La Lapa Reggina: il viaggio teatrale tra paradiso e inferno calabresi

Ieri in piazza Orange lo spettacolo “La Lapa Reggina” di Marco Mittica, promosso da La Strada: un viaggio poetico e civile tra Gerace e Montalto, tra paradiso e inferno, memoria e territorio (Fotogallery e video di Antonio Ciro)

Marco Mittica Lapa


Nel pomeriggio di ieri, La Lapa Reggina, lo spettacolo teatrale di Marco Mittica, organizzato dal movimento la Strada ha trasformato la centralissima piazza Orange in un palcoscenico a cielo aperto. Un teatro su tre ruote, essenziale e visionario, capace di attirare e trattenere il pubblico con una narrazione intensa che, spontaneamente, qualche spettatore ha ribattezzato “La Divina Calabria” per sottolineare il richiamo esplicito con la Divina Commedia, in cui il paradiso e l’inferno sono un viaggio a/r da Gerace a Montalto, tra paesaggi, storie e ferite calabresi.

Un teatro a tre ruote che racconta il territorio

La protagonista materiale dello spettacolo è una Lapa, un’Ape car che diventa palcoscenico, scenografia e simbolo. Accanto a lei, il racconto. Marco Mittica spiega così la genesi e il senso dello spettacolo che “nasce proprio come apripista della mia idea di provare a raccontare il territorio, quindi la Lapa legata appunto all’Ape che uso come palcoscenico, Reggina perché è legata al territorio reggino. Io sono di Gerace quindi cerco di raccontare i nostri spazi, le nostre storie e in questo racconto si parla un po’ delle cose belle e delle cose brutte che ci caratterizzano. Lo racconto in dialetto anche perché il concetto è quello di andare a riscoprire la nostra lingua e darle se possibile nuovo vigore”.

Quello di Mittica è un teatro che non aspetta il pubblico, ma lo incontra nei luoghi: piazze, strade, persino scalinate. Un teatro che si muove, come la Calabria che racconta.

Compare Vincenzo, la Lapa e l’origine del viaggio

Il cuore della narrazione è Vincenzo, nato a Prestarona, tra Canolo e Gerace, in una campagna isolata. Venuto al mondo con una sola gamba, segnato fin dall’inizio da una condizione di esclusione e vergogna. Dopo la morte della madre e, anni dopo, del padre, Vincenzo resta solo, in quella casa tra gli ulivi, accompagnato solo dal rumore dell’Ape che ogni sera riportava il padre “dal paradiso”, carica di frutti. La fame, “il motore più forte dell’uomo”, lo spinge a salire per la prima volta su quella Lapa. Parte così il viaggio: la scoperta del mondo, del mare, delle persone, della comunità. E anche dello Stato, con il primo incontro con i carabinieri e la promessa di un anno di tempo per pagare l’assicurazione.

Da qui nasce l’idea: raggiungere Montalto, la cima del paradiso, come gli raccontava il padre, per raccogliere i frutti e venderli. È l’inizio di un percorso che diventa subito altro: un viaggio nell’aldilà.

Da Gerace a Montalto: il paradiso degli “iazzi”

Il viaggio di andata è il paradiso. Mittica lo costruisce come una successione di gironi, chiamati iazzi, luoghi reali del territorio trasformati in spazi simbolici. Al fianco di Vincenzo compare Dante, il sommo, che lo chiama “compare Vincenzo”, parla in toscano e insiste a voler guidare la Lapa, nonostante la contrarietà del suo compagno di viaggio.

Lungo il cammino appaiono anime buone, figure della memoria collettiva, uomini e donne che, secondo Mittica, meritano il paradiso. Cade una pioggia di castagne, compaiono funghi, leggende come quella del Monte Tre Pizzi e della chioccia dai pulcini d’oro. Ma Vincenzo non prende nulla. Non se la sente di vendere i frutti del paradiso ai “buoni”.

In uno degli iazzi compaiono anche figure simboliche della giustizia e della resistenza civile. Tra loro, il giudice Scopelliti. Vincenzo si chiede come si possa chiedere denaro a chi ha combattuto per la giustizia.

