Il respiro dell’arte al Castello Aragonese: le mostre della Primavera della Bellezza

Dall’11 al 24 aprile 2026 il Castello Aragonese si trasforma in un percorso d’arte che attraversa ogni suo livello, dall’atrio alle torri, accogliendo le cinque mostre permanenti della “Primavera della Bellezza” AIParC - FOTO E VIDEO

Mostre Castello Primavera

Tra le luci di aprile e le mura antiche del Castello Aragonese, il tempo sembra sospendersi. Ogni ambiente del maniero sembra prendere vita grazie a un itinerario articolato di mostre che mettono in dialogo linguaggi diversi – pittura, scultura, fotografia, ceramica e conio – e accompagnano i visitatori lungo un’esperienza fatta di passaggi, contrasti e riflessioni. Dall’11 al 24 aprile, infatti, le sale, le torri, l’atrio e l’androne della fortezza reggina ospitano nell’ambito della Primavera della Bellezza AIParC 2026 ben 5 esposizioni permanenti in un dialogo serrato tra materia e spirito, tra passato e visioni contemporanee.


L’impronta della storia: il gesto antico di Domenico Colella

Nell’atrio, il primo incontro è con il tempo stesso. Il laboratorio di coniazione del maestro Domenico Colella restituisce alla storia una dimensione concreta, tangibile, quasi rituale.

“Mi occuperò della coniazione delle monete che hanno a che fare con la storia di Reggio – spiega – ne abbiamo selezionate quattro per permettere ai visitatori di immergersi completamente nella storia, nei collegamenti tra bellezza, divinità del territorio ed evoluzione storica”.

Ma ciò che rende l’esperienza unica è il coinvolgimento diretto: “Non solo vedranno, ma potranno farlo. È un laboratorio didattico: ogni persona potrà portarsi a casa la moneta che ha coniato”.

Il gesto antico del conio diventa così un atto simbolico: imprimere su metallo un frammento di storia, e insieme portarne con sé il peso, la memoria, il significato.

Equinozio dell’anima: il viaggio pittorico di Francesco Logoteta

Attraversando l’androne si entra in “Equinozio, un viaggio tra luci e colori” di Francesco Logoteta, un percorso che è prima di tutto interiore.

“La mostra è itinerante – racconta l’artista – ho voluto portare tre periodi della mia vita”. Un racconto che si muove a ritroso e poi di nuovo avanti, come un respiro.

La prima fase, nata nel 2014, è fatta di colore, di energia, di apertura. Poi arriva il buio: “È stato un periodo scuro… i colori diventano più tenui, più scuri, tendono quasi al nero”.

È una fase di dissoluzione, in cui le immagini si sfaldano e l’identità sembra smarrirsi. Ma proprio da quel vuoto nasce la rinascita: “Poi finalmente viene fuori un trionfo di colori come vuole la primavera”.

L’artista accompagna lo spettatore verso un linguaggio sempre più essenziale: dall’astrattismo geometrico — costruito anche con materiali poveri e di recupero — fino a quello lirico, in cui la musica diventa guida emotiva.

“È un discorso attraverso l’anima, un vero e proprio inno alla vita”. E in questa tensione tra fragilità e forza si condensa il senso più profondo del suo lavoro: “Siamo delicati come fiori – conclude Logoteta – ma dobbiamo essere forti per rinascere ogni giorno”.

Voci senza volto: la materia che grida di Paolo Infortuna

Nella Torre Sud, il percorso cambia radicalmente. “Voci senza volto” di Paolo Infortuna non accoglie: interroga. Non consola: destabilizza.

“Non si parla di una guerra, ma della guerra – afferma l’artista – una condizione permanente dell’essere umano. L’unica cosa che non è cambiata, purtroppo, è il conflitto”.

Le opere sono costruite come tappe di una presa di coscienza. La prima è uno sguardo dentro una fessura: “Dentro si vede un’immagine spezzettata, perché non riusciamo più a riconoscerci per come siamo”.

Da qui nasce il tentativo di uscire, di cercare un eroe che forse non esiste. Il materiale stesso diventa linguaggio: ferro, ruggine, impasti sperimentali. “Nel mio laboratorio è un continuo cercare nuove soluzioni per esprimere un concetto” aggiunge Infortuna.

Il percorso è fisico, quasi teatrale. Opere come “Passare oltre” pongono una domanda ambigua: “È il pilastro che tira o è la figura che cerca di divincolarsi?”.

“Prendere posizione”, poi, diventa una sfida diretta allo spettatore: “Già dalla porta devi scegliere: entro o non entro? Se te ne vai, io sono contento lo stesso. Hai comunque fatto una scelta”.

Il visitatore è costretto a muoversi, a posizionarsi nello spazio, a decidere dove guardare. Nulla è neutrale. “C’è un punto esatto in cui essere neutrali non serve a nessuno: devi schierarti” campeggia su una parete del maniero.

Tra le opere più intense, quella che riflette l’immagine dello spettatore: “Non sentirsi al di fuori delle cose, ma parte di quello che sta avvenendo”.

E ancora, la riflessione sul diverso: “Se riesco a vedere la mia immagine nell’altro, mi appartiene. Se non la vedo – prosegue lo scultore – lo percepisco come una minaccia”.

