una Calabria lontana dai cliché: non solo terra di criminalità o cartolina, ma luogo complesso, attraversato da contraddizioni.

“Volevo liberarla dagli stereotipi”, spiega Calvetta. “Mostrando la bellezza ma anche il degrado.  Perché rispettare un luogo significa guardarlo con amore al di là di tutto”.

Una terra che nel film diventa quasi metafora dell’identità stessa: un mosaico di frammenti, lingue, appartenenze. Del resto, “a se stessi solamente si torna”, recita una delle frasi più intense del film.

Un cinema libero, fuori dai circuiti

Alla domanda del pubblico sulla distribuzione, la risposta di Calvetta è stata altrettanto significativa: il film vive attraverso una tournée indipendente che sta girando un po’ l’Italia. E anche se la maggior parte delle sale è dominata dalla grande distribuzione, dove gli è stato dato spazio ha registrato sold out.

La serata si è chiusa con lunghi applausi, al film e al suo regista. E ognuno è andato a casa portando un frammento dentro di sé, “trattenendo una parte del mistero” come dice la voce narrante di Celestini sul finale. Perché come ricorda il film, dove finisce una storia inizia forse il mare. “E il mare non finisce”.

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