A vigilare sul viaggio c’è San Jeiunio, santo basiliano di Gerace, il cui nome significa digiuno. È lui ad ammonire continuamente Vincenzo: i frutti del paradiso non si toccano.

Dante, la ’nduja e le lacrime di Montalto

Il viaggio prosegue tra altri iazzi: gli emigranti calabresi, chi è partito per l’America o l’Australia, gli immigrati arrivati da lontano. Dante, a un certo punto, si abbuffa di ’nduja “che cresceva su uno degli alberi del paradiso”, fino a sentirsi male.

Arrivati a Montalto, in paradiso, Dante conta 46 stille di lacrime, una per ogni figlio ucciso dalla ’ndrangheta. Vincenzo, ancora, non ha guadagnato nemmeno un soldo. Poi la terra comincia a tremare, come nel terremoto del 1908 ed è il segnale del ritorno all’inferno.

Il ritorno: l’inferno calabrese

Qui solo sangue, fango, odori insopportabili. Vincenzo sviene e sarà Dante, finalmente, a guidare la Lapa. Attraversano i gironi della feccia: criminali che prima erano potenti e impettiti e ora non riescono nemmeno a tenere la testa dritta. Tentano di aggrapparsi alla Lapa, ma Dante passa sopra di loro e diventano creta. Seguono altri iazzi: quelli che ubbidivano, quelli che vissero senza infamia e senza lode. Mittica intreccia il racconto con l’alluvione, il terremoto di Oppido, la leggenda del drago di Molochio. C’è il girone dei fitusi, quelli che hanno lasciato la terra solo per arricchirsi, con il denaro che si trasforma in pietra. E poi il girone dei lordazzi: non per non aver usato acqua e sapone, ma per aver occupato posti di responsabilità – medici, avvocati, professori, amministratori, sindaci – pensando solo a se stessi.

Il dono finale e il senso della storia

Alla fine tra varie peripezie, Vincenzo si risveglia, esce dall’inferno e torna al mondo reale. Non ha guadagnato nemmeno un centesimo. Capisce allora che la vera ricchezza è un’altra: donare la Lapa a chi saprà raccontare questa storia.

E Marco Mittica quel gesto lo ha reso reale, arrivando davvero in Lapa, a 30 km all’ora, quattro ore di viaggio, da Gerace a Reggio Calabria.

La cultura come spazio politico dal basso

A volere lo spettacolo a Reggio Calabria è stato il Movimento La Strada. “Abbiamo avuto modo di conoscere Marco in altre parti della provincia e ci è sembrato un bel regalo da fare alla città, peraltro molto confacente al nostro percorso di strada e sulla strada, in uno spazio, dove tante volte abbiamo organizzato iniziative e che ci è sempre parso una cornice bella al centro della città nella quale fare dialogare il linguaggio della cultura con quello della politica dal basso” ha affermato Saverio Pazzano.

Sulla stessa linea Dario Nunnari, che ha sottolineato il valore comunitario del progetto: “Ci tenevamo a portare Marco qui a Reggio perché ci ha affascinato e condividiamo il senso del suo percorso artistico e di questo progetto in particolare. Che non solo lega geograficamente tante aree sconnesse e disunite della Calabria ma anche tante micro storie con la storia più grande, quella con la S maiuscola. Ed è un po’ quello che cerchiamo di fare noi qui a Reggio con i quartieri, con le aree interne, cioè ricreare comunità laddove c’è disgregazione”.

Verso un nuovo viaggio

Lo spettacolo si è chiuso tra applausi lunghi e partecipati, segno di un coinvolgimento che non si è fermato alla rappresentazione. Marco Mittica è rimasto in piazza, raccontandosi e rispondendo alle domande di un pubblico attento, che ha letteralmente gremito piazza Orange.

La Lapa Reggina ora continuerà il suo viaggio, fisico e simbolico, camminando piano ma arrivando lontano per raccontare, chilometro dopo chilometro, il paradiso e l’inferno nostri. 

 

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