La “pietà alternativa” è un’altra scultura che ribalta l’iconografia tradizionale: una madre che non trattiene, ma espone il figlio al destino, pur essendo di nuovo incinta. Un ciclo che non si interrompe mai.

Il battito meccanico, costruito artigianalmente e per intero dall’artista, diventa il cuore dell’intera mostra: “Un suono ripetitivo, con piccole variazioni, qualcosa di primitivo, ancestrale, che non si ferma mai” spiega Infortuna. E poi, ancora, la guerra contemporanea, filtrata attraverso lo sguardo di un bambino: “Lui pensa di giocare con un aquilone, invece è un drone. Trovo tutto questo un’aberrazione” spiega Paolo Infortuna. E ancora “Dermatite”, “Stoccaggio dell’umanità residua”. Tutte opere attraverso le quali lo scultore non cerca consenso: “Non ho cercato di piacere, ho cercato l’attrito, entrare nel profondo e scuotere. Se scuoto anche una sola persona, ho raggiunto il mio obiettivo”.

Il respiro ritrovato: la fotografia di Francesco Nucara

Nella sala pluriuso, al terzo livello, il tempo rallenta. “Come un respiro” di Francesco Nucara è una pausa, un invito alla contemplazione.

“La mostra è un percorso visivo che invita a fermarsi – spiega – a percepire il mondo con una lente di sensibilità”.

In un’epoca di immagini veloci e consumate, Nucara propone un gesto controcorrente: “Nasce dal desiderio di fermarsi e godersi la fotografia… recuperare il respiro”.

Le quattro sezioni della mostra fotografica — natura, corpo, poesia, urbano — non sono compartimenti stagni, ma variazioni di uno stesso ritmo.

“Ognuna ha un proprio linguaggio, ma sono complementari” aggiunge Nucara.

Ogni scatto diventa una soglia, un invito a sostare. A guardare davvero.

Kéramos: la terra che cambia forma secondo Vincenzo Ferraro

La mostra “Kéramos” è un racconto corale, ma trova nel maestro Vincenzo Ferraro, coordinatore dell’esposizione, una voce guida capace di attraversare secoli di tradizione.

“Ho invitato artisti che hanno evoluto la tradizione – spiega – non copiando, ma personalizzando. Ognuno ha una propria impronta riconoscibile”.

Ferraro ricostruisce il passaggio storico: da una ceramica funzionale, legata all’utensileria, l’arte calabrese si evolve verso una produzione artistica capace di dialogare con il mercato internazionale. “Con l’arrivo della plastica, del vetro, dell’alluminio, queste strade stavano chiudendo. I ceramisti hanno capito che dovevano cambiare per non scomparire”.

Il cambiamento non è stato imitazione, ma trasformazione identitaria: “Sono entrati nelle case creando opere artistiche, restando legati alla tradizione ma innovandola”.

E poi illustra le opere dei Condò, degli Ierinò di Gioiosa Ionica, i Trampolieri dell’artista Pink di Belvedere Marittimo. Del figlio Antonio Loris Ferraro, con l’imponente “Giglietto” creato all’Accademia di Belle Arti di Napoli da lui frequentata.

Il racconto si fa personale quando Ferraro descrive le sue opere, la maschera apotropaica, il piatto donato a Papa Francesco: “Ho ricreato il miracolo della Madonna della Montagna di Taurianova, la luna che si oscura e poi diventa una croce incandescente”.

Il ricordo dell’incontro con il Pontefice è intenso: “Si è fermato, mi ha fatto parlare a lungo, a un certo punto si è messo a pregare. È stata una grande emozione”.

Ancora più profondo il racconto della Madonna dei Poveri di Seminara donata al Papa: “Mi ha chiesto perché fosse nera. Gli ho raccontato la storia, le invasioni, le sofferenze e lui ha voluto ascoltare tutto”.

Ferraro insiste sul valore sociale dell’arte, come nella Santa Famiglia benedetta per le famiglie in difficoltà: “Un simbolo di aiuto nelle sofferenze, perché oggi ci sono più disagi che certezze”.

La sua visione è chiara: tradizione e innovazione non sono in contrasto, ma in dialogo continuo.

Giovani mani, nuove visioni: la ricerca di Gabriele Spanò

Tra le voci emergenti, Gabriele Spanò rappresenta una generazione che guarda avanti senza recidere le radici. “La ceramica sta diventando giovane – afferma – ha cambiato approccio”.

Il suo lavoro unisce tecniche diverse: “Realizzo le parti anatomiche in terracotta e poi utilizzo la cartapesta leccese, non è la lavorazione tradizionale”.

Le sue opere sacre e profane cercano una nuova espressività: “Cerco una visione originale, anche quando parto dalla tradizione”. È una tensione continua tra eredità e sperimentazione.

La bellezza come presa di coscienza

Alla fine del percorso, il Castello Aragonese non è più lo stesso. O forse è il visitatore a non esserlo. Le mostre esposte in occasione della Primavera della Bellezza attraversano la materia e arrivano alla coscienza. Ogni artista, con il proprio linguaggio, apre una domanda.

E forse è proprio questo il senso più profondo: uscire con uno sguardo diverso, più lento, più consapevole. Perché la bellezza autentica, non si limita a mostrarsi. Ma chiama, interroga e lascia il segno.

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